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Immobilità prolungata: a Montecatone percorso riabilitativo frutto della reale collaborazione tra operatori, pazienti e familiari

immobilità prolungata

L’immobilità prolungata di un paziente affetto da trauma o malattia ha conseguenze che si riverberano rapidamente su più apparati. Apparati locomotore, della cute, gastroenterico, cardiovascolare e cognitivo psicologico con danni sensoriali, motori e cognitivi tali da determinare una sindrome da immobilità. Sindrome che può esitare, nel lungo termine, nella perdita permanente di alcune abilità motorie. È attivo in tal senso, da alcune settimane, al Montecatone R.I., grazie a una collaborazione con le Aziende USL di Bologna e Imola, l’IRCCS Istituto delle Scienze Neurologiche di Bologna e strutture del Consorzio Colibrì (O.P.A. Santa Viola e Villa Bellombra) all’interno di un accordo di area metropolitana, un ambulatorio multi-specialistico per la valutazione e il trattamento dei disturbi muscolo scheletrici secondari dopo grave cerebrolesione acquisita e mielolesioni (cosiddetti “secondarismi”). Alle attività dell’ambulatorio di alta specialità concorrono congiuntamente specialisti fisiatri e ortopedici. L’Hub chirurgico ortopedico è condotto da Luca Gaiani dell’Ortopedia AUSL di Imola. «Il punto di partenza del percorso riabilitativo, in cui è necessario prevenire e contenere le alterazioni muscolo scheletriche favorendo la partecipazione e l’interazione del Paziente” Lo spiega Pamela Salucci, direttore dell’Unità Operativa Gravi Cerebrolesioni Acquisite. “E’ riconoscere i danni che si instaurano a seguito di un trauma o una malattia». Ma è solo grazie all’alleanza tra operatori, Paziente e familiari che è possibile immaginare un percorso riabilitativo efficace contro l’immobilità prolungata perché «l’adesione della famiglia al programma – argomenta Salucci – ha dimostrato un migliore outcome alla dimissione». Nella concretezza viene sottoscritto il Patto di cura tra le parti che sancisce un accordo di collaborazione reciproca necessaria alla creazione dell’ambiente terapeutico idoneo al percorso riabilitativo della persona ricoverata. Le attività specifiche del percorso riabilitativo dell’Immobilità prolungata, annoverano, anche, diagnosi e cura per i severi secondarismi muscolo scheletrici Inoltre anche deformità conseguenti alle condizioni di severo incremento del tono muscolare e di deficit motorio e posturale da causa neurologica che spesso sono causa secondaria di limitazione funzionale e di disabilità, nonché di riduzione sensibile dei risultati ottenibili con l’intervento riabilitativo. «Le opzioni terapeutiche per l’immobilità prolungata – aggiunge Salucci – coprono un range di competenze specialisticihe piuttosto differenziato: la chirurgia ortopedica funzionale, eventuali approcci di neurochirurgia funzionale, la neuro-modulazione transcranica, la neurolisi chimica loco-regionale, l’impianto di infusori intratecali di farmaci ed altri ancora. Idem dicasi per le necessarie risorse diagnostiche integrative, che sono molteplici (elettromiografia, ecografia, elettroneurografia)». Un contesto multidisciplinare che, sempre secondo Salucci, «assume un rilievo particolare qualitativo e quantitativo nelle condizioni di disabilità da causa neurologica per evento acquisito cerebrale o spinale».

Bambino con leucemia salvo dagli effetti collaterali Car-T

Car-T

Bambino Gesù: Bambino con leucemia salvo dagli effetti collaterali del Car-T. Primo caso al mondo con tecnica della depurazione del sangue La terapia ha contrastato gli effetti collaterali infiammatori e potenzialmente letali della terapia Cart-T per il trattamento dei tumori del sangue. Per la prima volta al mondo una terapia sperimentata dall’Ospedale Bambino Gesù (Opbg). Consiste nella depurazione del sangue del paziente (Aferesi). Al Bambino Gesù, un bimbo con leucemia acuta, in terapia intensiva per gli effetti collaterali della terapia Car-T, è stato trattato con Aferesi con successo e dimesso dalla terapia intensiva dopo 15 giorni. Lo studio dell’Opbg è pubblicato su Critical Care Explorations. Il primo caso clinico al mondo di paziente leucemico trattato con la terapia aferetica di depurazione del sangue è annunciato dalle aziende Aferetica (PMI del biomedicale) e CytoSorbents Corporation (società statunitense leader nei sistemi salva-vita). Viene utilizzato un particolare filtro per la depurazione del sangue (CytoSorb) in associazione all’immunoterapia con cellule Car-T. Consiste nel manipolare geneticamente le cellule del sistema immunitario, i linfociti.  Questo per renderle capaci di riconoscere e attaccare il tumore. L’obiettivo è contenere le complicanze di questa terapia, considerata la nuova frontiera nella lotta ai tumori del sangue. Il piccolo paziente del Bambin Gesù, affetto da una grave forma di leucemia acuta, è stato trattato dal team della Terapia Intensiva d’Urgenza e Oncoematologia pediatrica. La leucemia acuta rappresenta la forma più diffusa in età pediatrica: a livello nazionale si contano circa 400 nuovi casi l’anno. La pubblicazione dello studio di Gabriella Bottari e dei suoi colleghi dell’Opbg suggerisce che l’uso dell’Aferesi. Questo combinato con la terapia Car-T può rappresentare una soluzione promettente. In primis per controllare le complicanze causate da questa terapia antitumorale, senza inficiarne in alcun modo l’azione. Attualmente, l’immunoterapia con cellule Car-T rappresenta la nuova frontiera per il trattamento dei tumori del sangue refrattari alla chemioterapia. Nel 25% dei pazienti trattati – sia in ambito pediatrico sia adulto – si sviluppano però gravi effetti collaterali. Uno di questi è la cosiddetta Cytokine Release Syndrome (CRS). La CRS è Caratterizzata da una risposta infiammatoria incontrollata e potenzialmente letale. Sino ad oggi, questa grave sindrome è trattato con farmaci che non sempre riescono però a controllare lo stato infiammatorio, oltre a sopprimere il sistema immunitario e aumentando il rischio di infezione grave. Il team del Bambin Gesù ha deciso quindi – in questo caso grave – di ricorrere alla terapia aferetica, con l’obiettivo di depurare il sangue del paziente, tutto questo senza compromettere il sistema immunitario. Lo studio attesta che il paziente è salvo e dimesso dalla terapia intensiva, dopo 15 giorni.

Gli over 65 di oggi sono giovanissimi dentro

over 65

Studio, navigano su internet e apprezzano la società globale. Sono i nuovi over 65. Si può essere millennials dentro anche se si è in età di pensione. Hanno più di 65 anni, ma il loro stile di vita sembra infatti proprio quello dei giovanissimi. Perché giovani si è dentro.  Più della metà (il 54%) si sente del tutto a proprio agio nella società globale: il 79% dedica almeno un’ora della settimana a navigare in internet. Scelgono la Tv (la guarda frequentemente il 54%) e le attività di tipo religioso (solo il 15% dedica almeno un’ora della settimana). Sono informati(l’87%), hanno molti hobby e voglia di mettersi alla prova su cose nuove(78%). Il 38% di loro vorrebbe possedere sistemi di domotica controllabili da smartphone. Il 47% si interessa alle nuove mode e tendenze, ma in generale sono orgogliosi della loro autonomia. Bassa è però la fiducia per le banche e il loro servizi (58%). Sono questi alcuni dei dati che emergono dalla ricerca Swg per il “Grey Scale Economy Lab”, un progetto promosso da Havas Pr per l’istituzione di un osservatorio e un laboratorio di studio e ascolto relativo agli over-65. Secondo Riccardo Grassi, coordinatore dell’indagine per conto di Swg, si tratta di una “generazione attiva che si sente giovane e desiderosa di esplorare la nuova era digitale”. “E’ una generazione molto lontana dagli stereotipi consolidati – aggiunge – ma che dopo avere affrontato la rivoluzione culturale del 1968 durante la propria giovinezza è pronta a rimettersi in gioco e a rispondere alla sfida della società digitale”.

Test per diagnosi Coronavirus in soli 40 minuti

SIPPS

La Hong Kong University of Science and Technology ha messo a punto un test che consente di effettuare la diagnosi di positività al coronavirus in soli 40 minuti. Al momento si tratta del più veloce dispositivo di rilevamento per il virus a livello mondiale e si basa sulla biotecnologia molecolare. Con la tecnologia attuale, infatti, la diagnosi richiede da 1,5 a tre ore di tempo. Il dispositivo ha ottenuto la certificazione internazionale CE ed è qualificato, rende noto l’Università, per l’esportazione in tutta la Ue. Il dispositivo si avvale delle più recenti tecnologie a chip microfluidi. Il team di ricercatori è guidato dal proifessor Wen Weijia del dipartimento di Fisica della Hong Kong University of Science and Technology. Il team ha avviato la propria ricerca subito dopo aver ottenuto la sequenza genomica del nuovo coronavirus lo scorso 20 gennaio. Ha messo a punto il kit diagnostico in una settimana. Il dispositivo è già in uso presso i Centers for Diseases Control and Prevention nelle città cinesi di Shenzhen e Guangzhou. E’ composto da un set leggero e portatile, adatto alle diagnosi veloci in loco come, ad esempio, nei siti di quarantena, dogane o negli aeroporti.

La vita di coppia è indispensabile per l’evoluzione della società

vita di coppia

La vita di coppia è stata cruciale per l’evoluzione della società E’  stato un passaggio intermedio tra la vita solitaria a quella di gruppo: lo indica la ricerca pubblicata sulla rivista Science Advances dall’Università del Texas a San Antonio. Pubblicata sotto la guida dell’antropologo italiano Luca Pozzi. Insieme all’Istituto Leibniz per la ricerca sui primati ha studiato 326 specie di questi animali basandosi sulla vita di coppia. “Abbiamo cercato di capire come i primati abbiano aderito alla vita di gruppo, con relazioni sociali molto complesse. Tra queste c’è anche la vita di coppia, che dal punto di vista evolutivo non ha molto senso, è un po’ un paradosso nei mammiferi perché i maschi potrebbero avere un maggior tasso di riproduzione se non si legassero ad una sola femmina”, spiega Pozzi all’ANSA. Tra i mammiferi, i primati e i carnivori sono quelli con il più alto numero di specie che vivono in coppia. Circa la metà di tutte le specie di primati vive in gruppo e il 20% in coppia, mentre il resto da solo. “Abbiamo testato diverse teorie elaborate in passato per ricostruire la loro struttura sociale nel tempo. Capire la transizione dalla vita in solitaria a quella in gruppo e di coppia”, prosegue il ricercatore. E’ emerso così che la teoria più coerente con i dati indica la vita di coppia è un passaggio intermedio verso il sistema più complesso della vita di gruppo. “Le femmine si distribuiscono dove ci sono le risorse per vivere. Se sono molto lontane tra loro, il maschio non potrà monopolizzarne più di una. Facendo quindi coppia con una sola – rileva Pozzi – otterrà un maggior vantaggio riproduttivo”. In diverse specie di primati accade inoltre che le femmine si associno con altre della loro famiglia perché in questo modo rimangono in una zona le cui risorse sono notte e hanno un aiuto nell’accudire la prole. “La vita di coppia – conclude – ha quindi funzionato come transizione verso la maggiore complessità del gruppo”.

Concluso a Milano Master Universitario in Fisioterapia e Riabilitazione Respiratoria

Master Universitario in Fisioterapia e Riabilitazione Respiratoria

Si è concluso nei giorni scorsi a Milano, con la discussione delle tesi di laurea di diciotto fisioterapisti, la tredicesima edizione del Master Universitario in Fisioterapia e Riabilitazione Respiratoria. Un percorso formativo-professionalizzate nel settore sempre più dinamico e richiesto della riabilitazione respiratoria. Le tesi presentate dai partecipanti all’Edizione 2018-2019 del Master – tutte presentate con riscontri lusinghieri da parte della commissione giudicante – hanno coperto i molteplici ambiti della fisioterapia respiratoria, concentrandosi sull’aderenza alle terapie ed ai programmi di riabilitazione, analizzando gli aspetti di collaborazione e multidisciplinari del percorso riabilitativo, affrontando i vasti temi dei disturbi respiratori nel sonno e della BPCO, e inoltrandosi sul terreno complesso e multiprofessionale della stesura dei protocolli di riabilitazione. Avviato nel 2005, il Master Universitario in Fisioterapia e Riabilitazione Respiratoria ha sede presso l’Università degli Studi di Milano / Fondazione IRCCS Cà Granda, Ospedale Maggiore Policlinico all’interno del Dipartimento di Fisiopatologia Medico Chirurgica e dei Trapianti, U.O.C. Chirurgia Toracica e Trapianti di Polmone. E’ coordinato scientificamente dal Professor Mario Nosotti (Chirurgia toracica e trapianti di Polmone, Policlinico di Milano). “Il piano di studi affrontato dai partecipanti al Master è decisamente impegnativo – sottolinea Emilia Privitera, coordinatrice del Master e fisioterapista presso la Fondazione IRCCS Ca Grande, nonché componente del Direttivo di ARIR, l’Associazione Riabilitatori dell’Insufficienza Respiratoria – perché prevede l’acquisizione di 60 Crediti Formativi Universitari con conseguimento del titolo di ‘specialista’ con l’obiettivo di preparare fisioterapisti esperti nella fisioterapia e riabilitazione delle patologie respiratorie secondo le diverse modalità di intervento: pulmonary rehabilitation, disostruzione bronchiale, ventilazione meccanica invasiva e non, esercizio fisico, educazione e counseling, attraverso un iter didattico teorico e pratico d’eccellenza che fonda la sua principale motivazione nella radicale trasformazione del contesto nel quale opera il fisioterapista respiratorio”. L’obiettivo del Master fin dalla sua nascita è la formazione di fisioterapisti esperti nelle tecniche di fisioterapia e riabilitazione del respiro, attraverso un iter didattico teorico e pratico di eccellenza che fonda la sua principale motivazione nella trasformazione del contesto nel quale opera il fisioterapista respiratorio. Negli ultimi anni si sono sviluppati numerosi campi d’applicazione per questa disciplina, grazie al suo sviluppo tecnologico e scientifico; ciò ha reso sempre più necessaria la presenza di professionisti con competenze specifiche, capaci di prendere in carico soggetti affetti da patologie respiratorie croniche ed acute, di elaborare programmi educazionali e partecipare all’home care. Il piano di studi del Master, messo a punto grazie alla consolidata collaborazione tra Università degli Studi di Milano, ARIR e Fondazione I.R.C.C.S. Cà Granda Ospedale Maggiore Policlinico, ha portato ad oggi alla formazione qualificata di 234 fisioterapisti a dimostrazione della capacità di formare professionalità in questo settore sempre più decisivo per la qualità della vita dei pazienti. Il contenuto formativo del Master ha offerto ai partecipanti delle scorse edizioni la possibilità di acquisire e potenziare conoscenze e competenze indispensabili allo svolgimento dell’attività del Fisioterapista Respiratorio, di confrontare le proprie precedenti esperienze professionali ed anche, per alcuni di essi, di avere interessanti e nuove opportunità occupazionali. Il Master prevede non solo lezioni e didattica frontale, ma anche un tirocinio formativo di sei settimane con la guida di tutor presso ospedali d’eccellenza in molte regioni italiane. “L’esperienza che stiamo conducendo con il Master è unica in Italia e sta diventando riferimento per l’intero settore”, sottolinea Marta Lazzeri, Presidente dell’ARIR, “Il Master sta infatti preparando con continuità numeri sempre più importanti di fisioterapisti, operatori che siano in grado di unire oggi la competenza professionale alla capacità di relazionarsi agli altri professionisti del settore, con tutto vantaggio dei pazienti e dei loro più diretti caregiver famigliari. L’esperienza che stiamo conducendo da ormai 13 anni è giudicata così positivamente da tutti i soggetti accademici e professionali coinvolti, che la prossima edizione vedrà un ampliamento dei suoi contenuti formativi, prendendo la definizione di Master Universitario in Fisioterapia e Riabilitazione Respiratoria ”

Si migliora l’ attività fisica ascoltando musica ad alto volume

attività fisica

Ascoltare Taylor Swift, Green Day o Caro Emerald, o comunque musica con alto ritmo, può dare la spinta necessaria ad alzarsi dal divano e a riprendere un sano stile di vita con l’ attività fisica. E’ l’esito di una ricerca pubblicata su Frontiers in Psichology e condotta dall’università di Verona;l’attività fisica migliora con la musica. La ricerca vede co-autore Luca Paolo Ardigò, docente di Metodi e didattiche delle attività sportive, del dipartimento di Neuroscienze, biomedicina e movimento. Dipartimento dell’Università di Verona, diretto da Andrea Sbarbati. Lo studio si è svolto in collaborazione con Vittoria Maria Patania, Drazen Cular e Alen Miletic, dell’università di Spalato (Croazia). Infine da Johnny Padulo, dell’università di Milano, Enzo Iuliano e Andrea De Giorgio, dell’università degli studi eCampus di Novedrate. Ascoltando brani con 170-190 battiti per minuto (bpm) è possibile migliorare la resa dell’attività fisica.  faticando meno e dando il meglio di sé. Grazie alla giusta musica allenarsi può diventare molto più piacevole ed efficace. In particolare, un certo tipo di ritmo incrementa i benefici degli allenamenti e riduce la percezione dello sforzo fisico. La scelta della musica è, infatti, molto soggettiva e si basa su preferenze individuali o culturali, ma la ricerca ha stabilito che la musica ideale per allenarsi è quella ad alto ritmo, soprattutto quando si praticano esercizi di endurance come la camminata, oppure quando ci si allena con esercizi di alta intensità come il sollevamento pesi. I ricercatori di Verona hanno sperimentato l’effetto del tempo musicale su 19 donne che eseguivano un allenamento di resistenza (camminata su un tapis roulant) o esercizi ad alta intensità (leg press) in quattro differenti condizioni: in silenzio, con una musica a bassa frequenza (90-110 bpm), a media (130-150 bpm) o ad alta frequenza (170-190 bpm). Altri parametri sono la forza massima, la percezione dello sforzo richiesto dall’esercizio e la frequenza cardiaca Partendo dal presupposto che più è alta più l’esercizio è vantaggioso per la forma fisica. Si punta a studiare un campione più vasto mentre altri possibili sviluppi riguardano altri aspetti come il genere musicale, la melodia o i testi.

Darwin, oggi si celebra la teoria dell’Evoluzione

darwin

Con il Darwin Day il mondo celebra il 12 febbraio la nascita del papà della teoria dell’Evoluzione, Charles Darwin, per ispirare le persone a riflettere sui valori della ricerca scientifica e del pensiero razionale e sulla loro importanza per la società. A dispetto dei sui anni, la teoria pubblicata nel 1859, “è ancora giovane e attualissima”, dice all’ANSA Carlo Alberto Redi, direttore del Laboratorio di Biologia dello Sviluppo dell’Università di Pavia. Giorno dopo giorno, aggiunge “emerge sempre più chiaramente la sua profonda validità a qualunque livello di organizzazione del sistema vivente, anche a livello cellulare. Oggi, per esempio, gli oncologi parlano in termini darwiniani di selezione delle cellule tumorali; nella biologia sappiamo che le staminali progenitrici attuano strategie darwiniane di selezione delle cellule più capaci di andare avanti”. Centinaia di conferenze, dibattiti ed eventi in università, musei, laboratori di tutto il mondo, Italia compresa, festeggeranno il compleanno di Darwin. Molte le iniziative da Nord a Sud, come l’evento in programma al Museo di Storia Naturale di Milano sul ruolo delle estinzioni nell’evoluzione; gli appuntamenti di Trento, dove nel Museo delle Scienze (Muse) sono previsti un aperitivo per parlare di corteggiamento tra animali e di selezione sessuale e lo spettacolo “Belle bestie”, storie musicate per raccontare la bellezza degli animali; a Bologna il Darwin Day dura fino al 5 marzo con conferenze dedicate alla divulgazione delle teorie darwiniane e al loro impatto sul progresso delle scienze. Presso l’università Sapienza di Roma è in programma la conferenza dello storico della medicina di Gilberto Corbellini su evoluzione e pseudoscienze, organizzata dall’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar). Sempre la Uaar, a Palermo, celebra il Darwin Day 2020 con laboratori didattici, seminari e dibatti scientifici a ingresso libero per avvicinare i cittadini, grandi e piccini, alla ricerca scientifica. Giornate come queste, con tanti eventi dedicati alla disseminazione della cultura scientifica, ha rilevato Redi, “sono importanti per creare una cittadinanza scientifica, perché è necessario che i cittadini abbiano minime conoscenze per esprimersi in autonomia sui temi scientifici, dalle staminali embrionali alla sperimentazione animale. Ne va della democrazia”.

“#Ho l’asma e faccio sport ”: nasce la campagna social

#Ho l'asma e faccio sport

#Ho l’asma e faccio sport: nasce la nuova campagna social. Nel mondo sono circa 300 milioni e in Italia superano i 2 milioni e mezzo le persone che soffrono di asma, E’ rivolto proprio a loro il messaggio che la campagna social #Ho l’asma e faccio sport (holasmaefacciosport.it) vuole promuovere per sostenere il ruolo dell’attività fisica per migliorare l’andamento clinico e la qualità di vita delle persone con asma. Allarmano anche i risultati Doxa sulla qualità di vita dei pazienti asmatici che limita a fare sport 9 pazienti su 10 contro una minoranza del 40% che ha scelto di praticarlo. “Vogliamo stimolare e sostenere un’attenzione intensa e costante sul tema dell’asma. Con questa campagna vogliamo far conoscere l’asma e in tutte le sue forme. Vogliamo promuovere una migliore consapevolezza della propria patologia e della gestione del trattamento. Cosi commenta Simona BARBAGLIA, Presidente dell’Associazione Respiriamo Insieme e ideatrice della campagna “Ho l’asma e faccio sport”. “Lo sport deve essere inteso come momento di salute e socializzazione e va rifiutato l’atteggiamento per cui attività fisica e sportiva rappresentano spesso un ostacolo per il paziente di qualsiasi età. Spesso lo sport è di fatto – continua Barbaglia – per l’asmatico sia esso bambino o adulto, un obiettivo non raggiunto. Siamo molto soddisfatti della risposta delle Istituzioni e dei Patrocini ottenuti attraverso i quali promuovere la Campagna. Chiediamo a ciascuno di dedicare un contributo postando sui propri canali social il messaggio #holasmaefacciosport: un invito per i pazienti con asma a non limitarsi, a iniziare a fare attività fisica. Avremo poi il piacere di raccogliere tutti i contributi più espressivi e significativi che verranno raccolti e inseriti in un video in occasione della Giornata Mondiale dell’Asma del prossimo 6 maggio”. La presenza di questa patologia è associata ad una ridotta qualità di vita, limitazioni nelle attività fisica, effetti negativi sulla dimensione psicologica, sulle relazioni, sulla vita sociale e su quella scolastica e lavorativa. I pazienti asmatici hanno una più alta probabilità di soffrire di ansia, depressione, attacchi di panico. L’ esercizio fisico induce modificazioni di adattamento a carico di tutti gli apparti, compresol’apparato respiratorio. “E’ dimostrato che il controllo dell’asma è tanto migliore quanto maggiore è l’attività fisica svolta – precisa Gianna CAMICIOTTOLI, pneumologa, specialista Malattie dell’Apparato Respiratorio – L’esercizio fisico regolare si associa a un minor declino annuale della funzione respiratoria. Questi benefici sono dimostrati sia in giovani asmatici che in pazienti adulti con una storia più lunga di asma. La consapevolezza di poter affrontare un esercizio fisico strutturato e quindi una attività sportiva comporta l’uscita dall’isolamento in cui spesso si trova il paziente con sintomi respiratori, la crescita dell’autostima, soprattutto nei pazienti più giovani, l’accettazione della malattia e una maggior consapevolezza delle proprie capacità e dei propri limiti”. Non solo i pazienti asmatici ma anche coloro che sono affetti da broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), possono trarre vantaggi nel praticare attività fisica. La riabilitazione respiratoria fa parte di diritto della terapia non farmacologica della BPCO per la sua provata efficacia nel ridurre la percezione di dispnea, migliorare la tolleranza allo sforzo e la qualità della vita di questi pazienti. “Praticare sport spesso rappresenta il primo step di un cambiamento dello stile di vita finalizzato alla prevenzione e alla gestione delle patologie croniche. I risultati di numerosi studi mostrano come svolgere in maniera regolare un’attività sportiva, anche a basso impatto, migliori l’interazione sociale – precisa Ilaria BAIARDINI, psicologa e psicoterapeuta – aumenti il senso di controllo, l’autostima, il livello di consapevolezza: si tratta di fattori psicologici che favoriscono sia l’adattamento a una malattia cronica come l’asma, sia la sua gestione a lungo termine” Esempi vincenti e positivi che aiutino a sostenere e promuovere il messaggio #holasmaefacciosport: questo il traguardo della campagna fortemente voluta dall’Associazione “Respiriamo Insieme”, per promuovere e stimolare l’accesso alle attività sportive a quanti soffrono di asma – bambini o adulti che siano – tuttora fortemente trattenuti e poco informati sul reale vantaggio a livello clinico e psicologico.

Giornata Internazionale Epilessia: la Società Italiana di Neurologia fa il punto su questa malattia sociale

Giornata Internazionale Epilessia

In occasione della Giornata Internazionale Epilessia che si celebra oggi 10 febbraio, la Società Italiana di Neurologia (SIN) fa il punto su questa patologia neurologica che risulta essere tra le più diffuse, tanto da venir annoverata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) tra le malattie sociali. L’epilessia, infatti, colpisce circa 50 milioni di persone in tutto il mondo e nei paesi industrializzati interessa 1 persona su 100: si stima, pertanto, che in Europa le persone affette siano 6 milioni e in Italia circa 500.000. Questa patologia si può manifestare in tutte le età, ma registra in particolare due picchi di incidenza: uno nei primi anni di vita, legato in misura maggiore a cause genetico-metaboliche, ma anche a rischi connessi a eventuale sofferenza perinatale, e l’altro in età più avanzata, in virtù delle maggiore incidenza, negli anziani, di malattie vascolari e neurodegenerative e anche per l’aumento dell’aspettativa di vita. L’aspetto più negativo della malattia riguarda il fatto che le crisi possono manifestarsi all’improvviso, in qualsiasi momento e contesto, e possono provocare la perdita di coscienza con conseguenti cadute traumatiche e lesioni anche gravi; inoltre, se le crisi non sono ben controllate, causano forti limitazioni nella vita quotidiana dei pazienti, dalle attività lavorative alla vita affettiva e sociale, e un peso psicologico enorme da sopportare. “I progressi scientifici degli ultimi anni – ha dichiarato il Prof. Giancarlo Di Gennaro, Direttore UO Centro per la Chirurgia dell’Epilessia IRCCS NEUROMED, Pozzilli (IS) e Coordinatore Gruppo di Studio Epilessia SIN – hanno fatto registrare numerose scoperte nel campo della genetica e delle scienze di base, con significativi passi avanti nella comprensione dei meccanismi molecolari che generano le crisi epilettiche, così come hanno portato a un ricco armamentario di farmaci antiepilettici efficaci, con meccanismi d’azione sempre più innovativi e in genere con migliore tollerabilità”. In quel terzo dei pazienti che risultano farmacoresistenti, inoltre, è possibile valutare, dopo un accurato studio prechirurgico multidisciplinare, la possibilità di un trattamento chirurgico. Trattamento finalizzato a rimuovere la regione di corteccia cerebrale responsabile delle crisi, spesso con ottime possibilità di guarigione. Infine, nei casi farmacoresistenti che non possono essere operati vi è la possibilità della cosiddetta “neuromodulazione”, ossia di un trattamento palliativo mediante l’impianto chirurgico di dispositivi (stimolazione vagale o stimolazione cerebrale profonda) che erogano stimoli elettrici diretti al cervello, in grado di ridurre il numero e la gravità delle crisi. Ancora c’è molto da fare per le persone con epilessia: è necessario incrementare sempre di più la ricerca scientifica e rafforzare le politiche socio sanitarie a favore dei pazienti per migliorare così l’accesso alle cure ed elevare sempre di più gli standard diagnostico-terapeutici. Bisogna però soprattutto educare ed informare le persone circa l’epilessia, sostenendo su larga scala azioni informativo/educative, in particolare nelle scuole primarie e secondarie, allo scopo di abbattere i pregiudizi e le discriminazioni sociali che ancora purtroppo caratterizzano questa patologia. Seguici sui nostri Social: Facebook Instagram Linkedin