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Redazione, Autore presso Medicalive - Pagina 6 di 174

Medicalive

ACOI: Chirurgo è razza in estinzione, 41,8 % vuole abbandonare professione

Il 41,8% dei giovani chirurghi italiani sta pensando di abbandonare la professione a causa di turni massacranti, scarsa formazione e contenziosi. È il principali risultato emerso dalla survey targata ACOI Giovani e presentata durante la sessione dal titolo ‘Il chirurgo nel 2023: una razza in via di estinzione’, in occasione del 41esimo Congresso nazionale dell’Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani (ACOI). L’indagine, esposta dai dottor Alberto Molteni e Daniele Delogu, è stata condotta su 237 giovani chirurghi di tutta Italia che lavorano tra ospedali pubblici e privati convenzionati. “Oggi i giovani chirurghi hanno raccontato le loro storie, alcuni sono ancora in formazione altri sono già specialisti che si stanno inserendo nel mondo della formazione. Ho ascoltato una situazione pericolosa– ha commentato il presidente di ACOI, Marco Scatizzi– c’è un allarme, un grido di aiuto che proviene da loro per una serie di problematiche e inadempienze delle scuole di specializzazione. Purtroppo dobbiamo dirlo, perché sono loro a testimoniarcelo attraverso questionari che sono stati diffusi con centinaia di risposte. Noi dobbiamo assolutamente prendere dei provvedimenti e stimolare le istituzioni a far sì che cambi il sistema di formazione e che le scuole di specializzazione si modifichino. È necessario che per la formazione sia affiancato molto più spazio agli ospedali e poi, ovviamente, dobbiamo fare molto di più anche a livello contrattuale”. Nel corso dell’incontro è stato proiettato anche un video con testimonianze di giovani chirurghi che hanno abbandonato la professione. “A chiosa di tutte le testimonianze dei colleghi, che loro malgrado e con grande sofferenza hanno lasciato la chirurgia, la vera sfida è rimanere per seguire la nostra passione che ci accomuna- ha commentato Anna Guariniello, del Comitato scientifico di ACOI- Però per resistere, per superare questa grandissima impasse, bisogna agire su tre ordini di livelli: formativo, riconoscendo a tutti gli effetti gli ospedali come cardine della formazione per il chirurgo, perché sappiamo tutti che questo non trova ad oggi un riconoscimento formale; bisogna poi sensibilizzare le istituzioni e le aziende sanitarie per assumere e stabilizzare i giovani colleghi e garantire ai dipendenti condizioni di lavoro accettabili; il terzo punto è tutelarli e supportarli non solo dal punto di vista medico-legale, che è fondamentale, ma anche da quello psicologico, cruciale per il chirurgo, perché sappiamo che è pane quotidiano fronteggiare gli eventi avversi. La soluzione non è mandare allo sbaraglio i neo specialisti, ma concepire insieme un piano d’attacco– ha concluso- individuando i punti cardine e coinvolgendo appunto istituzioni e aziende”.

Verso conclusione progetto VoiCEs, un successo

Rafforzare i diritti dei bambini e degli adolescenti durante la degenza, garantendo che ogni voce dei giovani pazienti venga ascoltata, valorizzata e presa in considerazione. È questo il principale obiettivo del progetto europeo “VoiCEs” grazie al quale quattro ospedali pediatrici – l’Ospedale Pediatrico dell’Università di Riga in Lettonia, l’Ospedale Pediatrico Meyer in Italia, l’Ospedale Universitario di Helsinki in Finlandia e l’Ospedale Erasmus nei Paesi Bassi, in collaborazione con la Scuola Superiore Sant’Anna, l’UNICEF Italia e l’Organizzazione Europea degli Ospedali Pediatrici, hanno preparato uno strumento digitale per raccogliere le opinioni di bambine, bambini e adolescenti negli ospedali. I risultati saranno presentati durante la conferenza finale che chiude il progetto, in programma venerdì 22 settembre a Firenze presso il Meyer Health Campus. “La nostra visione – dichiara Sabina De Rosis, ricercatrice della Scuola Superiore Sant’Anna e coordinatrice del progetto – è quella di gettare le basi per un osservatorio europeo, e forse persino globale, dedicato al monitoraggio e al miglioramento dell’assistenza sanitaria per bambine, bambini e adolescenti”. I risultati dell’indagine: le sette macro aree e la valutazione positiva dell’esperienza in ospedale L’indagine presentata dal progetto “VoiCEs” ha coinvolto bambine e bambini da 0 a 17 anni e i loro genitori. L’indagine è stata adattata alle diverse fasce d’età: per i bambini che non sono in grado di leggere, i genitori devono compilare il questionario, mentre i bambini più grandi e gli adolescenti sono stati in grado di farlo da soli. Riassumendo i risultati delle interviste e coinvolgendo circa 100 operatori sanitari, sono stati identificate sette macro aree: Informazioni chiare e comunicazione; Trattamento efficace da professionisti fidati; Supporto emotivo, empatia e rispetto; Coinvolgimento e supporto per familiari e caregiver; Attenzione alle esigenze fisiche e ambientali/Comfort; Continuità delle cure e transizioni senza intoppi/Dimissione; Soddisfazione generale. In media la metà dei pazienti degli ospedali coinvolti nel progetto ha partecipato al sondaggio – il 41% delle bambine e dei bambini e il 50% dei genitori. I risultati del sondaggio dimostrano che, in generale, sono molto soddisfatti della loro esperienza in ospedale. Sia i minori che i loro genitori attribuiscono il massimo valore a una comunicazione comprensibile e chiara in ospedale (più del 90,1% dei bambini intervistati e l’88,8% dei genitori). È stato valutato in modo positivo anche il trattamento fornito dal personale ospedaliero, considerato affidabile (l’88,2% dei bambini e il 90,2% dei genitori dei bambini). Allo stesso tempo, le opinioni delle bambine, dei bambini e dei loro genitori differiscono per quanto riguarda esperienze come un trattamento empatico, cortese, amichevole e rispettoso, valutato positivamente dall’85,2% dei genitori, ma relativamente meno dai bambini stessi (75,6%). Anche il livello di comfort negli ospedali viene valutato in modo diverso: l’85,7% dei genitori e il 75,6% dei bambini valutano positivamente il soggiorno in ospedale e il comfort. “Abbiamo intrapreso un viaggio innovativo, abbattendo le barriere geografiche e linguistiche, per raccogliere le voci di bambine, bambini, adolescenti e dei loro tutor in diversi paesi – continua Sabina De Rosis – Per la prima volta, abbiamo utilizzato uno strumento standardizzato appositamente progettato per rispondere alle esigenze e alle preferenze uniche dei bambini. La divulgazione pubblica delle valutazioni dei minori sui servizi ospedalieri non solo metterà in luce le aree di miglioramento, ma ispirerà anche innovazioni all’interno delle organizzazioni sanitarie, portando alla creazione di un ambiente sanitario più compassionevole e reattivo per i nostri giovani pazienti. “È un piacere vedere concretizzarsi gli strumenti innovativi di VoiCEs che vedono bambine, bambini e adolescenti protagonisti di un’indagine che riguarda loro in prima persona. La Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza pone l’ascolto del minore fra i diritti fondamentali e ci auguriamo che il modello VoiCes venga adottato non solo nei 4 ospedali del progetto, ma su scala europea ed oltre per garantire che le loro voci siano una leva che migliori l’assistenza pediatrica e il benessere in generale” – ha dichiarato Carmela Pace, Presidente dell’UNICEF Italia. Appuntamento il 22 settembre per la condivisione dei risultati e le prospettive future La Scuola Sant’Anna e l’Ospedale Pediatrico Meyer ospiteranno la conferenza finale del progetto “VoiCes” il 22 settembre a Firenze, durante la quale le parti coinvolte nel progetto, rappresentanti delle istituzioni sanitarie e sociali, professionisti del settore e altri stakeholders condivideranno i risultati del progetto e discuteranno le sue conclusioni finali. È possibile consultare il programma completo sul sito del Campus Meyer. La conferenza sarà disponibile anche online seguendo questo link Il progetto è realizzato con il sostegno della Commissione Europea. Maggiori informazioni a questo link: https://voicesproject.eu/

Frittelli (Federsanità): Informazione contribuisce al sistema salute

Roma – Aggiornamenti continui, risposte semplici e immediate, notizie certe. Chi c’era al desk, sulle strade, in giro per gli ospedali quando tutto il Paese era in lockdown? Chi sono gli impalpabili protagonisti che quotidianamente garantiscono al cittadino vicinanza, trasparenza, correttezza dell’informazione e, quindi, veicolano la fiducia nelle Istituzioni? Giornalisti, comunicatori, social media manager, content editor: è questa la schiera di professionisti del Servizio sanitario nazionale, pubblico, ma non solo, che affianca Direzioni strategiche e colleghi nella risposta ai bisogni di salute delle comunità. Chi si occupa di comunicazione mette in comune saperi, valori, professionalità. Questo è l’ecosistema che Federsanità, in collaborazione con PA Social, con l’accreditamento dell’Ordine dei Giornalisti e dell’Associazione Comunicazione Pubblica, ha chiamato a raccolta per il secondo anno consecutivo a Roma per gli Stati Generali della Comunicazione per la Salute. Obiettivo di questa seconda edizione è la costituzione di un Tavolo tecnico per affiancare le istituzioni nazionali nella definizione di un piano operativo di comunicazione, finalizzato ad accompagnare il cambiamento delineato dalle Missioni 5 e 6 del Pnrr. Ma perché è così importante? Perché scegliere di fare comunicazione per la salute significa scegliere la cultura della salute. Insieme. Come ha dimostrato anche l’emergenza pandemica. Una ‘tecne’ che appartiene a tutti coloro che lavorano nella cura come confermano gli autorevoli partner degli Stati Generali per la Salute: Iss, Agenas, Anci, Fnomceo, Fnopi, Tsrm, Fofi, Cnoas, Formez, oltre tutte le principali istituzioni nazionali (ministero della Salute, ministero del Lavoro e politiche sociali, Conferenza delle Regioni, Regione Lazio, Aran) che hanno concesso il patrocinio all’evento e agli autorevoli relatori (accademici, tecnici ed esperti) che si succederanno nel corso della due giorni di lavori. ”Le Istituzioni possono anche scegliere il silenzio- ha affermato la presidente nazionale Federsanità e direttore generale Ao San Giovanni Addolorata, Tiziana Frittelli– ma i cittadini cercano le loro verità, si costruiscono le loro opinioni. Lo dice Aristotele: “Natura abhorret a vacuo”. E le Aziende sanitarie, così come tutte le pubbliche amministrazioni, hanno la responsabilità di riempire in modo corretto questo vuoto per promuovere nei cittadini idee e, quindi, comportamenti a garanzia della propria salute e di quella degli altri. Il contrario è la diffidenza. Si tratta di una scelta etica”. ”Un mestiere delicato quello dei professionisti della comunicazione per la salute- ha proseguito Frittelli- che richiede competenza, rigore e passione per l’umano. Perché la comunicazione passa dall’ascolto e dal rispetto dell’altro: della sua fragilità, delle sue paure, del suo contesto socio culturale, del suo livello di scolarizzazione e quindi di comprensione. Tutte variabili che chi si occupa di comunicazione deve conoscere e considerare per costruire messaggi e campagne efficaci. Per contribuire, a suo modo, alla sostenibilità dell’intero sistema dei servizi di assistenza e cura della persona”. ”L’informazione è, infatti, anche un determinante di salute. Si ammala di più- ha precisato- chi meno accede alle cure: una persona ben informata ha un approccio proattivo ai servizi e positivo al personale sanitario. Tema importante anche nel contrasto alle aggressioni. Favorisce l’equità d’accesso alle cure: uno dei principali tarli del nostro tempo”. ”Ed è grazie all’informazione e alla comunicazione persuasiva, prima di tutto tra i giovani, realizzata con i loro linguaggi- ha ricordato la presidente nazionale Federsanità- che favoriremo nei nostri cittadini di domani la sensibilità alla prevenzione, l’importanza dell’aderenza alle terapie, agli screening e ai follow up. Ed è confermato dai fatti che le migliori performance, l’efficacia e l’efficienza sono proprio nelle realtà dove maggiore è il trasferimento di informazioni e buone pratiche e migliore è il clima organizzativo”. ”Solo se impareremo, insieme, l’importanza della comunicazione per la salute- ha concluso Frittelli- potremmo contribuire alla salvaguardia del nostro Servizio sanitario nazionale, uno dei beni più preziosi del nostro Paese. Se sapremo comunicarlo, in ogni occasione, sarà più facile in ogni sede riuscire a difenderlo ed ad essere protagonisti del suo cambiamento innovativo!”.

Una distorsione cognitiva: l’impostore e l’effetto Dunning-Kruger

Dott.ssa Annamaria Venere Sociologa Sanitaria, Criminologa Forense, Amministratore Unico: AV eventi e formazione, Catania     A volte, gli ignoranti sono quelli che pensano di saperne più di tutti: in parte è vero ed è un fenomeno psicologico, chiamato effetto Dunning-Kruger, che si verifica quando una persona con scarsa competenza in un determinato campo tende a sovrastimare le proprie capacità e a sottovalutare quelle degli altri. Questo fenomeno è stato identificato e descritto per la prima volta dagli psicologi sociali David Dunning e Justin Kruger nel 1999. Secondo gli studiosi, le persone che ne soffrono hanno una percezione distorta della propria competenza e spesso si mostrano eccessivamente sicure delle proprie opinioni, nonostante l’evidente mancanza di conoscenza o abilità. Al contrario, le persone altamente competenti tendono ad avere una maggiore consapevolezza delle proprie lacune e a mostrarsi meno sicure di sé (Kruger & Dunning, 1999). Elementi che finiscono per avere non solo un impatto sul fronte psicologico, ma anche sociale.   La scoperta dell’effetto Dunning-Kruger Lo studio sull’effetto Dunning-Kruger è nato quasi per caso. Nel 1995 a Pittsburgh, un uomo di 45 anni di nome McArthur Wheeler decise di rapinare due banche nello stesso giorno, senza maschere o travestimenti, nonostante sapesse che le telecamere lo avrebbero ripreso. Dopo poche ore, la polizia lo arrestò incredulo per la sua stupidità. Al momento dell’arresto, egli affermò di essersi cosparso, su suggerimento di un amico, il viso di succo di limone, poiché convinto che questo lo avrebbe reso invisibile. Prima di recarsi in banca, si era anche scattato una foto con una polaroid, ma aveva fotografato accidentalmente il soffitto, rendendo la propria immagine invisibile e rafforzando la convinzione che il succo di limone lo rendesse invisibile agli occhi degli altri. Non era sotto l’influenza di alcool o droghe, ma lucido e sorpreso di essere stato scoperto. Il professor David Dunning e l’allievo Justin Kruger, entrambi della Cornell University, colpiti da quanto successo, studiarono quindi l’accaduto sotto un profilo scientifico (Grant, 2021). I due psicologi intrapresero uno studio sui test di umorismo, grammatica e ragionamento logico coinvolgendo i propri allievi. Prima di svolgere i test, i partecipanti espressero il proprio grado di competenza in ognuno dei tre campi. I risultati rivelarono che i partecipanti meno competenti si autovalutavano molto al di sopra delle proprie capacità, mentre i partecipanti più competenti si valutavano leggermente al di sotto. Giunsero così alla conclusione che coloro che hanno meno conoscenza in un campo sono spesso quelli che sopravvalutano le proprie competenze, mentre quelli più esperti sono quelli che sottostimano le proprie abilità. Il fenomeno, come anticipato, è stato chiamato effetto Dunning-Kruger, consistente nell’incapacità di riconoscere la propria incompetenza. Inoltre, i risultati dello studio dimostrarono che le autovalutazioni non veritiere degli incompetenti sono molto difficili da correggere (Dunning & Cruger, 1999). L’opposto: la sindrome dell’impostore Nell’esperimento sopra, una situazione opposta caratterizzava invece gli studenti più bravi: erano gli unici ad aver fornito un’autovalutazione, in relazione agli altri, inferiore rispetto al risultato effettivo. Si tratta della sindrome dell’impostore, un fenomeno psicologico in cui una persona, nonostante i suoi successi e le sue competenze, non riesce a sentirsi adeguata e continua a dubitare delle proprie capacità. Le persone che soffrono di questa sindrome attribuiscono i loro successi alla fortuna o a fattori esterni, piuttosto che al loro talento e impegno personale (Dunning & Kruger, 1999). Inoltre, spesso si sentono come degli “impostori”, convinti di essere stati scelti per un ruolo o un lavoro solo per caso o per errore, e temono di essere scoperti come “falsi”, il ché può portare a sentimenti di ansia, stress e scarsa autostima. Con l’effetto si determina quindi il paradosso per cui  chi possiede maggiori competenze sembra essere più insicuro di chi non le possiede (Falchi & Carmignani, 2020). Che tipo di conseguenze psicosociali? Le conseguenze di simili effetti sono evidenti innanzitutto sul profilo dell’autostima: chi patisce di un effetto Dunning-Kruger può avere problematiche narcisistiche, se non addirittura di distorsione della realtà e della personalità. L’effetto Dunning-Kruger, così come la sindrome dell’impostore, influiscono cioè sul modo in cui una persona percepisce e gestisce il proprio successo o insuccesso, specie in rapporto agli altri (Grant, 2021). Nella sindrome dell’impostore, in particolare, le persone vivono con costante ansia e stress, poiché sentono di non essere all’altezza delle aspettative altrui, nonostante abbiano ottenuto risultati di successo in passato. Questo porta a un senso di alienazione, isolamento e a un limitarsi nell’affrontare nuove sfide, nella paura di essere esposti come “imbroglioni”. L’effetto Dunning-Kruger, d’altra parte, conduce il più delle volte a un eccesso di fiducia in sé stessi e nelle proprie capacità, nonostante la mancanza di competenze reali. Questa sovrastima delle proprie capacità porta, a sua volta, a commettere decisioni sbagliate, a problemi relazionali e anche a danni concreti. Ad esempio, un medico che soffre dell’effetto Dunning-Kruger potrebbe non riconoscere la propria inadeguatezza in una particolare area di competenza e, pertanto, mettere a rischio la salute dei propri pazienti. Non solo, a livello sociale, l’effetto DunningKruger porta a una diffusa scarsa valutazione delle competenze altrui, favorendo l’insorgere di conflitti e il mancato riconoscimento del merito di chi ha realmente le competenze necessarie per svolgere un determinato compito, come spesso accade in ambito politico (Dunning & Kruger, 1999; Falchi & Carmignani, 2020). In entrambi i casi, in definitiva, questi fenomeni influiscono sulle relazioni personali e professionali, sulla salute mentale e fisica e sulla capacità di una persona di raggiungere il successo e la felicità a lungo termine. È importante quindi riconoscere queste problematiche e cercare supporto e aiuto per gestirle e superarle, sebbene si tratti di manifestazioni psicologiche fin troppo recenti, cui andrebbero affiancati più studi approfonditi per capirne l’origine e le conseguenze sociologiche. Bibliografia Falchi, A., Carmignani, M. (2020). Effetto Dunning-Kruger: l’asimmetria del giudizio, Carmignani Editrice, Pisa. Grant, A. (2021). Thing Again, Viking, New York. Kruger, J., Dunning, D. (1999).  Unskilled and Unaware of It: How Difficulties in Recognizing One’s Own Incompetence Lead to Inflated Self-Assessments, Journal of Personality and Social Psychology.

Tennisti in erba: istruzioni per l’uso

  Dott. Rodolfo Lisi Docente di Scienze Motorie Coreno Ausonio (FR)     “Linee guida” sul comportamento più idoneo se un bambino affetto da scoliosi, ipercifosi o valgismo varismo delle ginocchia, intende praticare il tennis Ipotesi n. 1: il tennista in erba è affetto da scoliosi Presentazione dei problemi e potenziali soluzioni Oggi è martedì. Carlo (nome fittizio a rendere l’esempio), alla 2a e 3a ora, si recherà in palestra perché lo aspetta il docente di educazione fisica. Il collega tiene sotto vigile controllo i movimenti degli allievi e nota che il nostro – visto di dietro e in una fase di ‘riposo attivo’ (corsa leggera, ad esempio) – presenta la caratteristica ‘asimmetria delle spalle’. Cosa fare? Il docente, dopo aver fermato Carletto, comincia ad attivare un dialogo del tutto informale. Porrà quesiti del tipo: «I tuoi genitori sono a conoscenza che hai una spalla più bassa dell’altra? Quale sport stai praticando? Ti affidi a personale qualificato?». Se le risposte si rilevano soddisfacenti, il docente, ricevute le informazioni, terminerà ‘la sua indagine’ raccomandando, però, una visita di controllo dal medico di medicina generale almeno una volta all’anno fino alla pubertà. Nel caso invece, le risposte siano altre (“il dottore mi ha detto che ho una scoliosi. Non porto il corsetto, però non posso giocare a tennis perché mi può far male”), è necessario un incontro a breve con i genitori di Carlo. A papà e mamma, il collega informato chiarirà che, ad oggi, gli studi su detto argomento sono pochi, e quei pochi scarsamente attendibili (1, 2). Dunque, l’educatore sportivo si limiterà a dare consigli dettati dal buon senso e dalla sua esperienza. Il nuoto agonistico, invece, è dannoso (3, 4, 5). Ancora, il professore consiglierà una visita dal medico di base. Quest’ultimo, eventualmente, invierà il bimbo o la bimba ad un ortopedico specialista nel trattamento delle deformità spinali. Molto probabilmente, al fine di confermare la paventata scoliosi, l’ortopedico prescriverà un’indagine radiografica in toto del soggetto e chiarirà la reale consistenza della patologia scoliotica. E il tennis? Nel pomeriggio, Carlo va a giocare a tennis per 2 ore, prima di fare i compiti. La sua attività è amatoriale e non ha ambizioni del tipo “voglio vincere Wimbledon!”. Prendiamo il Carlo che ha informato l’insegnante di essere affetto da scoliosi. Sul campo, il maestro e il preparatore fisico e/o il fisioterapista avranno l’accortezza di alternare palleggi e partite a esercizi mirati per ‘contenere’ la scoliosi. Gli esercizi non possono frenare o, ancor meno, arrestare la patologia, ma possono creare un forte busto muscolare che sostiene la colonna e la rende meno suscettibile a movimenti potenzialmente pericolosi (1, 2). È auspicabile che il Tennis Club disponga di una palestra, anche se la maggior parte degli esercizi possono essere effettuati sul campo (esercizi di compensazione con palla medica, esercizi di potenziamento addominale, esercizi sul materassino). In caso contrario, non c’è da disperarsi. I summenzionati esercizi (quelli ‘isometrici’, per intenderci) possono essere eseguiti anche a casa. In caso di scoliosi grave, e se il giovane intende praticare il tennis a livello agonistico, il consiglio è quello di sospendere l’attività sportiva (1, 2). Si tratta di sottoporre un “rachide di per sé fragile” a carichi sopportabili da “rachidi normali” (1, 2). Ipotesi n. 2: il tennista in erba è affetto da ipercifosi Presentazione dei problemi e potenziali soluzioni Forniamo una breve dissertazione sulla patologia per meglio comprendere la reale entità del problema che può avere risvolti diversi nel caso si è in presenza di una ipercifosi lieve e non strutturata, o, invece, della più temuta ipercifosi osteocondrosica, cioè strutturata. Nel primo caso, i caratteri fisici, le abitudini e l’esercizio spiegherebbero molti atteggiamenti devianti e/o incongrui. È il caso, appunto, di Carlo che sovrasta in altezza i compagni e che, per essersene fatto un complesso, prova a farsi ‘più piccolo’, incassando il capo e arrotondando le spalle. Analogo è il caso di una ragazzina in piena fase puberale, la quale tenderà a forzare il tronco in un atteggiamento arcuato ed ‘avvolgente’ per mascherare il carattere fisico tipico della donna già matura. Queste tipologie di ipercifosi vengono chiamate ‘paramorfismi’ (risultato di mancato adeguamento muscolare, vizi posturali, scarsa attività motoria). Ben diverso è il secondo caso: Carlo è affetto da una ipercifosi strutturata (‘dismorfismo’). Tale condizione patologica è il risultato di un’infiammazione dell’osso durante il suo stadio cartilagineo, come nel caso della ‘ipercifosi osteocondrosica’, caratterizzata da deformazione a cuneo di una porzione dei corpi vertebrali (6). In casi severi, il ricorso al corsetto è indispensabile. Ma anche qui la ginnastica, eseguita in modo razionale, può risultare utile. Durante le ore di Educazione Fisica, l’insegnante non dovrebbe avere problemi nel riconoscere in Carlo la presenza di una specie di ‘gobba’ assieme alle spalle anteriorizzate. In questi casi è bene parlare con l’allievo per sapere se i genitori si sono recati dal medico di base e/o dallo specialista ortopedico. Altro compito del collega di Educazione fisica è quello di sapere se esistono problemi in famiglia, paure inconsce o semplicemente una ‘non accettazione’ del proprio fisico. In questo caso, l’intervento dei docenti e di una psicologa potrebbe realmente essere di aiuto al ragazzo. Si parla, ovviamente, della forma ‘posturale’. In quella strutturale, purtroppo, ricorrere al bustino e praticare una sana e corretta attività fisico-motoria sono le uniche possibilità di intervento conosciute. Tennis sì o tennis no? Ad avviso dello scrivente, qualsiasi attività fisica in ambiente aperto è una panacea per i ragazzi sofferenti della forma meno grave di ipercifosi. Si tenga presente che nella maggior parte dei casi, l’atteggiamento viziato è il risultato di una insoddisfacente consapevolezza dei propri mezzi: la rappresentazione fornita dianzi – la ragazza che si avvolge le braccia intorno al corpo con il capo reclinato in avanti – rappresenta la tipica paura di ‘affrontare la vita che cambia’. Il ragazzo, in ultima istanza, deve essere libero di praticare lo sport preferito ed anche il tennis può esserlo. Nelle forme strutturate, invece, i dati scientifici sono scarsi. Da uno studio tutto italiano (7) si evince comunque che

La stimolazione transcutanea del nervo vago come strumento clinico in ottica integrata

Le recenti scoperte relative il funzionamento del Nervo Vago offrono nuove possibilità terapeutico per molti disturbi che sono stati finora considerati attinenti psicologici o biomedici. Tra queste nuove possibilità, la stimolazione transcutanea del nervo vago, sembra essere una delle più promettenti per efficacia e non invasività del trattamento. ABSTRACT In questo scritto descriveremo lo stato dell’arte attuale del trattamento relativo la stimolazione transcutanea del nervo vago. Sempre più ricerche stanno dimostrando la potenziale utilità di questa interventistica clinica che, pur essendo non invasiva, riesce a manipolare efficacemente il funzionamento del nervo vago. Questo nervo, permettendo in maniera unica la comunicazione veloce tra la mente, il cervello e tutto il resto del corpo, rappresenta di fatto una modalità strategicamente cruciale per il trattamento di molti disturbi psicologici e fisiologici in un’ottica integrata. In this paper, we will describe the current state of the art of treatment related to transcutaneous vagus nerve stimulation. More and more research is demonstrating the potential usefulness of this clinical interventional procedure, which, while noninvasive, can effectively manipulate the functioning of the vagus nerve. This nerve, uniquely enabling fast communication between the mind, brain, and the entire rest of the body, is in fact a strategically crucial modality for the treatment of many psychological and physiological disorders from an integrated perspective. Il nervo vago rappresenta la principale connessione nervosa tra il cervello e tutto il resto del corpo e quindi risulta strategicamente importante dal punto di vista clinico nel trattamento di numerosi disturbi considerati generalmente psicologici o di natura più fisiologica/ medica. Nell’ottica integrata, scientifica ed olistica di benessere e salute umana, la manipolazione del nervo vago offre ampie potenzialità terapeutiche proprio perché questo nervo ha una funzione sistemica molto complessa che prevede la connessione con aspetti cognitivi, emotivi e motivazionali così come la gestione infiammatoria e la comunicazione con l’enorme ecosistema di microorganismi che colonizzano il nostro organismo: il microbiota. È noto che il cervello riceve informazioni dalle proiezioni afferenti del nervo vago (Liu et al., 2011). Queste fibre afferenti proiettano al nucleo tractus solitarius (NTS), nucleo che a sua volta proietta a diverse strutture, tra cui il locus coeruleus, la materia grigia periacqueduttale, il nucleo dorsale del rafe, il nucleo talamico paraventricolare, l’amigdala e il setto mediale (Brog et al., 1993; Van Bockstaele et al., 1999), il mesencefalo, l’ipotalamo, l’amigdala e il lobo frontale (Nomura et al., 1984; Carreno et al., 2016) e, sebbene non esista una proiezione anatomica diretta dal NST alla formazione dell’ippocampo (Castle et al., 2005), alcuni risultati suggeriscono che l’input vagale potrebbe passare attraverso l’NST e quindi raggiungere l’ippocampo probabilmente attraverso il successivo percorso multisinaptico (Broncel et al., 2018). In letteratura esistono numerose evidenze relative gli effetti positivi della stimolazione vagale nel trattamento della depressione maggiore resistente ai farmaci (Sackeim et al., 2001; Tabitha et al., 2020). Il nervo vagale ha un ruolo anche nella gestione dello stress, modula sia l’eccitabilità intrinseca dei neuroni PVN CRF (neuroni del fattore di rilascio della corticotropina nel nucleo paraventricolare dell’ipotalamo (PVN), sia la segnalazione GABAergica locale dell’asse HPA, ipotalamo-ipofisi-surrene (Keller et al., 2021). La letteratura scientifica, inoltre, è concorde nel ritenere il nervo vago parte integrante di un complesso sistema di comunicazione bidirezionale tra il cervello e il tratto gastrointestinale, il cosiddetto “asse cervello-intestino” (Breit et al., 2018), network di cui fanno parte anche il sistema nervoso simpatico (per mezzo dei gangli prevertebrali), quello endocrino, quello immunitario (Bonaz, 2017), e il microbiota intestinale. Tale sistema ha quindi la funzione di regolare l’omeostasi gastrointestinale e modulare alcune espressioni emotive e cognitive del cervello (Agnoletti, 2019; Carabotti et al., 2015). Nella definizione dell’“asse microbiota-intestinocervello-mente” (più ampia e corretta dal punto di vista epistemologico rispetto quella largamente condivisa di “asse intestino-cervello”) proposta da Agnoletti (Agnoletti, 2023), il nervo vago assume un ruolo unico e cruciale nel mettere in relazione tutte le dinamiche bio-psico-sociali che caratterizzano l’organismo umano. Alla luce di queste (ed altre) evidenze scientifiche è chiaro che “l’asse cervello-intestino” (o “l’asse microbiotaintestino-cervello-mente” nella proposta teorica di Agnoletti) stia diventando sempre più importante come bersaglio terapeutico sia per i disturbi gastrointestinali che per quelli psichiatrici, come la malattia infiammatoria intestinale (IBD) (Bonaz et al., 2017), la depressione (Evrensel et al., 2015), il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) (Leclercq et al., 2016; Sciocco et al. 2019) ed altre tipologie di disturbi (Mariano, 2023). In un recente studio condotto dal gruppo di Rei (Rei et al., 2021) si sono analizzati gli effetti del microbiota sulla memoria di animali anziani trovando che una minore attività vagale provocava una riduzione della funzionalità dell’ippocampo. Inoltre, l’evidenza che la stimolazione del nervo vago (VNS) porti ad un miglioramento mnemonico sia negli animali (Clark et al., 1995; Clark et al., 1998) che negli esseri umani (Clark et al., 1999; Sjögren et al., 2002), supporta l’idea che potrebbe essere anche un trattamento efficace per le malattie neurodegenerative associate al declino cognitivo (Rosso et al., 2020). Nei modelli murini la stimolazione del nervo vago (VNS) ha anche ottenuto risultati positivi per indurre una plasticità sinaptica mirata a facilitare l’estinzione dei comportamenti appetitivi e per ridurre le ricadute nelle dipendenze da droghe, in particolare cocaina (Childs, 2016) ed eroina (Liu et al., 2011). Una meta-analisi del gruppo di Ridgewell (Ridgewell et al., 2021) sulla stimolazione transcutanea del nervo vago (t-VNS) in giovani adulti sani ha riscontrato un effetto significativo, sebbene moderato, relativo al miglioramento delle prestazioni cognitive, specificatamente quelle esecutive. Il nervo vagale può essere influenzato anche dalla respirazione, dalla meditazione e dallo yoga, contribuendo alla resilienza e alla mitigazione dei sintomi dei disturbi dell’umore e dell’ansia (Breit et al. 2018). Ma l’intervento sul nervo vago può essere però effettuato, oltre che per mezzo di esercizi corporei, anche attraverso una tenue stimolazione elettrica. Il primo dispositivo per la stimolazione elettrica del nervo vagale (iVNS) richiedeva l’impianto chirurgico di elettrodi e uno stimolatore (Beekwilder et al., 2010). I dispositivi iVNS venivano suturati sotto la pelle del torace con una dissezione laterale del collo sinistro intrapresa per esporre il nervo vago cervicale sinistro e avvolgerlo attorno a un

Chirurgia della mano: tumori benigni. Case report su “Emangioma Capillare Lobulare”

Dott. Roberto Urso Ortopedia e Traumatologia Ospedale Maggiore di Bologna     ABSTRACT Il campo della chirurgia della mano è un settore estremamente vasto, così come può essere piccolo il segmento interessato. La mano e il polso sono costellati da una miriade di possibili lesioni e, quasi sempre, il pensiero va alla traumatologia. E cioè alle lesioni ossee, le lesioni tendinee o quelle vascolo-nervose che molto spesso vengono provocate da insulti traumatici di tipo motociclistico, sportivo o da infortuni lavorativi. Questa branca è, invece, anche interessata, seppur in forma minore, dalle lesioni di tipo neoplastico che, come i grandi segmenti o i tumori non visibili, vanno trattati con la stessa importanza e precisione. In questa sessione si parlerà di una neoplasia abbastanza rara, ma che spesso porta, nonostante la sua natura, a mal interpretazioni e spesso a indicazioni medico-chirurgiche non corrette. Vedremo, quindi, un case report inerente una neoformazione della famiglia degli emangiomi. Gli emangiomi: L’emangioma cutaneo è un neoplasia appartenente agli angiomi cutanei; è un tumore benigno che si sviluppa e cresce in modo autonomo e afinalistico dalle cellule endoteliali dei nostri vasi sanguigni e l’emangioma capillare appartiene a questa categoria, presentando quasi sempre come una macchia o “voglia” della pelle. Il suo sviluppo può essere sia precoce che tardivo; precoce perché spesso presente nel nascituro in forma di una o più piccole areole di color rosso vinaccia scuro, che il più delle volte tende a scomparire dopo poco tempo dalla nascita, i quali rappresentano circa il 30% degli emangiomi; tardivo, in quanto da piccola areola può, nel tempo, assumere dimensioni maggiori. Un emangioma tardivo può evolvere da semplice macchia rosso scura a massa molto più grande assumendo una consistenza paragonabile ad una piccola spugna, con crescita estremamente veloce raggiungendo spesso dimensioni fino a 6-8 cm. Hanno uno sviluppo che può essere sottocutaneo o extracorporeo. Nell’età adolescenziale il più delle volte tendono a regredire spontaneamente. E il trattamento molto spesso non è di tipo chirurgico, ma qui tratteremo una forma in paziente di mezza età sviluppatosi in modo assolutamente anomalo rispetto ai vari emangiomi che siamo abituati a vedere nelle nostre esperienze cliniche e in considerazione del fatto che le possibilità chirurgiche sono rare, in quanto la regressione della neoplasia è nella maggior parte dei casi, spontanea. Case report: Donna di circa 55-60 anni: al dito indice della mano destra presenza da anni di piccola macchia cutanea color rosso vinaccia di minime dimensioni, circa 2 mm di diametro. Nel corso di un tempo estremamente breve, circa 30- 35 giorni, la neoformazione ha iniziato una crescita esponenziale fino ad arrivare alla forma ovulare e di misura di circa 4 cm per 3 cm. La caratteristica più importante, oltre alla dimensione assunta in breve tempo, era l’aspetto di tipo lobato e la sua importante vascolarizzazione che lo portava al sanguinamento appena veniva toccato o grattato. Tant’è che la paziente si trovò costretta a mantenerlo sempre bendato sia per proteggersi dai sanguinamenti, sia per coprire una forma neoplastica avente un brutto aspetto. Un’altra caratteristica era la totale assenza di dolore e la perfetta funzionalità del dito della mano con una flesso-estensione assolutamente conservata ma che. Causa le dimensioni, portavano sempre al traumatismo dell’emangioma con relativo sanguinamento. Come si vede dalla figura 1 il quadro clinico che si presentò non era di bell’aspetto, con una dimensione importante, con un aspetto vascolarizzato e una crescita estremamente veloce. La paziente fu sottoposta a vari esami clinici e laboratoristici preparativi all’intervento, escludendo dalla anamnesi familiarità per malattie tumorali. E una valutazione anestesiologica determinò la scelta dell’anestesia di tipo plessico, invece che locale, in quanto una chirurgia applicata ad un segmento così piccolo imponeva una ischemizzazione di una porzione più alta della semplice mano, così che il campo chirurgico potesse essere esteso fino al gomito nel caso che si fosse reso necessario un approccio più vasto di quanto in realtà fu fatto. Sul campo chirurgico, con laccio alla radice dell’arto, si potè manovrare la neoplasia liberamente, senza rischi di sanguinamento attivo che avrebbero potuto compromettere la visione in toto dell’intervento. Sollevato il tumore ci si rese conto che lo stesso era cresciuto partendo da quella unica piccola macchia della pelle che la paziente aveva sempre avuto. Una vera e propria evaginazione di tessuto. La parte interessata era partente dal punto di passaggio del fascio vascolonervoso mediale del dito e, il rischio, era quello di una possibile interessamento del ramo sensitivo del dito. La enucleazione fu estremamente semplice e la zona di nascita del tumore fu cauterizzata e applicato solo un punto di sutura. Una normale medicazione fu posizionata a fine intervento e al risveglio dell’arto interessato non si ebbero danni di tipo neurologico. La neoformazione fu poi inviata al laboratorio per eseguire una biopsia mirata, la cui risposta fu di “emangioma capillare lobulato”, quindi una neoplasia benigna, asportata in toto e che non ha lasciato strascichi clinici alla paziente, la quale, dopo pochi giorni, ha ricominciato le sue ordinarie attività lavorative.

Uomini, rancore e vendetta: dov’è il perdono

Dott. ssa Annamaria Venere Sociologa Sanitaria; Criminologa Forense; Socio AICIS (Associazione Criminologi per l’Investigazione e la Sicurezza); Amministratore Unico: AV eventi e formazione, Catania; Direttore editoriale: Medicalive Magazine; annamariavenere.it   Relazione tra vendetta e rancore rispetto al perdono. La vendetta può essere definita come un comportamento intenzionale che mira a infliggere una punizione, fisica o psicologica, a qualcuno che ha causato, a sua volta, un danno o un’offesa. Sotto un profilo psicologico, pertanto, la vendetta è spesso motivata dalla rabbia, dalla frustrazione o dal desiderio di ripristinare la propria reputazione contro chi l’ha indebolita. Prima di esaminare la vendetta, però, è necessario analizzare il sentimento che ne sta alla base: il rancore. Per impedire che questi sentimenti possano comportare conseguenze penali, basterebbe allora il perdono. Il sentimento alla base della vendetta: il rancore Il rancore è un forte e persistente risentimento verso qualcuno che ci ha fatto del male o ci ha in qualche modo deluso. Spesso, è alimentato da un senso di iniquità o di offesa subita, che a sua volta conduce alla percezione di essere stati trattati male o di essere stati vittime di un’ingiustizia. Riguarda vari campi della vita, da quello lavorativo a quello amoroso, ma in ognuno di essi la persona che lo prova ha difficoltà a superare l’evento che l’ha scatenato: un individuo, infatti, è rancoroso nel momento in cui prova difficoltà nel perdonare chi lo ha ferito. Sotto un profilo sociale, di conseguenza, il rancore ha effetti negativi sulla capacità di mantenere relazioni sane e positive, anche perché chi nutre rancore èin genere emotivamente distante dagli altri (Socarides, 1996). Il sentimento del rancore, a causa del suo insinuarsi in modo ossessivo nella mente di chi lo prova, conduce, se non elaborato o superato, alla creazione di quello che potremmo definire un vero e proprio circolo vizioso. Ci si illude, in altre parole, che soltanto perpetuando un’azione concreta, che possa in qualche modo restituire all’altro ciò che ci ha fatto, esso si possa quietare. In questi casi, quando ovvero non si è in grado di superare il proprio rancore, ecco che compare il già accennato comportamento vendicativo. La dinamica comportamentale vendicativa In linea generale, la dinamica comportamentale della vendetta si compone di tre fasi. La prima fase è l’esperienza di una perdita o di un’offesa subitache, come accennato, può essere causata da un’azione o da un comportamento che viene percepito come ingiusto o lesivo dei propri interessi o bisogni. Questa fase può scatenare una serie di reazioni emotive, tra cui tristezza, frustrazione, rabbia e senso di ingiustizia, amplificando quelle provate con il nascente sentimento rancoroso. La seconda fase del processo di vendetta è invece la mancata gratificazione dei bisogni personali. In questa fase, il soggetto si sente ferito nell’orgoglio e nella dignità: il senso di frustrazione può portare a comportamenti aggressivi e distruttivi, volte a ripristinare l’equilibrio (emotivo) precedentemente infranto. Infine, la terza fase, prevede una liberazione di aggressività verso la presunta causa della perdita subita. Tale ultima fase comportail danneggiamento o la distruzione di ciò che viene considerato di proprietà o di valore per il colpevole, come le sue proprietà, il suo status o le sue ricchezze. La motivazione principale di questa fase è ripristinare l’equilibrio psicosociale attraverso il diritto e il dovere del soggetto leso di vendicarsi contro chi ha arrecato danno (Grillo, 2018). Più in particolare, l’obiettivo principale della vendetta è preservare la reputazione, comunicando all’offensore e agli osservatori un messaggio che affermi il proprio valore. A tal proposito, si è ha notato che le persone che subiscono atti aggressivi attribuiscono all’offensore la credenza che esse non meritino un trattamento migliore di quello ricevuto. La vendetta mira quindi a influire sul sistema di credenze dell’aggressore, cercando di modificare l’immagine che egli ha della vittima, da individuo insignificante a persona degna di rispetto. Un altro motivo, che giustificherebbe la vendetta è il desiderio di “dar lezione” all’offensore: la vendetta assume cioè un valore simbolico che ha lo scopo di convincere l’offensore che un certo comportamento non sarà più tollerato. La punizione inflitta dalla vittima ha, in definitiva, una funzione educativa e morale, insegnando che un certo comportamento non rimarrà impunito. In questo senso, la vendetta è simile alle punizioni impartite ai bambini per scoraggiare comportamenti socialmente riprovevoli, ma differisce dal “pareggiare i conti” perché il suo obiettivo è quello di insegnare una lezione morale, non di ottenere un risarcimento per l’offesa subita (Grillo, 2018; Socarides, 1996). Quali conseguenze psicosociali: c’è la possibilità di perdonare? Come abbiamo visto, il rancore e la vendetta portano solitamente a una escalation di violenza e conflitti, in cui gli interessi dei soggetti coinvolti diventano contrapposti, a qualsiasi livello li si vogliano analizzare: amore, lavoro, militare, politico. Vengono meno la percezione dell’individuo sulle relazioni interpersonali e sulla fiducia negli altri. In generale, la vendetta non è dunque un meccanismo sano per risolvere le dispute o le ingiustizie, ma piuttosto un modo per perpetuare lo scontro e la sofferenza. Se ne deriva che un simile comportamento vendicativo, può avere delle conseguenze sia psicologiche che sociali nella persona che lo attua e in quella che lo subisce, a volte anche gravi. Dal punto di vista psicologico, quando una persona non riesce a soddisfare i propri bisogni e subisce una perdita, può reagire in diversi modi in base al proprio livello di maturità. Chi è immaturo emotivamente potrebbe manifestare la frustrazione attraverso scatti di rabbia, comportamenti di isolamento, sentimenti di risentimento o una rigida chiusura emotiva. In particolare, la ferita all’orgoglio, in questi casi, può scatenare il desiderio di vendetta.Al contrario, una persona psicologicamente sana potrebbe affrontare la frustrazione per la perdita subita in modo diverso, ad esempio attraverso il perdono. In questo modo, si eviterebbe di cadere nel circolo vizioso dell’odio e del desiderio di rivalsa. È importante notare che l’eccesso patologico della vendicatività si verifica quando si passa dalla giusta punizione alla rappresaglia, ovvero quando si cerca di fare del male in modo eccessivo e ingiustificato alla persona che ha causato la perdita o il danno (Searles, 1996). Sotto

Il Beta-glucano, fibra solubile dell’orzo: una medicina naturale per reni e cuore

  Dr. Francesco Pisani Medico Chirurgo; Specialista in Medicina Generale e di Famiglia. Specialista in Dietologia e Nutrizione clinica. Specializzando in Anestesia e Rianimazione, Terapia Intensiva e del Dolore, Potenza   Abstract Una gran quantità di evidenze scientifiche sta gettando nuova luce sulla relazione tra corpo umano ed il super-organismo simbionte ospitato nel suo intestino, sia in condizioni di salute che di patologia esistente. Esso gioca un ruolo centrale nel complesso meccanismo di funzionamento dell’organismo umano: contribuisce allo sviluppo del sistema immunitario, al ricavo energetico supplementare a partire da carboidrati complessi indigeribili, così come ha un ruolo sempre più emergente in diverse patologie, come insufficienza renale cronica (CKD), obesità, diabete e malattie cardiovascolari (CVD), che mostrano una disbiosi, ossia una disregolazione morfologica e funzionale del microbiota. Il legame molecolare di tutto questo è il metabolismo microbiotale: prevalentemente suddiviso in via proteolitica e saccarolitica, la salute si ha quando è maggiormente shiftato verso la seconda, infatti questa favorisce il rilascio di acidi grassi a catena corta (SCFA), con azione immunomodulante, antinfiammatoria e genericamente benefica. Viceversa la via proteolitica è associata al rilascio di metaboliti tossici, p-cresilsolfato (p-CS) e inndossilsolfato (IS), normalmente escreti dai reni, emergenti come principali tossine uremiche, accumulate nel sangue quando la funzionalità renale si riduce, come in CKD (dove sono riconosciuti come promotori flogistici), complicanze cardiovascolari e patologie progressive. I β – glucani dell’orzo riducono il p-cresilsolfato, promuovono uno shift saccarolitico nel metabolismo del microbiota intestinale, migliorando la funzionalità cardiovascolare e renale in soggetti in salute. Le strade della salute passano sempre più dalla via dell’alimentazione, ma servono piani economici e finanziamenti per sviluppare un settore che può diventare strategico. La nutraceutica è la nuova frontiera della ricerca scientifica, nonché una scienza interdisciplinare, che fa dell’applicazione clinica e pre-clinica il suo punto di forza. Scopriamo di cosa si tratta… I nutraceutici sono sostanze normalmente derivate da piante, alimenti e fonti microbiche, che possono essere assunte sia sotto forma di alimento “naturalmente nutraceutico” sia di alimento “arricchito” di uno specifico principio attivo. E’ possibile assumerli anche sotto forma di integratori alimentari in formulazioni liquide, compresse o capsule. La sedentarietà tipica del Mondo Occidentale nei giorni nostri, l’evidenza scientifica circa il ruolo della dieta sull’incidenza di patologie cardine nella mortalità nei Paesi industrializzati (accidenti cardiovascolari e neurovascolari, malattia renale cronica, diabete, tumore), hanno contribuito a consentire lo sviluppo dei FunctionalFoods: essi hanno la capacità, scientificamente testata, di influire positivamente su una o più funzioni fisiologiche, preservando o migliorando lo stato di salute, e riducendo il rischio delle malattie suddette. La Fibra Alimentare ha assunto un ruolo di rilievo nella dietoterapia; essa compone strutturalmente gli alimenti di origine vegetale, è priva di un valore energetico-nutrizionale significativo, perché costituita da carboidrati complessi, quindi non digeribili. Consiste principalmente in due tipologie: solubile ed insolubile. La prima è principalmente presente negli ortaggi a foglia verde, con effetto drenante e pro-cinetico, senza influenza alcuna sul metabolismo lipo-glucidico. La seconda, di particolare interesse per lo studio che sto per andare a spiegare, è presente principalmente in frutta e verdura, legumi, cereali, quindi nelle farine, alle quali oggi è rivolto grande interesse, come vettori di nutraceutici, per il loro uso plastico e diffuso in tutto il mondo. Avena ed orzo soprattutto, sia naturalmente, che nella formulazione arricchita in β-glucano, presentano una spiccata azione ipocolesterolemizzante, ipoglicemizzante ed antinfiammatorio-antiedemigena. Per queste sue proprietà, prestiamo attenzione a questa interessantissima fibra alimentare solubile, il β-glucanoche fa ben sperare nel presente e nel futuro nella ricerca medico-scientifica, per le sue applicazioni nella prevenzione e (forse) nella cura di aterosclerosi e malattia renale cronica. Ma prima, analizziamo insieme come e dove si estrinseca la sua azione: concentrata essenzialmente sul sistema gastro-enterico, essa si sviluppa contemporaneamente su più livelli: nello stomaco e piccolo intestino (tenue), assorbe acqua, grazie alla sua elevata idratabilità, formando una sostanza gelatinosa che aumenta il volume del contenuto gastrico, con senso di sazietà più precoce e svuotamento gastrico più ritardato; conseguentemente, a livello del tenue, l’assorbimento dei macronutrienti viene dilazionato nel tempo, per effetto del rallentato svuotamento gastrico e della viscosità della fibra, quando a contatto con acqua, che “sequestra” nutrienti, rallentando l’azione digestiva degli enzimi litici del pancreas. A livello gastro-endocrino (pancreas endocrino, esocrino, fegato, tessuto adiposo), il β-glucanocontiene il picco-insulinico post-prandiale e stimola la produzione di leptina (l’ormone della sazietà), a livello adipocitico, potenziando il senso di sazietà generato dalla maggiore volumizzazione gastrica post-prandiale e dal ritardato svuotamento. Inoltre lega gli acidi biliari (prodotti dal fegato, e deputati nell’emulsionamento, quindi assorbimento dei grassi) neutralizzandoli, ed inibendo così l’assorbimento di grassi, eliminati tramite le feci. Infine, agisce a livello del grande intestino (crasso), tramite la sua tendenza alla fermentescibilità parziale o totale, da parte della flora batterica ivi presente; questo garantisce una selezione della popolazione batterica, in senso positivo, garantendo un microbiota qualitativamente migliore di chi non assume β-glucano (motivo per cui quest’ultimo è da considerarsi anche come pre-biotico). Chiarito la sua azione a livello del nostro organismo, condividerò nella maniera più semplice e chiara possibile, i contenuti di uno studio, da me condotto insieme alle equipe della U.O.C. di Cardiologia e di Nefrologia del Policlinico di Bari, e portato come Tesi di Laurea Magistrale in Medicina e Chirurgia, nel Dicembre del 2017. E’ uno studio di coorte, in cui sono stati reclutati, 28 soggetti in salute e onnivori, tra i 30 e 70 anni, BMI tra il 18.5 e 24.9, ai quali veniva somministrata giornalmente, per 60 giorni, una quantità di 100 g di pasta, a base di farina d’orzo arricchita conβ-glucano, per un equivalente di 3 g/die. Al tempo T0 (visita preliminare al trattamento) e T1 (visita a posteriori), sono stati rilevati parametri antropometrici (altezza, peso, BMI), entità della vasodilatazione (tramite la valutazione della vasodilatazione flusso-mediata nella arteria brachiale), analizzati campioni ematici per la valutazione dell’andamento di colesterolo totale, colesterolo – LDL, colesterolo – HDL, emoglobina glicata – HbA1C, glicemia, stress ossidativo (tramite l’analisi dei livelli sierici di 8 – ossi – D – glucosio) e pentrassina 3 (PTX 3), nonché di cresolo ed indolo, marcatori

Benefici dell’Attività Fisica Adattata (A.F.A.) nei confronti di emorroidi e patologia emorroidaria

Dott. Carmelo Giuffrida Dottore in Scienze e Tecniche delle Attività Motorie Preventive e Adattate. Docente incaricato all’insegnamento di “Attività Fisica Adattata” presso il Master Universitario di I° Livello in “Posturologia Clinica e Scienze dell’Esercizio Fisico”, Università degli Studi di Catania     Sintesi La disfunzione del pavimento pelvico coinvolge l’attività o la funzione anomala esercitata dai muscoli che costituiscono la regione pelvica. Si riferisce a un’ampia costellazione di sintomi e cambiamenti anatomici correlati alla funzione anormale della muscolatura del pavimento pelvico. L’Attività Fisica Adattata (A.F.A.) è fortemente efficace sulle disfunzioni pelvi-perineali poiché contrasta l’ipocinesia, consente di cambiare lo stile di vita correggendo le anomalie e i vizi, permette di migliorare la qualità della vita, incrementa l’autonomia personale. In realtà, assume tono di importante mezzo per la prevenzione di patologie e mantenere un buono stato di salute. Rappresenta il trattamento più idoneo nell’ambito delle disfunzioni perineali quando, ormai, è stata superata la fase acuta e non si necessita della prescrizione di un trattamento in specifico ambiente sanitario.  Abstract  Gli aspetti clinici della disfunzione del pavimento pelvico possono essere urologici, ginecologici o colorettali e, frequentemente, sono correlati. Il pavimento pelvico è una combinazione mio-fasciale multipla con inserzioni legamentose che creano una cupola diaframmatica attraverso l’uscita pelvica ossea. Questo complesso si estende anteriormente, dal pube al sacro/coccige nella regione posteriore; bilateralmente si colloca in corrispondenza delle tuberosità ischiatiche. La maggioranza della muscolatura pelvica è costituita dall’elevatore dell’ano. I muscoli del pavimento pelvico svolgono diverse funzioni: Supportano gli organi pelvici e il contenuto intra-addominale; Coadiuvano la continenza di urina e feci; Contribuiscono alle funzioni sessuali dell’eccitazione e dell’orgasmo. Un’ampia varietà di condizioni è attribuibile alla disfunzione del pavimento pelvico a causa di ipertonicità, ipotonicità, perdita del supporto pelvico o preoccupazioni contrastanti. Le emorroidi rappresentano una costituente considerevole dell’Anatomia e nella Fisiologia del canale anale. Quando il tessuto emorroidario si manifesta attraverso varie sintomatologie che vanno dal sanguinamento, al prolasso e al dolore, si determina la malattia emorroidaria. Tale condizione gastro-intestinale patologica è mastodonticamente frequente e, la maggior quantità delle persone, ad un certo momento della propria vita, ne viene interessata. I fattori che contribuiscono all’aumento dell’incidenza di emorroidi sintomatiche, nella multifattorialità, includono le predisposizioni individuali (familiarità), fattori alimentari, condizioni che indeboliscono il tessuto di supporto come l’incremento della pressione intra-addominale, condizioni ormonali connessi alla gravidanza e gli sforzi per sollevamenti di carichi meccanici, componenti psicologiche. Sebbene il numero di persone che utilizza con regolarità l’attività fisica per ottenere benessere rimane troppo basso, il movimento svolge un ruolo determinante per la salute dell’essere umano tanto sull’efficienza del corpo quanto quello psicologico. In pratica, quando il soggetto ha ormai stabilizzato la sua patologia, nella fase di mantenimento o come trattamento preventivo nei casi a maggiore rischio, o se si è instaurata una cronicità della patologia, l’Attività Fisica Adattata (A.F.A.) fornisce un valido aiuto. La salute del pavimento pelvico è di fondamentale importanza per l’intera durata della vita! Abstract Clinicalaspects of pelvicfloordysfunction can be urological, gynecological, or colorectal, and are frequentlyrelated. The pelvicflooris a multiple myofascial combination with ligamentousinsertionsthat create a diaphragmatic dome through the pelvic bone exit. This complex extendsanteriorly, from the pubis to the sacrum/coccyx in the posteriorregion; bilaterallyitisplaced in correspondence of the ischialtuberosities. The majority of the pelvicmusculatureconsists of the anus lift. Pelvicfloormusclesperformseveralfunctions: They support the pelvicorgans and intra-abdominalcontent; Assist in the continence of urine and faeces; Theycontribute to the sexual functions of arousal and orgasm. A wide variety of conditions isattributable to dysfunction of the pelvicfloor due to hypertonicity, hypotonicity, loss of pelvic support or conflictingconcerns. Hemorrhoidsrepresent a considerableconstituent of the Anatomy and Physiology of the anal canal. Whenhemorrhoidaltissuemanifestsitselfthroughvarioussymptomatologyranging from bleeding, to prolapse and pain, hemorrhoidal disease isdetermined. Factors contributing to the increase in the incidence of symptomatichemorrhoids, in multifactoriality, include individualpredispositions (familiarity), dietary factors, conditions thatweaken the supporting tissuesuchasincreased intra-pressure abdominal, hormonal conditions related to pregnancy and efforts to lift mechanicalloads, psychologicalcomponents. Although the number of peoplewhoregularly use physical activity to achievewell-beingremainstoo low, movementplays a decisive role for the health of the human beingboth on the efficiency of the body and psychological. Although the number of peoplewhoregularly use physical activity to achievewell-beingremainstoo low, movementplays a decisive role for the health of the human beingboth on the efficiency of the body and psychological. In practice, when the subject hasnowstabilizedhispathology, in the maintenance phase or as apreventive treatment in casesatgreater risk, or if a chronicity of the pathologyhasestablished, the Adapted Physical Activity (A.F.A.) providesvaluable help. The health of the pelvicflooris of paramountimportance for the entirelifespan! La disfunzione del pavimento pelvico coinvolge l’attività o la funzione anomala esercitata dai muscoli che costituiscono la regione pelvica. Si riferisce a un’ampia costellazione di sintomi e cambiamenti anatomici correlati alla funzione anormale della muscolatura del pavimento pelvico. Nel complesso, si evidenza il ruolo del team inter-multi-professionale e pluri-disciplinare, sia nella valutazione che nella gestione dei soggetti che mostrano disfunzionalità. La funzione disordinata corrisponde all’aumento dell’attività (ipertonicità) o alla diminuzione dell’attività (ipotonicità) o alla coordinazione inappropriata dei muscoli del pavimento pelvico. Le alterazioni relative al supporto degli organi pelvici sono note come “prolasso degli organi pelvici”. Gli aspetti clinici della disfunzione del pavimento pelvico possono essere urologici, ginecologici o colorettali e, frequentemente, sono correlati. Un altro metodo per compartimentalizzarne gli elementi è quello di localizzarne le regioni anatomiche: – anteriore: uretra/vescica, – media: vagina/utero, – posteriore: ano/retto. Anatomia Il pavimento pelvico è una combinazione mio-fasciale multipla con inserzioni legamentose che creano una cupola diaframmatica attraverso l’uscita pelvica ossea. Questo complesso si estende anteriormente, dal pube al sacro/coccige nella regione posteriore; bilateralmente si colloca in corrispondenza delle tuberosità ischiatiche. La maggioranza della muscolatura pelvica è costituita dall’elevatore dell’ano. Didatticamente, questo muscolo si suddivide in: – pubo-rettale, avvolgendosi come un’imbragatura attorno alla giunzione anorettale, accentua l’angolo anorettale durante la contrazione e fornisce un contributo primario alla continenza fecale. – pubo-coccigeo, rappresenta la componente più mediale che si separa; modella lo iato dell’elevatore con aperture per l’uretra, la vagina (femmine) e l’ano. – ileo-coccigeo. L’elevazione e il supporto degli organi pelvici sono associati a questi ultimi due fasci muscolari. I muscoli bulbo-spongioso e ischiocavernoso sono i