Agricoltura, nel 2022 in più di 10.000 operatori hanno palesato una patologia da lavoro nei campi
Nel 2022 le denunce di malattie professionali in agricoltura sono cresciute del 9,5%, riguardando 10.041 soggetti, contro i 9167 dell’anno precedente. Questo dato ci restituisce una fotografia che stona con l’immaginario collettivo, che vede l’agricoltore vivere e lavorare in ambienti sani e naturali. La realtà è ben più fosca e fare l’agricoltore comporta, anche oggi, un’usura fisica importante e lo espone, in alcuni casi, a gravi malanni. Questa situazione è emersa con grande chiarezza nel corso dei lavori dell’iniziativa promossa, dal Patronato Inac della Cia-Agricoltori Italiani, dove è stato evidenziato che il dato delle domande di riconoscimento delle malattie professionali sarebbe ben più alto, e non lo è perché la maggioranza degli agricoltori ignora il sistema delle tutele previste nel nostro Paese, per le patologie connesse al lavoro. Ad occuparsi di questa importantissima partita è L’Inail che ha accolto l’invito del patronato Inac a fare una giornata di formazione e informazione, partecipando ai lavori con due dirigenti di primissimo piano dell’Istituto: Tommaso De Nicola e Stefano Rossi. “Dal nostro monitoraggio – ha detto il presidente di Inac-Cia Alessandro Mastrocinque – abbiamo potuto rilevare il proliferare di patologie tra i lavoratori del comparto agricolo, purtroppo anche terribili, come l’asma e i tumori alle cute, trachea e pleura. Addirittura si stanno affacciando malattie che non sono neanche contemplate nelle tabelle di riferimento, utilizzate da Inail ”. Il patronato Inac-Cia segnala le malattie professionali più diffuse in agricoltura: 1) Disturbi dei dischi intervertebrali, 2) Entesopatie periferiche, 3) Mononeuriti dell’arto superiore e mononeuriti multiple, 4) Sordità, 5) Spondilosi, 6) disturbi delle sinovie, dei tendini e delle borse, 7) Artrosi, 8) Lesioni interne del ginocchio, 9) disturbi dell’orecchio, 10) Traumatismo dei nervi periferici del cingolo scapolare e dell’arto superiore. Seguono in, in questa nefasta classifica una serie di neoplasie che interessano organi respiratori. Dai dati Inail – si è evidenziato – l’agricoltura si colloca al secondo posto in questa triste classifica, preceduta solo dal comparto industriale dove le malattie professionali riconosciute nel 2022 sono state oltre 50.000. “Rafforzare la sicurezza del settore, avere precise garanzie sulle tutele legate al benessere dei lavoratori agricoli, comprendere il perimetro del sistema assicurativo –ha sottolineato il Direttore Generale di Inac-Cia, Laura Ravagnan– è la strada obbligata da imboccare per favorire anche l’ingresso di giovani nel comparto. Perché, è bene ricordarlo, il turn over degli addetti nei campi non sale da quel 5/7 %, annuo, da decenni”. “Stupisce – ha detto nel corso dei lavori il direttore nazionale di Cia-Agricoltori Italiani, Maurizio Scaccia- che nonostante lo scenario inequivocabile rappresentato e supportato dalle cifre, l’agricoltore non venga considerato tra i lavori gravosi e usuranti e per questo sia rimasto tagliato fuori –ad esempio- fra i beneficiari dell’Ape Social e della pensione anticipata per i “precari”. Ma non ci si sono solo le malattie professionali, l’orizzonte che comprende più in generale il tema della sicurezza del lavoro nel settore dell’agricoltura, richiede un grande progetto a sostegno della modernizzazione degli strumenti di lavoro da mettere a disposizione degli agricoltori. Forme di aiuti e finanziamenti in tal senso, sono stati attivati negli anni dai Governi italiani e dall’Europa, anche la stessa Inail promuove bandi in tal senso. Il problema è che i sostegni previsti non giungono mai a destinazione di aziende piccole e marginali. Questo avviene più per meri disfunzioni tecniche più per un disegno complottistico. Da qui, La proposta che avanzano Inac e Cia-Agricoltori Italiani sia alle Istituzioni sia all’Inail: prevedere in futuro dei bandi che si rivolgano a target aziendali diversi e ben profilati. Secondo Inac e Cia-Agricoltori Italiani non possono concorrere sulla medesima gara aziende da un ettaro con quelle da 100. Ed a voler essere ancora più pragmatici non si possono mettere in gara imprese che fatturano milioni di euro con chi ha bilanci inferiori ai 15.000 euro. Anche le esigenze di attrezzature tecnologie connesse all’attività sono chiaramente diverse. L’una potrebbe aver bisogno ad un sostegno per un trattore di ultima generazione e l’altra azienda, magari a conduzione familiare, potrebbe aver bisogno di piccoli attrezzi a tecnologia avanzata. Queste ultime piccole realtà – concludono Inac e Cia- rappresentano oltre il 70% del totale delle imprese agricole italiane.
Anemia da malattia renale cronica, “ossigeno alle aspirazioni”, iniziativa Astellas e Aned
L’anemia da malattia renale cronica colpisce un paziente su cinque, riducendo in modo significativo la qualità della vita e raddoppiando il rischio di morte per eventi cardiovascolari e renali. Ma nonostante sia estremamente diffusa, questa condizione resta ancora poco conosciuta e sottovalutata. Per questo la società farmaceutica Astellas insieme ad Aned, Associazione nazionale emodializzati dialisi e trapianto, hanno lanciato A Milano la campagna di sensibilizzazione “Diamo ossigeno alle aspirazioni”.Fulcro della campagna è la “Foresta delle Aspirazioni“. Un video online e una call-to-action di una testimonial d’eccezione, l’alpinista e scalatrice Tamara Lunger, invitano i pazienti con anemia da malattia renale cronica e le persone che potrebbero essere a rischio di svilupparla, ma anche la popolazione generale, ad inviare sul sito della campagna www.anemiadamalattiarenale.it le proprie aspirazioni: per ogni messaggio sarà piantato un albero nel Parco della Vettabbia di Milano. Per riuscire a realizzare le proprie aspirazioni, infatti, ci vuole energia e la foresta libera ossigeno per gli uomini e l’ambiente. Metaforicamente, l’ossigeno offre una nuova qualità di vita a chi soffre di anemia da malattia renale cronica. L’ossigeno e le aspirazioni sono il fil rouge della campagna che vuole stimolare i pazienti a non arrendersi, a non rassegnarsi ma a reagire e trovare la giusta energia per raggiungere i propri obiettivi.Da oggi fino a giovedì 30 marzo, inoltre, tutti i cittadini milanesi potranno vivere un’esperienza immersiva che trasformerà una delle piazze più moderne della città in una Foresta delle Aspirazioni virtuale: sarà possibile grazie ai visori VR della ‘dome’ installata in Piazza Gae Aulenti.“L’anemia da malattia renale cronica è una condizione patologica in cui i reni non producono sufficiente eritropoietina, l’ormone che stimola la produzione di globuli rossi. Di conseguenza si riduce la capacità del sangue di trasportare ossigeno ai tessuti dell’organismo- spiega Giuseppe Castellano, Direttore SC di Nefrologia, Dialisi e Trapianti di Rene, Fondazione IRCCS Cà Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano-. L’anemia può comportare mancanza di respiro, astenia, debolezza, vertigini, pallore, problemi a livello cardiaco. La mancanza di energia influenza la capacità di lavorare, di studiare, di partecipare alle attività quotidiane. Questo può generare sentimenti di frustrazione, depressione e isolamento sociale”.Secondo Castellano “l’anemia da malattia renale cronica è spesso sottodiagnosticata e sottotrattata perché i sintomi possono essere sfumati. Una stanchezza e debolezza croniche anche durante attività leggere, la mancanza di respiro, il pallore della pelle e delle mucose sono campanelli d’allarme ed è importante non trascurarli ma rivolgersi al proprio medico, il quale nel pannello degli esami dovrà fare una valutazione di tutti i fattori critici, ovvero funzionalità renale, livelli di ferro ed emocromo per diagnosticare una eventuale anemia”.“L’anemia è una delle più importanti complicanze della malattia renale cronica– spiega Maura Ravera, Segretario FIR, Fondazione Italiana del Rene-. La sua prevalenza aumenta man mano che il danno renale progredisce e supera il 70% nello stadio più avanzato di malattia, con importanti ricadute cliniche. Infatti, i pazienti che soffrono di anemia da malattia renale cronica hanno una qualità di vita insoddisfacente, caratterizzata da scarsa resistenza all’esercizio fisico, facile affaticabilità, difficoltà di concentrazione, disturbi del sonno, affanno, tachicardia, spesso bassa pressione arteriosa. Il cuore è l’organo che risente in misura maggiore dell’anemia: infatti, per mantenere un’adeguata ossigenazione dei tessuti va incontro a un sovraccarico che nel tempo porta allo sviluppo di cardiomiopatia con conseguente aumento del rischio di eventi cardiovascolari e di mortalità. L’anemia, inoltre, a seconda del grado di severità, impatta anche sulla sfera lavorativa e relazionale”.“Convivere con l’anemia da malattia renale cronica non è facile, perché la malattia ha conseguenze sulla vita relazionale, lavorativa e sullo stato di salute generale– commenta Teresa Siclari, Segretaria Regionale di Aned Lombardia- fondamentale è la comunicazione medico-paziente, è necessario che la persona riferisca al medico tutti i suoi disturbi affinché lo specialista possa effettuare gli esami specifici per diagnosticare l’anemia e intervenire tempestivamente con un trattamento. La campagna “Anemia da malattia renale cronica – Diamo ossigeno alle aspirazioni” ha un valore altissimo sia come strumento di prevenzione, in cui il medico di base ha un ruolo cruciale nell’individuare le persone a rischio e indirizzarle allo specialista, sia come strumento per aumentare la consapevolezza su questa condizione”.“Vogliamo confermare il nostro impegno nel mettere sempre al centro di ogni nostro pensiero e decisione il paziente nefropatico, dedicando risorse allo sviluppo di trattamenti di valore che possano migliorare la qualità della sua vita ed in particolare di chi soffre di anemia da malattia renale cronica- sottolinea Antonella Di Lorenzo, Communications & Patient Advocacy Associate Director di Astellas Pharma-. L’anemia rappresenta spesso il primo segnale della presenza di Malattia renale cronica. Sentiamo fortemente la responsabilità sociale di sviluppare programmi di sensibilizzazione della popolazione che possano contribuire ad aumentare le conoscenze su questacondizione e indurla a rivolgersi tempestivamente al medico. Ma vogliamo anche incoraggiare chi già ne soffre a non arrendersi al senso di stanchezza e affaticamento, ma ad alzarsi dal metaforico divano per cercare di realizzare le proprie aspirazioni. Il nostro progetto racchiude in sé anche un valore di responsabilità ambientale, con il parallelismo tra l’ossigeno prodotto dagli alberi e quello trasportato dai globuli rossi e quindi tra natura e salute”.
Tribunale Palemo, medici e avvocati firmano un protocollo pilota
Garantire in Sicilia la massima competenza e trasparenza dei consulenti e periti medici che operano all’interno del sistema giudiziario, armonizzando criteri, procedure, requisiti e aggiornamento degli albi professionali. In attesa che il governo nazionale ridisciplini la normativa di riferimento, il Tribunale di Palermo, l’ordine dei medici e l’ordine degli avvocati del capoluogo, il 27 marzo scorso, hanno riscritto i requisiti necessari e le modalità di gestione e controllo degli albi in un protocollo pilota da estendere agli iscritti di tutto il territorio regionale. Siglato dai rispettivi presidenti, Antonio Balsamo (Tribunale), Salvatore Amato (Omceo) e Dario Greco (ordine degli avvocati), il documento “accelera la revisione dei criteri di selezione – hanno spiegato i firmatari – per assicurare professionalità e precisione delle perizie mediche affinché i professionisti siano in grado di garantire all’autorità giudiziaria un contributo qualificato e adeguato alla complessità di ogni singolo caso, in tutti i procedimenti civili e penali che richiedono un supporto conoscitivo sanitario”. Presenti alla firma per l’Omceo di Palermo anche il consigliere segretario Silvana Muscarella e il consigliere Davide Albano. L’albo rappresenta una risorsa importante perché fornisce al tribunale una lista di professionisti che possono essere nominati per consulenze tecniche e valutazioni medico-legali. “Le nuove regole di accesso assicurano la massima competenza, che non significa solo avere una specializzazione, ma una concreta conoscenza della disciplina specifica oggetto di giudizio, a tutela della giustizia e del diritto del cittadino” ha sottolineato il presidente dell’Omceo e consigliere della Fnomceo Toti Amato. Al centro dell’accordo la “speciale competenza”, che può emergere, oltre che dalla specializzazione, dal curriculum scientifico e formativo (corsi Ecm e di perfezionamento, master universitari) e dalle esperienze professionali, dalle posizioni ricoperte e le strutture dove l’attività è stata praticata, alle consulenze prestate. Valore aggiunto hanno anche le attività di ricerca, le pubblicazioni scientifiche e i riconoscimenti accademici. Più in generale, il documento determina requisiti molto più stringenti rispetto al protocollo siglato nel 2018. Nel caso, ad esempio, si tratti di attività chirurgica, l’effettivo svolgimento dovrà essere documentato dal medico nei tempi e nei modi, indicando la tipologia degli interventi e il tempo trascorso. Il protocollo disciplina l’ambito delle professioni sanitarie, ma non esaurisce tutti i profili. Viene perciò considerata la possibilità di inserire alcune specializzazioni in nuove “sotto-categorie” previo confronto con le società scientifiche riconosciute in Italia, anche nella prospettiva della redazione di un glossario da fornire ai tribunali, ai Comitati territoriali che reggono gli albi, e ai singoli magistrati per la scelta degli esperti. Il documento sarà aggiornato ogni due anni dal Comitato, composto dai delegati dei tre presidenti firmatari. La scelta del perito o del consulente resta in capo al tribunale di palermo, mentre al Comitato spetta il compito di gestire l’albo, segnalare attraverso gli ordini le migliori professionalità, irrogare sanzioni e vigilare sul rispetto dei requisiti degli iscritti, periodicamente e a campione, comunicando eventuali incongruenze al presidente del tribunale affinché eserciti il potere disciplinare anche attraverso il magistrato delegato. L’accordo, infine, prevede anche la realizzazione di un software da destinare ai tribunali per la tenuta degli elenchi, affermando il principio della massima trasparenza con la piena accessibilità telematica agli albi e ai fascicoli personali dei professionisti da parte degli uffici giudiziari.
Combatti le malattie stagionali con la vitamina C
COMUNICAZIONE SPONSORIZZATA Che si preferisca l’inverno o l’estate non ha importanza, a nessuno piacciono gli acciacchi e le malattie stagionali. Le temperature che calano portano inevitabilmente ad alcuni disturbi, dovuti a un abbassamento delle difese immunitarie e una maggiore aggressività di virus e batteri. Inoltre temperature più basse significano il più delle volte anche una minore aerazione dei locali e una più alta concentrazione di persone in una stessa stanza, e questo comporta che per i virus è molto più semplice viaggiare da un ospite a un altro. Esistono diversi metodi che permettono la cura, ma anche la prevenzione, tra cui la possibilità di acquistare integratori per il sostegno alle difese immunitarie su alcuni siti come https://www.dulacfarmaceutici.com/it/integratori-difese-immunitarie. Ma vediamo nello specifico quali sono i malanni di stagione più frequenti e in che modo è possibile difendersi. Malanni di stagione: quali sono i più frequenti La maggior parte dei malanni di stagione sono quelli che prendono in considerazione le vie respiratorie e che possono più facilmente diffondersi proprio per via aerea. Questo spiega perché sono malanni tipici di questo periodo, quando più difficilmente si procede con un aerazione dei locali e le persone preferiscono concentrarsi tutte in uno stesso posto, nel loro tempo libero. I più frequenti, quindi, sono: • Raffreddore, spesso causato da Rhinovirus. • Mal di gola, solitamente causato dallo stesso virus del raffreddore o dallo Streptococcus, un batterio. •Laringite, che colpisce principalmente i bambini. • Bronchite, con tosse, sibili e difficoltà respiratorie. • Influenza, caratterizzata da tosse, febbre, dolori muscolari, mal di gola, naso chiuso e cefalee. Come proteggersi da questi malanni La maggior parte delle persone non si preoccupa di proteggersi troppo da questo tipo di malanni, se non coprendosi maggiormente e cercando di restare al caldo. Il più delle volte, infatti, il loro trattamento consiste nell’assumere farmaci necessari all’attenuazione dei sintomi, una volta che questi compaiono, e nei casi più gravi l’uso di antibiotici. Ma il trattamento di alcuni malanni dovrebbe passare dalla prevenzione, evitando posti affollati, preoccupandosi della propria igiene (e quindi lavandosi spesso le mani), portando mascherine quando necessario e arieggiando spesso i locali. Uno dei metodi più efficaci di prevenzione, inoltre, risulta essere l’assunzione di vitamina C tramite alimentazione o, ancora più efficace, integratori. L’uso di integratori risulta più efficace in quanto permette l’assunzione della giusta quantità di vitamina C, senza rischio di andare in calo, e spesso in associazione ad altre sostanze benefiche che ne facilitano l’assorbimento. Perché la vitamina C funziona? La vitamina C è una sostanza che si trova in abbondanza in alcuni alimenti come ad esempio kiwi, carote, agrumi, uva, cavolfiori, verdura a foglia, pomodori, patate e molti altri. Il vero nome della vitamina C è acido ascorbico ed è stato visto essere un potente antiossidante, in grado perciò di combattere i radicali liberi, sostanze che facilitano il deterioramento cellulare. Questo comporta che la vitamina C risulta essere estremamente efficace contro l’invecchiamento ma è anche un forte alleato del nostro sistema immunitario, innalzando le sue difese. Ciò che nello specifico è in grado di fare è: • Contrastare i danni dei radicali liberi. • Aiuta a far assorbire il ferro dal corpo. • Aiuta la produzione di collagene. • Aiuta il metabolismo di proteine. • Sostiene il processo di guarigione dalle ferite e riparazione dei tessuti. • Mantiene in salute ossa, cartilagini e denti. • Aumenta le difese immunitarie. In conclusione Anche chi ama questa stagione sicuramente non apprezza i malanni di stagione, che puntualmente si ripresentano tutti gli anni. L’arma migliore contro questi è e sarà sempre la prevenzione, applicando alcuni accorgimenti nel quotidiano o assumendo integratori utili al sostegno delle difese immunitarie, come la vitamina C.
Amore “sbarrato”, sentimenti e relazioni in carcere
Dott.ssa Annamaria Venere Sociologa Sanitaria; Criminologa Forense; Socio AICIS (Associazione Criminologi per l’Investigazione e la Sicurezza); Amministratore Unico: AV eventi e formazione, Catania; Direttore editoriale: Medicalive Magazine; annamariavenere.it La detenzione rappresenta, per qualsiasi persona ne venga coinvolta, un evento traumatico, al di là della meritevolezza o meno della pena subita. Questo perché il detenuto, al momento dell’ingresso in carcere, deve per forza di cose abbandonare la quotidianità, il lavoro e le relazioni sociali fino ad allora vissute. La detenzione, però, non comporta un alienamento soltanto dal mondo esterno, ma anche da tutto ciò che ha a che fare con la sfera affettiva, dalle relazioni familiari a quelle sessuali e sentimentali (Ceraudo, 1999). Poiché, dunque, l’affettività rappresenta un fattore determinante per il benessere psicologico e la riabilitazione dei detenuti, la privazione e la mancanza di contatti con la famiglia o gli amici possono avere un impatto negativo sulla salute mentale e sulla capacità di adattamento a un ambiente spesso ostile e isolante (Maslow, 1997). In Italia, in particolare, la realtà carceraria, nella maggior parte dei casi, è caratterizzata da sovraffollamento, condizioni di vita precarie e una carenza di programmi riabilitativi e di supporto psicologico: questo rende ancora più cruciale l’attenzione alle tematiche affettive e relazionali, al fine di integrarle nel processo di detenzione e riabilitazione del detenuto. Ciò però si scontra con criteri normativi e applicativi spesso di difficile coniugazione con le necessità psicosociali (Manca, 2019). La dimensione affettiva: legalità costituzionali e difficoltà applicative In base agli artt. 2, 3, 25 e 27 della Costituzione, lo Stato ha il dovere di “assicurare la dignità della persona” anche all’interno dell’istituzione carceraria. Per tale motivo, se con “affetto” intendiamo l’insieme delle componenti relazionali, familiari e sessuali, ne deriva che la tutela della dimensione affettiva è parte integrante della dignità umana (Manca, 2019). Se da un lato, però, tale dimensione è rimarcata all’interno dell’ordinamento penitenziario, ci sono degli ostacoli che impediscono, specie nel contesto italiano, una completa fruizione della sfera affettiva da parte del detenuto, tanto da farne per molti un problema di legalità costituzionale. Ne emergerebbero, infatti, i presupposti di violazione del principio di legalità delle pene (art. 25 Cost.), della libertà di disporre il proprio corpo (art. 13 Cost.), della violazione del diritto alla salute (art. 32 Cost.) e, per l’appunto, della dignità personale (art. 2 Cost.) (Purgiotto, 2019). In realtà, integrare la dimensione affettiva, nei canoni sopra espressi, all’interno del carcere non è semplice, sia per la difficile situazione delle carceri italiane, che spesso non permettono la fruizione di adeguati programmi di riabilitazione sociale, che in relazione ad alcuni regimi di detenzione. Per fare un esempio, si pensi al 41-bis: appare chiaro che in determinate situazioni, la capacità di includere la dimensione affettiva si scontra con con difficoltà oggettive dovute all’isolamento del detenuto (Nestola, 2019). Eppure, le conseguenze, almeno sotto il profilo sociale e psicologico, e quindi non giuridico, sono rilevanti, come dimostrato da numerose ricerche (Maslow, 1947). Effetti negativi della privazione affettiva La privazione delle relazioni affettive nei detenuti (intese sia quelle familiari che quelle sessuali) può essere causa di una serie di difficoltà, tra cui la limitazione degli spazi e delle opportunità di socializzazione, la stigmatizzazione sociale e la solitudine. Ciò induce a una riduzione della qualità della vita e a un aumento dei disturbi psicologici, come ansia, depressione e alterazioni in un contesto già molto instabile e caratterizzato da estraniazione e distacco. In Italia, la situazione è particolarmente critica a causa del sovraffollamento delle carceri, che limita ancora di più gli spazi di socializzazione e di svago, ma anche di intimità sessuale, nonché per programmi di recupero spesso deficitari sotto il profilo dell’efficienza psicosociale (Ceraudo, 1999). Gli effetti della privazione affettiva nei detenuti sono stati affrontati da più autori, come ad esempio Clemmer (1941), che ha individuato tre livelli generali di adeguamento: il livello normale, il quasi-normale e l’anormale. Il livello normale riunisce gli individui che hanno avuto uno sviluppo normale della sfera amorosa e che, una volta inseriti all’interno del carcere, risentono maggiormente della privazione cui sono sottomessi. Per questo, in loro, fa spesso largo un senso di solitudine diffuso che porta a problematiche relazionali. Il quasi-normale e l’anormale, invece, rappresentano quei gruppi di detenuti che hanno pochi o nessuna relazione significativa presente all’esterno del carcere e, pertanto, hanno più capacità di adattarsi, rispetto ai primi, al nuovo contesto di detenzione. In estrema sintesi, tra gli effetti dovuti alla privazione della dimensione affettiva ritroviamo senso di solitudine, accresciuta asocialità, disturbi sessuali, regressione infantile e adolescenziale, nonché presenza di problematiche relazionali. Per quanto riguarda le famiglie, ad esempio, le modalità con cui esse reagiscono all’arresto di un familiare dipendono essenzialmente da tre componenti: la situazione o l’evento in sé; le risorse della famiglia, la struttura e la flessibilità rispetto ai ruoli; la definizione che la famiglia dà all’evento, se lo ritengono una minaccia o meno per i loro status sociale e i loro obiettivi. Dal momento della detenzione, in altre parole, sia nel detenuto che nei familiari si innesca un processo di riadattamento dei ruoli. Da un lato, questo porta il detenuto ad adattarsi all’esperienza carceraria, dall’altro la famiglia a una redistribuzione dei compiti che, spesso, tendono a escludere lo stesso detenuto, il quale, a sua volta, espiata la pena, avrà considerevole difficoltà per reinserirsi all’interno di quel contesto familiare e sociale di cui faceva parte (Hill, 1949). Quali possibili miglioramenti? Per affrontare queste difficoltà, riferendoci al contesto italiano, è importante che le istituzioni carcerarie adottino politiche e programmi che favoriscano lo sviluppo e il mantenimento delle relazioni affettive durante il periodo di detenzione. Ad esempio, la promozione di incontri regolari con i familiari, l’organizzazione di attività che favoriscano la socializzazione tra i detenuti, la possibilità di condividere spazi comuni, come biblioteche o palestre e l’offerta di servizi di sostegno psicologico. Tale miglioramento si può ottenere, tuttavia, soltanto con una globale riforma del sistema penitenziario, ancora lontana dal realizzarsi. In Italia, d’altronde, la situazione è carente e la mancanza di programmi a sostegno dell’affettività rappresenta una sfida
Il ruolo dell’ecografia polmonare attraverso la metodica “Point Of Care Ultrasound” (POCUS)
Dott. Mauro Pavone UOC Pneumologia – Azienda Ospedaliera di Rilievo Nazionale e di Alta Specializzazione Garibaldi, Catania Abstract L’ecografia polmonare è una metodica non invasiva ed economicala cui diffusione è cresciuta esponenzialmente nel corso degli ultimi anni, soprattutto nei reparti di emergenze e nei reparti di terapia intensiva. Latecnica ecografica POCUS, acronimo di “Point of Care Ultrasound”, viene eseguita direttamente al letto del paziente consentendo l’interpretazione in tempo reale di dati di imaging ottenuti attraverso lo studio e la ricerca di specifici reperti patologici ricercati sulla base di un quesito clinico. L’ecografia polmonare POCUSconsente di gestire la diagnostica differenziale dell’insufficienza respiratoria acutaattraverso la ricerca e l’identificazione di determinati quadri patologici quali polmonite, edema polmonare acutoe pneumotorace. Altre applicazioni sono rappresentate dalla gestione del versamento pleurico e dal ruolo di guida durante le procedure interventistiche quali toracentesi e biopsie. Nonostante le caratteristiche e le qualità operative, l’ecografia polmonare risulta caratterizzata da limiti tipici legati alla metodica ecografica stessa (operatore-dipendente, qualità della finestra acustica legata alle caratteristiche del paziente). Introduzione Le malattie polmonari sono tra le patologie più comuni e più diffuse al mondo. Le metodiche di imaging più comunemente utilizzate per la diagnosi e per il monitoraggio delle patologie polmonari sono la radiografia del torace (RX) e la tomografia assiale computerizzata (TC) del torace, entrambe basate sull’utilizzo di radiazioni ionizzanti. L’ecografia polmonare (Lung Ultrasound – LUS), è una metodica non invasiva, economica, applicabile al letto del paziente, riproducibile e non gravata dall’utilizzo di radiazioni ionizzanti la cui diffusione è cresciuta esponenzialmente nel corso degli ultimi anni, soprattutto nei reparti di emergenze e nei reparti di terapia intensiva [1-3]. Le prime descrizioni in letteratura dello studio dei versamenti pleurici attraverso la metodica dell’ecografia polmonare risalgono agli anni ‘60 [4]. Per diverso tempo, le applicazioni dell’ecografia polmonare non sono state esplorate per via dell’errata convinzione che la LUS fosse limitata a causa delle proprietà altamente riflettenti dell’aria contenuta nel polmone e pertanto della ritenuta “impossibilità” a studiare il parenchima polmonare. Negli anni ‘90, con degli studi innovativi, Daniel Lichtenstein ed i suoi collaboratori dimostrarono che gli artefatti ecografici generati dall’incontro del fascio di ultrasuoni con la linea pleurica erano correlabili a patologie pleuriche e parenchimali presenti nei pazienti critici [5-10]. Nella fattispecie, gli artefatti studiati comprendevano la descrizione del fisiologico scivolamento della pleura parietale sulla viscerale (sliding pleurico) e la presenza di linee perpendicolari all’interfaccia pleurica (Linee B) che erano espressione di processi patologici caratterizzati dall’ispessimento dei setti interlobulari e intralobulari. [3,7]. Basandosi su questi risultati Lichtenstein dimostrò che il parenchima polmonare consolidato (privo di aria) era facilmente esplorabile attraverso la LUS, estendendo di fatto le potenziali applicazioni della metodica [11]. Il chiarimento di questi aspetti, determinò negli anni successivi un incremento della diffusione e della pratica della metodica dell’ecografia polmonare fino ai nostri giorni, dove la LUS rappresenta una metodica routinariamente utilizzata ed indispensabile per la comune pratica clinica degli operatori sanitari. POCUS, è un acronimo che sta per “Point of Care Ultrasound” una pratica ecografica che viene eseguita direttamente al letto del paziente. Tale approccio consente con estrema immediatezza, ed in real-time, l’interpretazione e l’integrazione clinica dei risultati di imaging ottenuti attraverso lo studio e la ricerca di specifici reperti patologici di interesse. Tale esame risulta complementare all’esame obiettivo del paziente, con la finalità di studiare ed integrare elementi diagnostici per l’interpretazione di eventuali reperti poco chiari. L’applicazione della metodica POCUS al polmone, può essere utile per sospettare, diagnosticaree gestire diverse patologie polmonari, soprattutto nella patologia respiratoria acuta e nel setting intensivo, in attesa di eseguire eventuali metodiche radiologiche di secondo livello, se necessarie. Indicazioni ed applicazioni La LUS è una metodica rapida, ripetibile, eseguibile a letto del paziente, priva di radiazioni che consente di gestire la diagnostica differenziale dell’insufficienza respiratoria acuta, attraverso la ricerca e l’identificazione di determinati quadri patologici quali polmonite, edema polmonare acuto, versamento pleurico e pneumotorace. Inoltre, l’utilizzo del protocollo BLUE (bedside LUS in emergenza) descritto da Lichtenstein, consente di discriminare, oltre i quadri patologici già menzionati, tra la presenza di malattia polmonare ostruttiva ed embolia polmonare. Tale protocollo, utilizzato per standardizzare l’utilizzo della LUS in terapia intensiva, è facilmente applicabile al letto del paziente e richiede meno di 3 minuti per poter eseguire una valutazione ecografica completa del paziente con insufficienza respiratoria acuta, con un’accuratezza diagnostica superiore al 90% nel caso di asma/BPCO, pneumotorace, edema polmonare acuto, polmonite ed embolia polmonare [1,12]. Un’altra delle applicazioni della LUS è rappresentata dalla gestione del versamento pleurico (VPL). Nella fattispecie, la LUS può essere utilizzata per definire l’ecogenicità ed il volume del VPL, oltre che rappresentare un ausilio fondamentale per la sua gestione [13-15]. Le caratteristiche ecografiche del VPL, come ad esempio il grado di ipo-anaecogenicità o la presenza di setti di fibrina o di caratteristiche complesse, possono essere utili nel discriminare rispettivamente un versamento pleurico semplice da uno complesso e di conseguenza la presenza di un trasudato da un essudato. L’analisi di questi aspetti risulta quindi determinante per la gestione del versamento, come ad esempio l’esecuzione di una toracentesi, l’apposizione di un drenaggio toracico o la decisione tra toracoscopia o intervento chirurgico. Un altro ruolo ormai consolidato della LUS è quello legato alla guida delle procedure interventistiche. Nello specifico, la guida ecografica trova spazio nelle procedure diagnostiche e/o terapeutiche quali toracentesi e biopsie, dimostrando di migliorare gli outcome riducendo le complicanze (es. pneumotorace) [16-17]. Limitazioni Nonostante le caratteristiche e le qualità operative della LUS, la tecnica risulta caratterizzata da limiti tipici legati alla metodica ecografica stessa. Nella fattispecie, oltre ad essere una metodica operatore-dipendente, talvolta l’acquisizione dell’immagine ecografica risulta limitata dalla scarsità della finestra acustica legata alle caratteristiche del paziente. I pazienti enfisematosi, obesi, la presenza di ampio pneumotorace, di medicazioni, di ampie ferite chirurgiche ad esempio, limitano fortemente l’acquisizione delle immagini e la loro corretta interpretazione. SEMEIOTICA ECOGRAFICA DEL POLMONE ED APPLICAZIONICLINICHE Il polmone sano risulta fisiologicamente pieno di aria. Il parenchima polmonare è rappresentato da una raffinata architettura che comprende la presenza di lobuli polmonari che circondano i bronchioli respiratori e di
L’unicità dello psicologo dello sport con atleti, allenatori e istituzioni sportive
Dott. Massimo Agnoletti Psicologo, Dottore di ricerca Esperto di Stress, Psicologia Positiva e Epigenetica. Formatore/consulente aziendale, Presidente PLP-Psicologi Liberi Professionisti-Veneto. Direttore del Centro di Benessere Psicologico, Favaro Veneto (VE) Dott.ssa Francesca Stecchi Psicologa dello Sport; Presidente Comitato Regionale Veneto della Federazione Italiana Psicologi dello Sport; fondatrice di Insynergy psicologia dello sport; membro della consulta “Psicologia dello Sport, dell’esercizio fisico e del benessere” dell’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto. Abstract Lo Psicologo dello Sport, in Italia, è l’unica figura professionale riconosciuta e regolamentata per legge che applica a livello sportivo le conoscenze e gli strumenti specifici delle scienze psicologiche. La Psicologia dello Sport è quel settore della psicologia scientifica che indaga le cause e gli effetti dei processi psichici che avvengono nell’essere umano prima, durante e dopo un’attività sportiva (Jarvis, 2006; Thomas, 2010). In particolare, la Psicologia dello Sport si occupa di spiegare scientificamente quanto e come i fattori psicologici influenzano l’attività fisica di una persona oltre a comprendere come e quanto l’esercizio fisico influenza lo sviluppo psicologico di chi pratica sport (Gramaccioni, 2021). La Psicologia dello Sport è una disciplina relativamente recente nel senso che è stata formalizzata nel 1965 a Roma, grazie al contributo di Ferruccio Antonelli, lo psicologo italiano che organizzò il primo convegno Mondiale di Psicologia dello Sport e che, sempre nello stesso anno, fondò l’International Society of Sport Psychology (ISSP) di cui fu anche il primo presidente. (Issp, 1965). Dott.ssa Francesca Stecchi Psicologa dello Sport; Presidente Comitato Regionale Veneto della Federazione Italiana Psicologi dello Sport; fondatrice di Insynergy psicologia dello sport; membro della consulta “Psicologia dello Sport, dell’esercizio fisico e del benessere” dell’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto 9 PSICOLOGIA La Psicologia dello Sport promuove l’allenamento dell’aspetto mentale che è un fattore fondamentale non solo per gli atleti d’élite o i professionisti ma anche per tutte le persone che praticano sport, a qualsiasi livello venga svolto e in qualsiasi fascia di età lo si pratica, in quanto aiuta efficacemente a migliorare il benessere psicofisico e le performance delle persone (Cox, 2012; Weinberg & Gould, 2011). La figura professionale che per eccellenza propone ed applica le conoscenze della Psicologia dello Sport è chiaramente lo Psicologo dello Sport. Per capire con chiarezza chi è lo Psicologo dello Sport e quali sono le competenze distintive che lo caratterizzano e lo differenziano da altre figure professionali, risulta utile specificare prima chi è lo psicologo. In Italia lo Psicologo è l’unica figura professionale riconosciuta e regolamentata per legge che promuove la salute ed il benessere psicologico attraverso conoscenze e strumenti specifici delle scienze psicologiche. Lo Psicologo dello Sport è uno psicologo che ha ulteriormente approfondito la sua formazione specifica e la sua esperienza sul campo in ambito sportivo. Ne consegue che lo Psicologo dello Sport, in Italia, è l’unica figura professionale riconosciuta e regolamentata per legge che applica a livello sportivo le conoscenze e gli strumenti specifici delle scienze psicologiche. Attualmente non vi è una normativa formalmente condivisa relativa il percorso specifico che deve avere uno Psicologo dello Sport ma l’articolo 5 del codice deontologico degli psicologi afferma che lo psicologo è tenuto per legge a mantenere un livello adeguato di preparazione e aggiornamento professionale, con particolare riguardo ai settori nei quali opera (Consiglio Nazionale Ordine Psicologi, 1989) quindi, se uno psicologo vuole operare anche a livello sportivo, è formalmente obbligato ad approfondire la propria formazione in questo campo specialistico. Lo Psicologo dello Sport deve quindi operare in ambito sportivo a seguito di una formazione specifica nella materia scientifica della Psicologia dello Sport. È importante quindi conseguire un master in psicologia dello sport, fare un tirocinio e avvalersi della supervisione da parte di colleghi già esperti in materia. Attraverso la solida formazione che ha ricevuto, lo Psicologo dello Sport non opera sull’atleta unicamente con la finalità di trattare un disagio o un disturbo psicologico, ma si occupa soprattutto di migliorare le sue performance ottimizzando i fattori psicologici che incidono sulle performance stesse. Lo Psicologo dello Sport non si occupa quindi “solo” di ridurre i danni e la sofferenza derivante dallo Stress Negativo ma promuove la salute, il benessere e le performance umane attraverso l’incremento dello Stress Positivo (Agnoletti, 2021; Agnoletti, 2022) nel contesto sportivo. Per essere vincenti, a qualsiasi livello, non basta imparare il “come” vincere ma anche, e soprattutto, il “come” gestire le sconfitte. Lo Psicologo dello Sport è l’unico professionista 10 PSICOLOGIA qualificato con specifiche competenze scientificamente provate, che supporta coloro che praticano lo sport in entrambi questi aspetti. L’unicità dello Psicologo dello Sport si declina nel modo specifico di supportare tutti i protagonisti coinvolti nel mondo sportivo quindi sia tutti coloro che praticano lo sport a qualsiasi livello (da quello amatoriale a quello professionale) che gli allenatori e le istituzioni sportive (dirigenti, ecc.). L’unicità che caratterizza lo Psicologo dello Sport ha conseguenze rilevanti sia per quanto riguarda il benessere e le performance sportive vere e proprie di chi pratica lo sport, che per gli importanti aspetti relativi la responsabilità legale e risarcitoria dei dirigenti e delle istituzioni sportive. Relativamente il benessere e le performance sportive (individuali e di squadra), è chiaro che intervenire su temi strettamente psicologici (si pensi ad esempio, alla motivazione, la gestione dello stress, la gestione delle emozioni, le relazioni tra gli atleti o i rapporti con i genitori degli eventuali minori, ecc.) da parte di persone che non possiedono una solida competenza specifica basata sulle scienze psicologiche, rischia di essere poco efficace se non addirittura dannoso sia per il benessere psicologico che per le performance ed i risultati degli atleti. Un esempio concreto di quanto appena descritto è la superficialità con la quale i cosiddetti “mental coach” (o figure simili) trattano i temi della motivazione (che quasi sempre confondono con il concetto generico di “energizzazione” dell’atleta o della squadra) o della gestione dello stress (che spesso confondono con il concetto di semplice “rilassamento”) così come pressoché tutti i temi di natura psicologica che incidono sulle performance sportive. È chiaro che intervenire su questi temi senza possedere
L’Infermiere e l’Ostetrica/o: il limite delle proprie competenze
1.Inquadramento professionale. 1.1.Definizioni. Per la migliore comprensione delle riflessioni che seguiranno, è utile definire le professioni sanitarie di Ostetrica e di Infermiere alla luce dei rispettivi Codici deontologici, nonché dell’Infermiere pediatrico. Di seguito sono delineate alcune delle principali responsabilità professionali. L’Ostetrica/o: è il professionista sanitario abilitato e responsabile dell’assistenza ostetrica, ginecologica e neonatale; la sua attività si fonda sulla libertà e l’indipendenza della professione; tutela la dignità e promuove la salute femminile in ogni età, individuando situazioni di fragilità, disagio, privazione e violenza, fornendo adeguato supporto e garantendo la segnalazione alle autorità preposte, per quanto di sua competenza. L’ostetrica/o promuove e si impegna a garantire la continuità assistenziale accompagnando e prendendosi cura della donna, della coppia, del nascituro durante la gravidanza, il travaglio, il parto ed il puerperio, al fine di garantire una salute globale degli assistiti; garantisce cure appropriate al neonato favorendo i processi fisiologici di adattamento alla vita post-natale. Con il consenso della persona interessata, l’ostetrica promuove le tecniche di contenimento del dolore nella donna e nel neonato per quanto di sua competenza attraverso una scelta clinicamente ed eticamente appropriata; favorisce l’attaccamento precoce madre/padre e bambino, promuove l’allattamento al seno e supporta il ruolo genitoriale; favorisce una informazione corretta e appropriata scientificamente validata sulla donazione/raccolta di materiale biologico ai fini terapeutici e di ricerca, per mettere la donna/coppia nelle condizioni di poter fare una scelta consapevole. L’ostetrica/o promuove e sostiene la raccolta e la conservazione allogenica del sangue cordonale per la donazione solidale; prende parte alla pianificazione dei percorsi diagnostico-terapeutici dell’area ostetrico-ginecologica e neonatale ed attua i relativi programmi di prevenzione, assistenza/cura e riabilitazione. L’Infermiere: è il professionista sanitario, iscritto all’Ordine delle Professioni Infermieristiche, che agisce in modo consapevole, autonomo e responsabile. È sostenuto da un insieme di valori e di saperi scientifici. Si pone come agente attivo nel contesto sociale a cui appartiene e in cui esercita, promuovendo la cultura del prendersi cura e della sicurezza; orienta il suo agire al bene della persona, della famiglia e della collettività. Le sue azioni si realizzano e si sviluppano nell’ambito della pratica clinica, dell’organizzazione, dell’educazione e della ricerca. Nell’agire professionale l’Infermiere stabilisce una relazione di cura, utilizzando anche l’ascolto e il dialogo. Si fa garante che la persona assistita non sia mai lasciata in abbandono coinvolgendo, con il consenso dell’interessato, le sue figure di riferimento, nonché le altre figure professionali e istituzionali. Il tempo di relazione è tempo di cura; promuove la cultura della salute favorendo stili di vita sani e la tutela ambientale nell’ottica dei determinanti della salute, della riduzione delle disuguaglianze e progettando specifici interventi educativi e informativi a singoli, gruppi e collettività. Nel percorso di cura l’Infermiere valorizza e accoglie il contributo della persona, il suo punto di vista e le sue emozioni e facilita l’espressione della sofferenza; informa, coinvolge, educa e supporta l’interessato e con il suo libero consenso, le persone di riferimento, per favorire l’adesione al percorso di cura e per valutare e attivare le risorse disponibili; previene, rileva e documenta il dolore dell’assistito durante il percorso di cura. Si adopera, applicando le buone pratiche per la gestione del dolore e dei sintomi a esso correlati, nel rispetto delle volontà della persona; presta assistenza infermieristica fino al termine della vita della persona assistita. Riconosce l’importanza del gesto assistenziale, della pianificazione condivisa delle cure, della palliazione, del conforto ambientale, fisico, psicologico, relazionale e spirituale; sostiene i familiari e le persone di riferimento della persona assistita nell’evoluzione finale della malattia, nel momento della perdita e nella fase di elaborazione del lutto; favorisce l’informazione sulla donazione di sangue, tessuti e organi quale atto di solidarietà; educa e sostiene le persone coinvolte nel donare e nel ricevere; ai diversi livelli di responsabilità assistenziale, gestionale e formativa, partecipa e contribuisce alle scelte dell’organizzazione, alla definizione dei modelli assistenziali, formativi e organizzativi, all’equa allocazione delle risorse e alla valorizzazione della funzione infermieristica e del ruolo professionale; partecipa al governo clinico, promuove le migliori condizioni di sicurezza della persona assistita, fa propri i percorsi di prevenzione e gestione del rischio, anche infettivo, e aderisce fattivamente alle procedure operative, alle metodologie di analisi degli eventi accaduti e alle modalità di informazione alle persone coinvolte. L’infermiere pediatrico: si pone in un piano di collaborazione con l’Ostetrica, durante la visita domiciliare, per l’ascolto dei genitori, la promozione ed il sostegno dell’empowerment, la cura e l’assistenza alla mamma e al neonato; è la figura responsabile della gestione e della valutazione dei bisogni assistenziali del bambino ed è di fondamentale importanza per le attività di partecipazione ad iniziative di prevenzione e ad interventi di educazione sanitaria, (non solo di assistenza diretta al bambino e/o ai suoi genitori); informa la madre circa le pratiche di cura del neonato (cambio pannolino, primo bagnetto, posizioni più idonee per tenere i neonati in braccio o durante il sonno, e sugli stimoli adeguati all’età) e condivide con la donna dubbi e preoccupazioni legati alla relazione con il nuovo nato (sonno, pianto, alimentazione); facilita momenti di riposo per la mamma, nel rispetto delle scelte individuali e culturali del nucleo familiare che ne fa richiesta; informa e educa le famiglie sul piano vaccinale; fornisce sostegno e assistenza al neonato al fine di promuovere la fisiologia dell’adattamento postnatale, l’allattamento al seno, la relazione e il benessere della famiglia; salvaguarda la relazione tra genitori e bambino, ottenibile promuovendo l’interazione attraverso il baby massage; programma un piano di assistenza caratterizzato dalla personalizzazione e dalla continuità degli interventi in cui si tenga conto degli orientamenti e delle preferenze della donna e che sia effettuato da operatori integrati tra loro; educa i genitori nella preparazione di latte artificiale per garantire che ciò avvenga nel modo più sicuro possibile in caso di mancato allattamento al seno; informa e consiglia i genitori per consentire loro di valutare le condizioni generali del loro bambino, identificare segni e sintomi di problemi di salute comuni osservati nei bambini e contattare un operatore sanitario e/o il Pediatra di libera scelta, se necessario; presta attenzione ai fattori di rischio e ai segni
Il concetto di adattoma nel paradigma di salute e benessere biopsicosociale
Dott. Massimo Agnoletti, Psicologo, Dottore di ricerca Esperto di Stress, Psicologia Positiva e Epigenetica. Formatore/consulente aziendale, Presidente PLP-Psicologi Liberi Professionisti-Veneto. Direttore del Centro di Benessere Psicologico, Favaro Veneto (VE) Sintesi Grazie al contributo delle scienze del microbiota e del paradigma epigenetico, si sta affermando sempre più il concetto di adattoma per descrivere la complessità e la fitness bio-psico-sociale umana. English abstract: Both the epigenetic paradigm and the recent discoveries relating to the microbiota are revolutionizing some important biomedical and psychological aspects concerning the general concept of well-being and bio-psycho-social health. In this context, the concept of adaptome assumes fundamental importance because it underlines the holistic and integrated aspect of the human organism where the mind assumes the pivotal role of mediator of all the complex and different human and extra-human teleonomy that make up the human-microbiota holobiont. Italian abstract: Sia il paradigma epigenetico che le recenti scoperte relative il microbiota stanno rivoluzionando alcuni importanti aspetti biomedici e psicologici riguardanti il concetto generale di benessere e salute bio-psico-sociale. In questo contesto, il concetto di adattoma assume un’importanza fondamentale perché sottolinea l’aspetto olistico ed integrato dell’organismo umano. Il concetto esplicita che la mente assume il ruolo cardine di mediatrice di tutte le complesse e differenti teleonomie umane ed extraumane che compongono l’olobionte umano-microbiota. Nel concetto di adattoma, il microbioma (ossia la totalità del contenuto genetico dell’ecosistema di microorganismi che compongono il microbiota) può essere considerato la parte variabile del genoma umano. Questa, consente al nostro organismo di adattarsi con maggiore efficacia agli stimoli esterni quali la tipologia e la quantità di alimenti, gli inquinanti ambientali, gli antibiotici assunti, lo stress psicosociale vissuto, la tipologia e la quantità di esercizio motorio messo in atto, la qualità e la quantità di sonno, i farmaci assunti, ecc. (Gasbarrini, Dionisi& Gasbarrini, 2019). I fattori estrinseci, come ad esempio l’attività lavorativa, le abitudini alimentari, lo status socioeconomico percepito, ecc., influenzano la composizione del microbiota intestinale del singolo individuo umano in misura assolutamente maggiore rispetto la genetica individuale umana che possediamo (Rothschildet al., 2018). Il concetto di adattoma è un recente costrutto delle scienze biomediche che, prendendo sempre maggiore consapevolezza dell’importanza dell’impatto del Microbiota e la sua interazione con il nostro organismo, obbliga a riconsiderare (se nona confutare completamente) due assiomi della batteriologia classica. Il primo, che assumeva la relazione che “ad una specifica malattia corrisponde sempre uno specifico agente patogeno” (si pensi ad esempio al caso dell’ulcera gastrica con il batterio helicobacter pylori), il secondo che dava per scontata la priorità clinica relativa la presenza o meno di un singolo agente patogeno piuttosto che la variazione del rapporto esistente tra differenti specie batteriche comunque presenti (Gasbarrini, Dionisi& Gasbarrini, 2019). Il termine adattoma, in genere, si riferisce alla caratteristica adattativa, funzionale ed addizionale del contenuto informativo del genoma del microbiotarispetto il genoma umano. Sappiamo da recenti lavori che la natura di questo contributo genetico extra-umano, viene determinata principalmente da fattori ambientali e solo in misura marginale dalla genetica umana dell’ospite (Rothschildet al., 2018). Il patrimonio genetico interindividuale umano è infatti lo stesso al 99,9% mentre la diversità genetica a livello del microbiota tra due individui può arrivare anche all’80-90% (Gasbarrini, Dionisi& Gasbarrini, 2019). È del tutto rilevante notare che quindi, quest’ultima variabilità, stimata essere almeno decine di volte maggiore rispetto quella legata all’informazione del DNA interindividuale umano, è dovuta a fattori ambientali e non genetici. Dal punto di vista biologico evoluzionistico è chiaro che questa diversità genetica concessa dall’implementazione e l’interazione simbiotica del microbiota all’interno e all’esterno del nostro organismo umano ha rappresentato un vantaggio adattativo molto significativo impossibile da raggiungere considerando esclusivamente la potenzialità genetica umana. Naturalmente il periodo particolarmente delicato dei primi 3-4 anni di vita in cui il nostro sistema immunitario apprende dal microbiota preziose informazioni assume un’importanza fondamentale per determinare un efficace gestione infiammatoria dell’organismo. In questo contesto, il concetto di adattoma, è prezioso anche per sottolineare la necessità di parlare di organismo, non solo come unità bio-psico-sociale in riferimento al genotipo umano, ma anche come unità costituita da differenti entità. Queste, pur non condividendo lo stesso DNA (pensiamo al caso delle cellule con DNA umano, al DNA mitocondriale, e quello dei microorganismi che compongono il microbioma), condividono almeno alcune teleonomie ossia degli scopi definiti dalla loro stessa struttura. Ciascun singolo sistema teleonomico, sia umano che extra-umano, sia biologico che di natura psicosociale, può essere rappresentato come un sistema di informazioni che si modifica nel tempo, seguendo le regolarità caratteristiche dei sistemi evolutivi (Agnoletti, 2004; Barbieri, 2003; Miller, 1970; Monod, 1970; Morin, 1985; Prigogine, 1976; Volkenstein& Chernavskii, 1978). In altri termini sia il livello biologico, socioculturale e psicologico soddisfano la definizione di sistema informazionale di adattoma che evolve nel tempo in maniera indipendente l’uno dall’altro. Ciò significa che, nella complessità dell’organismo “umano”, vi è la possibilità che queste teleonomie interagiscano in modalità talvolta convergenti, massimizzando la fitness globale, talaltre divergenti, diminuendo la fitness complessiva della persona. In questa visione il concetto di eubiosi, ossia di “equilibrio” tra i vari microorganismi del microbiota, assume un significato nuovo perché va considerato in funzione delle teleonomie dell’organismo umano e non come se esistesse un concetto di “equilibrio” perfetto ed astratto avulso da un contesto e rappresentato dalle sue interazioni. A confermare questa visione, il concetto di disbiosi rappresenta uno squilibrio, non tanto perché si è affermata un nuovo rapporto tra specie batteriche intestinali o gastriche, ma perché tale rapporto ha delle implicazioni che ostacolano le teleonomie bio-psico-sociali dell’ospite umano (in termini di diversa produzione di metaboliti, in termini di dolore percepito, rapporti sociali compromessi, ecc.). Sia come numerosità assoluta (stimata essere superiore di almeno 10 volte rispetto le cellule con il DNA umano) che come quantità di geni (stimata essere superiore di almeno 150 volte rispetto il DNA umano), il microbiota che ospitiamo non può più essere considerato semplicemente un parassita che non ci comportava particolari spese metaboliche (come si pensava fino a pochi anni fa) ma deve essere ripensato come un vero co-protagonsta del nostro percorso ontogenetico (pensiamo, solo a titolo d’esempio, all’impatto sul
La Tecnica Approccio Variabile, una nuova frontiera nella Riabilitazione
Dott. Giuseppe Cultrera Fisioterapista. Presidente associazione Approccio Variabile. Autore tecnica approccio variabile. Presidente Nazionale collegio probiviri dello SPIF, Sindacato Professionale Italiano Fisioterapisti. Libero professionista, Giarre. Nella fisioterapia tradizionale tanto ortopedica quanto neurologica, l’approccio al recupero e al miglioramento funzionale implica quasi sempre attività che coinvolgono l’escursione di segmenti articolari, o attraverso esercizi aspecifici oppure attraverso esercizi finalizzati al raggiungimento di obiettivi funzionali (prendere un bicchiere, calciare una palla, allenare l’equilibrio etc.). In molti casi la parte di riabilitazione dedicata agli aspetti automatici del movimento viene presa poco in considerazione quando addirittura non considerata del tutto. Eppure l’automatismo rappresenta il substrato indispensabile al movimento volontario, per cui deve essere a mio avviso oggetto di (ri)apprendimento. Diventa necessario dunque intervenire con tecniche che possano “dialogare” più compiutamente con gli aspetti relativi all’organizzazione automatica del movimento. Come sappiamo dalla fisiologia, l’automatismo, per quanto appreso, rappresenta il substrato indispensabile al movimento volontario. La complessa rete di interazioni dei sistemi corticali e sottocorticali permette l’integrazione di stimoli visivi, vestibolari, motori, sensitivi e propriocettivi, indispensabile per la gestione dei riflessi spinali, schemi di movimento già prestabiliti, ma adattabili al compito motorio secondo quel meccanismo che prende il nome di “atteggiamento funzionale” (Eric R. Kandel, James H. Schwartz, Thomas M. Jessell: Principi di Neuroscienze). L’unico recettore a possedere un’innervazione efferente motoria, oltre quella afferente sensitiva, è il fuso neuromuscolare, che oltre ad “informare” il SNC, viene da questo modulato durante la sua attività di “informatore”. La Tecnica Approccio Variabile è un approccio (inteso come metodo o atteggiamento mentale o prospettiva particolare con cui si affronta lo studio di un problema) frutto di una più che trentennale esperienza di lavoro e di studio in ambito riabilitativo e prende l’avvio dalla considerazione che la funzione e la “disfunzione” sono sempre il risultato dell’interazione tra vari sistemi che devono essere tenuti in considerazione contemporaneamente nel trattamento riabilitativo. Ritengo che l’intuito sia elemento strutturale indispensabile nel ragionamento clinico tanto quanto lo sia il sapere scientifico. Sia in fase valutativa, quanto nel trattamento la Tecnica Approccio Variabile considera il paziente nel suo insieme, senza distinguerlo in paziente “ortopedico” e “neurologico”, e sottolinea la necessità di non tralasciare l’inevitabile e importante interrelazione tra le diverse componenti, che concorrono a determinare una disfunzione. La tecnica “Approccio Variabile” (AV) sottende i concetti sopra esposti, proponendo un intervento manuale sul muscolo (direttamente ed indirettamente) con l’obiettivo di rivolgere “domande specifiche” che, attraverso la stimolazione dei sistemi fusimotorio e scheletromotorio, facilitino una risposta muscolare adeguata e significativa, sia su base volontaria che automatica. Il punto di forza della tecnica AV consiste nella possibilità di intervenire direttamente sul muscolo senza dover implicare necessariamente il movimento articolare e cominciare la stimolazione dei meccanismi automatici sopra riportati già nelle prime fasi dell’intervento riabilitativo, ad esempio all’inizio di una presentazione clinica acuta o di un percorso post-chirurgico, riducendo i tempi di recupero. È questo il caso delle tante patologie e disfunzioni a carico del sistema movimento, a cui si rivolge la Tecnica Approccio Variabile: è possibile agire efficacemente negli esiti di lesioni centrali (ictus) o nelle patologie degenerative del Sistema Nervoso come la Sclerosi Multipla, si riducono i tempi di guarigione e di gestione della disabilità temporanea nella riabilitazione post chirurgica di anca, ginocchio, colonna, caviglia, spalla etc. Inoltre molto efficace risulta l’utilizzo della Tecnica nelle cervicalgie, lombalgie e nei traumi di grandi e piccole articolazioni che riguardano tutte le età e gli sportivi; infine altrettanto indicata è la Tecnica AV nel trattamento dei pazienti amputati che si apprestano alla verticalizzazione e all’utilizzo della protesi di arto inferiore. Questi sono alcuni esempi del campo di applicazione della Tecnica AV. Qualunque contatto manuale con il paziente obbliga il sistema nervoso a mettere in atto meccanismi di adattamento. Il Fisioterapista deve essere in grado tanto di cogliere questi adattamenti quanto di indurli e gestirli in maniera appropriata adeguandosi egli stesso alle mutevoli presentazioni cliniche, guidando il paziente verso il più efficace apprendimento motorio. É tutto questo un aspetto innovativo proprio della tecnica dell‘Approccio Variabile; per cui non cogliere gli aspetti di cui ho scritto spesso porta a ritardi nel processo di recupero così come ad insuccessi.