Ospedali Villa Sofia – Cervello, riconoscimento internazionale “Univants of Healthcare Excellence
Con il progetto, dal titolo “Stratificazione del rischio di patologie cardiovascolari in una popolazione apparentemente sana, come i donatori di sangue: dona con il cuore” (finanziato su PSN 2018) l’azienda ospedaliera “Ospedali Riuniti Villa Sofia – Cervello” di Palermo incassa il prestigioso riconoscimento internazionale “Univants of Healthcare Excellence”. Il progetto, il cui responsabile scientifico è la dott.ssa Patrizia Carta, è stato realizzato dall’Unità Operativa Complessa (UOC) di Medicina Trasfusionale e dei Trapianti, diretta da Roberta Fedele, e afferente al dipartimento di Ematologia e Malattie Rare, guidato da Aurelio Maggio, in collaborazione con l’UOC di Cardiologia, l’UOC di Patologia clinica e l’UOC di Radiodiagnostica dell’AOOR “Villa Sofia-Cervello” di Palermo. Lo scorso 16 giugno, grazie al team di ricerca composto dai dottori: Patrizia Carta (Dirigente Biologo UOC Medicina Trasfusionale e dei Trapianti), Calogero Falletta (Dirigente Medico UOC Cardiologia), Francesco Arcoleo (Direttore UOC Patologia Clinica) e Francesco Gioia (direttore UOC Radiodiagnostica), l’azienda palermitana ha ricevuto il premio per il riconoscimento del risultato “per il 2021”. Il programma UNIVANTS of Healthcare Excellence è stato fondato nel 2018 e premia i team di assistenza clinica integrati che, mediante la multidisciplinarietà, ottengono migliori prestazioni sanitarie attraverso nuove tecnologie, approfondimenti e soluzioni, che si traducono in una progressione dei sistemi sanitari e, quindi, in un miglioramento dell’aspettativa e della qualità di vita dei pazienti. In particolare, l’Azienda Ospedaliera “Ospedali Riuniti Villa Sofia-Cervello” è stata insignita del prestigioso riconoscimento internazionale per il successo ottenuto utilizzando test di laboratorio ad alta sensibilità e specificità d’organo (cardio-specificità), come lo sono i metodi di ultima generazione per la misura delle troponine cardiache, che permettono un’accurata valutazione del rischio anche nei pazienti con impegno cardiaco ancora asintomatico. Considerando le loro ottime performance analitiche, molti autori suggeriscono l’utilizzo dei biomarcatori cardio-specifici per la valutazione del rischio anche nella popolazione generale. La possibilità di poter rilevare anche piccole concentrazioni di troponina I in una popolazione sana, come per definizione sono i donatori di sangue, ha consentito di creare delle tabelle per la stratificazione del rischio cardiovascolare, differenziate per genere, e con rispettive raccomandazioni per rischio basso, moderato ed elevato. “Questo premio – afferma Walter Messina, direttore generale dell’AOOR “Villa Sofia- Cervello” – va alla nostra azienda per la prima volta e rappresenta un ennesimo attestato alle qualificate professionalità del nostro personale”. “Nell’ultimo anno – spiega Patrizia Carta illustrandone la ratio – il mondo ha attraversato uno stravolgimento epocale, a causa dell’inarrestabile pandemia da sindrome respiratoria acuta severa coronavirus 2 (SARS-CoV-2), che si è diffusa a partire dal gennaio 2020. Questo ha modificato la nostra quotidianità, ma anche il sistema medico-assistenziale, imponendo la necessità di rivisitare i modelli organizzativi tradizionali per l’erogazione dei servizi sanitari. Nel periodo del primo lockdown abbiamo assistito ad una riduzione di quasi il 50% nelle ospedalizzazioni per Infarto del miocardio, con un parallelo aumento delle complicanze e della mortalità”. “L’utilizzo di test di laboratorio ad alta sensibilità e specificità d’organo (cardio-specificità) – precisa Carta – come lo sono i metodi di ultima generazione per la misura delle troponine cardiache, permettono un’accurata valutazione del rischio anche nei pazienti con impegno cardiaco ancora asintomatico. Considerando le loro ottime performance analitiche, molti autori suggeriscono l’utilizzo dei biomarcatori cardio-specifici per la valutazione del rischio anche nella popolazione generale. Infatti, la possibilità di poter rilevare anche piccole concentrazioni di troponina I in una popolazione sana, come per definizione sono i donatori di sangue, ha consentito di creare delle tabelle per la stratificazione del rischio cardiovascolare, differenziate per genere, e con rispettive raccomandazioni per rischio basso, moderato ed elevato”. “La stratificazione del rischio – continua Carta – è fondamentale per la gestione della prevenzione cardiovascolare ed ecco perché abbiamo deciso di puntare su questo progetto, avendo peraltro nella pratica empirica la possibilità di eseguire nei donatori che afferiscono alla ST della nostra azienda, il test della troponina I, in aggiunta ai test di screening per la qualificazione biologica previsti per legge”. “Progetti come questo possono contribuire alla lotta alle malattie cardiovascolari, che appare ancora oggi prioritaria – conclude Carta – visto che continuano a rappresentare la prima causa di mortalità e ospedalizzazione, con un trend destinato a crescere secondo le ultime stime dell’OMS (Organizzazione Mondiale Sanità) e impongono, dunque, un’azione concreta di educazione alla salute per migliorare la prevenzione di queste patologie, soprattutto in quei soggetti che registrano un rischio cardiovascolare medio-alto”. I partner fondatori del programma UNIVANTS of Healthcare Excellence includono la Federazione Internazionale di Chimica Clinica e Medicina di Laboratorio (IFCC), AACC (ex American Association for ClinicalChemistry), EHMA (EuropeanHealth Management Association), Modern Healthcare, Healthcare Information and Management Systems Society (HIMSS), National Association of Healthcare Quality (NAHQ) e Institute of HealthEconomics (IHE). Le proposte del 2021 relative a complessivi 13 team work, di cui i premiati sono stati 7, tra cui appunto l’azienda palermitana “Ospedali Riuniti Villa Sofia-Cervello” includevano ospedali, laboratori commerciali, laboratori di riferimento e cliniche, mentre le applicazioni contemplavano le migliori pratiche in aree chiave di bisogni insoddisfatti in tutto il mondo, compresi i mercati emergenti e consolidati. Una giuria internazionale e indipendente, i cui componenti rappresentano società scientifiche, istituzioni e associazioni di varie discipline mediche, ha esaminato centinaia di domande.
Catania, al via la fase operativa del Progetto di Nautica solidale
Avviata la fase operativa di “Mare senza barriere. A gonfie vele per la solidarietà”, il Progetto di nautica solidale nato dalla collaborazione fra l’Asp di Catania e la Lega Navale Italiana (LNI) di Aci Trezza, con l’obiettivo di promuovere attività di inclusione rivolte a persone con disabilità, finalizzate alla promozione della cultura del mare, alla conoscenza e all’esperienza diretta della vela e della nautica in genere. Ieri dal porto di Aci Trezza hanno mollato gli ormeggi Era ora e Phoenix II, entrambe imbarcazioni registrate al naviglio della Lega Navale Italiana per la fase esecutiva del progetto di nautica solidale. «Per i nostri utenti è stata una giornata indimenticabile – ha detto il manager dell’Asp di Catania, Maurizio Lanza -. Abbiamo raggiunto importanti obiettivi di socializzazione e di riabilitazione. Siamo contenti per il lavoro svolto e puntiamo con ancora maggiore decisione verso nuovi traguardi. Ringrazio il contrammiraglio Catania e i soci della Lega Navale Italiana di Aci Trezza per la grande disponibilità espressa e per il bagaglio di esperienze che hanno condiviso con noi». Lo scorso 1° giugno la sottoscrizione del protocollo d’intesa per la realizzazione delle attività, e a poco meno di un mese l’avvio del programma che vedrà, nei prossimi mesi, un fitto calendario di eventi. «Siamo molto soddisfatti per l’avvio delle attività – ha affermato il presidente della Sezione della LNI di Aci Trezza, contrammiraglio (a) Agatino Catania -. Siamo solo all’inizio della fase operativa. A luglio le attività in mare saranno maggiormente integrate per consentire ad un consesso più ampio di godere della bellezza e del profumo del mare. Un ringraziamento al direttore generale dell’Asp di Catania, Maurizio Lanza, e al suo staff per l’impegno e ai soci armatori che con grande slancio hanno messo a disposizione le loro imbarcazioni». La prima imbarcazione a salpare ieri è stata Era ora, al comando di Fiorenzo Castiglione, ed equipaggio Domenico Cammilleri e Ivo Cirasa, che ha ospitato 3 utenti del Centro di Salute Mentale di Acireale-Giarre, accompagnati dall’assistente sociale Irene Stevani. Nel pomeriggio il naviglio impegnato è stato, invece, Phoenix II, al comando di Corrado Ragusa (reduce dal periplo della Sicilia a vela solidale), con equipaggio Sebastiano D’Ambra, che ha ospitato a bordo 4 utenti del Dipartimento di Salute mentale di Catania, accompagnati da Valeria Carulli, tecnico della riabilitazione psichiatrica del Centro Diurno del DSM di Catania e referente progettuale per l’Asp di Catania. «È stata una esperienza significativa – ha detto Carulli -. Ringraziamo la Lega Navale Italiana di Aci Trezza, i comandanti e gli equipaggi delle due imbarcazioni per la festosa accoglienza e per la competenza con la quale ci hanno accompagnato in questa giornata. I nostri utenti si sono sentiti protagonisti di tutte le attività. La navigazione li ha messi alla prova, incoraggiandoli a intraprendere un ruolo attivo e complementare a quello altrui: prendere decisioni e confrontarsi con problemi da risolvere, eseguire ordini e fare scelte rapide… tutto in vista di un obiettivo comune. È stato un momento di crescita nelle relazioni, di socializzazione e di scambio e condivisione. Per molti dei nostri utenti è stata anche un’esperienza di grande emozione e incredulità». A bordo delle imbarcazioni utilizzate per il progetto di nautica solidale gli ospiti sono stati guidati dai comandati e dall’equipaggio alla conoscenza del mare e delle imbarcazioni. Hanno, inoltre, partecipato a tutte le manovre di navigazione. Garantiti dall’equipaggio e dagli operatori gli standard di sicurezza per le attività realizzate. «Abbiamo vissuto un’esperienza bellissima che mi ha reso felice – ha detto Matilde, fra gli utenti coinvolti nel programma di ieri -. Amo il mare e andare in barca era uno dei miei sogni nel cassetto. Condividere questa giornata con i miei amici e con l’equipaggio mi ha reso felice. È stato meraviglioso. Mi rimane un altro sogno nel cassetto: un giro in elicottero. Chissà se sarà possibile!». Nell’organizzazione degli appuntamenti successivi verranno coinvolti anche ulteriori partner, fra le associazioni dei familiari, dei pazienti o di enti del terzo settore.
Multisciplinare e integrato, modello veronese nella cura dell’Hcc
Un approccio multidisciplinare per la presa in carico dei pazienti con epatocarcinoma. E’ la strategia messa in campo dall’Azienda ospedaliera universitaria di Verona, che ha strutturato un team di professionisti, composto da epatologi, chirurghi, oncologi, radiologi, trapiantologi, ma anche nutrizionisti, in grado di fare una valutazione complessiva del caso per poter poi scegliere la terapia migliore per ciascun paziente. Per fare il punto sul ‘modello’ veronese, fa tappa in città “Uniti e vicini ai pazienti con epatocarcinoma“, il road show promosso da Roche con il patrocinio di EpaC Onlus. La tappa di Verona è la terza di un ciclo di appuntamenti in varie regioni italiane che coinvolgerà diversi centri di riferimento a livello locale e regionale, per riflettere sui bisogni dei pazienti con epatocarcinoma, sulle best practices nella gestione dei percorsi di diagnosi e cura come nel centro veronese, sulle priorità per rafforzare la presa in carico multidisciplinare e affrontare le sfide attuali e future. L’epatocarcinoma (Hcc) è uno dei tumori più aggressivi e una delle prime cause di morti oncologiche nel mondo. In Italia, nel 2020 i nuovi casi stimati di tumori epatici sono stati 13.000 e l’epatocarcinoma rappresenta il 75-85% delle diagnosi. In Veneto, i nuovi casi sono circa 1.200 all’anno, di cui due terzi negli uomini e un terzo circa nelle donne. Solo il 50% dei pazienti, tuttavia, arriva a diagnosi quando ancora la patologia è curabile. La sopravvivenza, in ogni caso, è in aumento: a cinque anni è di circa il 20%, a 10 anni del 10%. L’approccio alla cura di questa patologia oncologica, del resto, sta cambiando, perché stanno cambiando anche i fattori che portano alla sua insorgenza. L’epatocarcinoma si sviluppa prevalentemente in persone che soffrono di cirrosi, hanno contratto un’epatite cronica (B o C) o sono affette da sindromi dismetaboliche, e tipicamente si manifesta in stadi ormai avanzati. “L’incidenza dell’Hcc è in calo, soprattutto grazie al fatto che la causa principale della malattia, ovvero l’epatite c, è curabile”, spiega David Sacerdoti, responsabile dell’unità operativa ‘Liver’ dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona. Emergono, però, altri fattori di rischio. Il 70-80% dei tumori Hcc si manifestano in fegati affetti da cirrosi, ma sta aumentando la quota dei pazienti in cui questa patologia si sviluppa a partire da cause metaboliche, associate a obesità, diabete e ipertensione. Se i malati di cirrosi epatica sono seguiti e vengono sottoposti a controlli periodici che possono portare ad una diagnosi precoce del tumore, la diagnosi precoce nelle altre tipologie di ammalati è più difficile. La pandemia potrebbe avere, oltre tutto, rallentato le attività di screening. “Purtroppo il Covid ha allungato i tempi del follow up, che viene fatto di solito con una scadenza semestrale, con il rischio di trovarsi ad affrontare un tumore in stadio più avanzato con, di conseguenza, una mortalità potenzialmente più alta”, ammonisce Luca Frulloni, direttore dell’unità operativa di Gastroenterologia. Di qui, la necessità di strutturare un team multidisciplinare, proprio per fornire ai pazienti con una patologia così complessa la possibilità di avere un unico punto di riferimento. “È indispensabile quindi valutare I pazienti in maniera multidisciplinare per la diagnosi, la scelta terapeutica e il follow-up, vista anche l’assenza di test specifici per questa popolazione crescente. A Verona abbiamo un gruppo multidisciplinare che discute la scelta terapeutica nei casi non-facili, con epatologo, chirurgo, oncologo, radiologo, radioterapista, ed è stato istituito un ambulatorio multidisciplinare con epatologo, oncologo, internista, chirurgo”, aggiunge Sacerdoti. Il team definisce il trattamento personalizzato sul paziente, in base alle patologie esistenti o pregresse, alle condizioni e alla morfologia del fegato e del tumore, alle comorbidità, alle riserve funzionali epatiche, alla rapidità di crescita dalla diagnosi, con il supporto di linee guida e percorsi regionali o all’interno della struttura ospedaliera, come succede a Verona. “Gli specialisti parlano con una voce sola con il paziente, il che è molto rassicurante, anche perché non c’è più il rimpallo da uno specialista all’altro”, evidenzia il direttore dell’Oncologia, Michele Milella,che nel corso della giornata di studio ha fatto il punto anche sulle innovazioni terapeutiche, soprattutto nel campo delle immunoterapie. Importante il ruolo della trapiantologia, per quanto il trapianto sia l’ultima opzione terapeutica, quella alla quale si ricorre quando le altre non sono più efficaci. “In alcuni centri, fino al 50% dei pazienti in lista per un trapianto è affetto da epatocarcinoma. Il chirurgo trapiantologo è fondamentale che venga coinvolto in tempi rapidi e che l’indicazione al trapianto del paziente sia fatta il prima possibile”, evidenzia il responsabile dell’usd Trapianti epatici, Amedeo Carraro. “L’Hcc è una patologia complessa, il cui trattamento medico ha registrato negli ultimi anni significativi progressi. Le numerose possibilità di trattamento, specie nelle fasi iniziali, sono alla base della frammentazione che spesso caratterizza molte realtà, anche in Veneto, nella gestione dei pazienti. Il nostro pensiero, come gruppo, è che la strategia più efficace per curare queste persone sia una stretta e costante cooperazione tra figure diverse”, osserva Alessandra Auriemma, oncologa e membro del team. “L’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona applica da anni un approccio multidisciplinare nella presa in carico dei pazienti e ha creato una vera rete clinico-assistenziale dedicata alle patologie epato-biliari con un ambulatorio integrato e specifici percorsi assistenziali”, ricostruisce la direttrice sanitaria, Matilde Carlucci. “La transizione epidemiologica nel contesto di questa patologia pone l’accento anche sulla prevenzione e sui corretti stili di vita. Fare una diagnosi precoce con intervento tempestivo sulla sindrome metabolica riduce significativamente il rischio di epatopatia cronica ed epatocarcinoma. Obiettivo è creare salute per i nostri pazienti, intesa come benessere, assenza di malattia, riduzione dei costi in sanità, qualità delle cure”, assicura Carlucci. “L’epatocarcinoma è una patologia che ha un impatto significativo, sociale ed economico, non solo sui pazienti ma anche sul loro nucleo familiare. Di recente la nostra associazione ha condotto una survey per evidenziare bisogni, necessità, problematiche dei pazienti con tumore epatico: è emerso che il 72% dei pazienti ha indicato di avere necessità di assistenza da una o più persone, spesso familiari, e l’8,6% ha spiegato di essere all’oscuro della malattia epatica. Questo quadro mette in luce l’esistenza di pazienti ignari del proprio stato di salute o non adeguatamente informati e sensibilizzati che quindi spesso si trovano a dover affrontare un tumore in stadio ormai avanzato e di difficile trattamento”, conclude Massimiliano Conforti, vicepresidente EpaC.
La scienza dei telomeri permette di distinguere l’eustress dal distress?
Autore Massimo Agnoletti, Ph.D. Psicologo, Dottore di ricerca Esperto di Stress, Psicologia Positiva e Epigenetica. Formatore/consulente aziendale, Presidente PLP-Psicologi Liberi Professionisti-Veneto. Direttore del Centro di Benessere Psicologico, Favaro Veneto (VE) Sintesi La recente scienza dei Telomeri permette di identificare e quantificare a livello molecolare cos’è lo Stress Positivo (Eustress) distinguendolo da quello negativo (Distress). English Abstract The current concept of Stress lacks an operational and molecular distinction between Negative Stress (Distress), the cause of psycho-neuro-endocrine-immunological problems that reduce the expectation and quality of life, and Positive Stress (Eustress) which preserves and promotes health and psychophysical well-being by lengthening and improving the quality of life. The science of telomeres, the chromosomal structures that determine cellular longevity that can be measured, offers an original and operational perspective at a molecular level that is valuable for distinguishing Distress from Eustress. Italian Abstract L’attuale concetto di Stress deficita di una distinzione operativa e molecolare tra lo Stress Negativo (Distress), causa di problematiche psico-neuro-endocrino-immunologiche che riducono l’aspettativa e la qualità di vita, e lo Stress Positivo (Eustress) che preserva e promuove salute e benessere psicofisico allungando e migliorando la qualità di vita. La scienza dei telomeri, le strutture cromosomiche che determinano la longevità cellulare che possono essere misurate, offre una prospettiva originale ed operativa a livello molecolare preziosa per distinguere il Distress dall’Eustress. Il concetto di Stress attualmente condiviso all’interno della comunità scientifica si basa principalmente sull’assunto che vi sia una specifica attivazione psico-neuro-endocrino-immunologica (definita anche “Stress Response”) finalizzata a ripristinare il preesistente equilibrio fisiologico dell’organismo minacciato da un agente stressante(esterno o interno rispetto l’organismo). In questo scenario teorico l’agente stressante rappresenta sempre una perturbazione di un equilibrio (omeostatico o allostatico) dell’organismo quindi vi è stata quasi sempre la tendenza ad identificare con una connotazione negativa sia l’agente stressante che la sua reazione psico-neuro-endocrino-immunologica se non nel caso in cui questa coincida con lafinalità difensiva di fronte ad un pericolo imminente di sopravvivenza per l’organismo (Stress Acuto). In generale, in questo contesto teorico, tutte le attivazioni psico-neuro-endocrino-immunologiche non finalizzate a risolvere un problema di sopravvivenza imminente sono considerate svantaggiose per l’organismo infatti sono in genere definite come Stress Negativo perché riducono la fitness biologica dell’organismo. Sempre seguendo la logica di questi assunti relativi lo Stress, l’attivazione prolungata della Stress Response è sempre considerata negativa tanto che il termine Stress Cronico (che di per sé significa Stress che perdura nel tempo) è attualmente considerato sinonimo di attivazione psicofisiologica svantaggiosa a prescindere dalla natura dello stesso Stress non accettando la possibilità che esista uno Stress Cronico Positivo (Agnoletti, 2022). Questa visione riduzionistica dello Stress sottostima grandemente gli aspetti e le finalità psicologiche e sociali di questo importante meccanismo psicofisico negando l’ormai riconosciuta ed imprescindibile integrazione tra gli aspetti mentali e quelli biologici che caratterizzano la specie umana (Agnoletti, 2021a; Agnoletti, 2022). Risulta facile capire quindi perché, in questa visione dello Stress, non trovi attualmente un posto epistemologico lo Stress Positivo caratterizzato ad esempio da emozioni positive di gratificazione non contestualizzabile in una funzione difensiva per la sopravvivenza (pur essendo uno dei bisogni umani più basilari, frequenti e caratterizzanti la specie umana). Il padre del concetto di Stress Hans Selye (1976), così come molti altri eccellenti autori come Lazarus & Folkman (1987), McEwen (2007), Sapolsky (2006) e Chrousos (2009), hanno nel tempo accumulato molti dettaglisulla natura psicologica, fisico-chimica, fisiologica e molecolare del concetto di Distress senza mai approfondire la natura dello Stress Positivosempre facente parte di questo fondamentale meccanismo biologico adattativo che non possiede unicamente funzioni difensive finalizzate a preservare o ripristinare l’omeostasi dell’organismo. Chrousos e Agorastos (Agorastos & Chrousos, 2021) sintetizzano il concetto classico di Stress in modo paradigmatico affermando che: “Lo stress è definito da uno stato di minaccia all’ equilibrio omeodinamico da un’ampia gamma di sfide o stimoli intrinseci o estrinseci, reali o percepiti, definiti come fattori di stress. Per preservare questo stato omeodinamico ottimale all’interno di un intervallo fisiologico, gli organismi hanno sviluppato un sistema altamente sofisticato, il sistema dello stress, che serve all’autoregolazione e all’adattabilità dell’organismo mediante il re-indirizzamento dell’energia in base alle esigenze presenti.”. Anche in questa precisa definizione si comprende chiaramente quanto l’orientamento sia quasi esclusivamente focalizzato sull’aspetto biologico dell’organismo senza far riferimento ai suoi aspetti altrettanto psicologici e socioculturali altrettanto importanti. La definizione in oggetto include l’espressione “…un’ampia gamma di sfide o stimoli intrinseci o estrinseci, reali o percepiti, definiti come fattori di stress” che potrebbe far pensare ad una concettualizzazione più ampia di quella attualmente intesa ma il resto della definizione sembra essere contradditoria con quest’espressione perché si fa riferimento alla frase “Per preservare questo stato omeodinamico ottimale all’interno di un intervallo fisiologico…”. Naturalmente non sto negando qui l’importanza del fondamentale livello fisiologico-biologico ma ci tengo a sottolineare che, all’interno delle evidenze scientifiche attualmente disponibili dove si sottolinea con sempre maggiore forza l’alta integrazione umana tra i piani informazionali biologici, psicologici e socioculturali, una moderna definizione di Stress dovrebbe essere coerente con essa per evitare un riduzionismo irrealistico che non riesce a rappresentare la complessità umana (Agnoletti, 2020; Agnoletti, 2021a;Agnoletti, 2022). Attualmente, infatti, si parla di Stress Positivo solo se la reazione di Stress è finalizzata a preservare la sopravvivenza, in tutti gli altri casi,lo ribadisco, si parlerà di Stress Negativo. Faccio notare che in questa definizione Positivo e Negativo hanno un senso solo ed esclusivamente sul piano teleonomico biologico non psicologico né tantomeno socioculturale. Ho il sospetto che il successo della ricerca biomedica sullo Stress Negativo soprattutto nelle sue dinamiche molecolari (Stress ossidativo, Radicali liberi, Ages, etc.) ha, nel tempo, ulteriormente focalizzato il paradigma dello Stress come fattore essenzialmente negativo tanto che vi è un generale paradosso consistente nel fatto che se da una parte quasi tutta la comunità scientifica è concorde a livello concettuale nell’ammettere che esiste anche uno Stress Positivo (talvolta anche diverso dal meccanismo del “Fight or Flight”) è altrettanto monolitica nel non ammettere concettualmente l’esistenza, a livello biomolecolare,dello Stress Positivo. A confermare quanto appena affermato, attualmente, per la maggior parte di studiosi, parlare degli effetti dello Stress Positivo a livello molecolare risulta
Proposta per la creazione di una scala del dolore su parametri psicofisiologici
Autore Dr. Filippo Parodi Specialista in Anestesia e Rianimazione, Terapia del dolore FMH, Terapia Antalgica, Ematologia, Pneumologia. Membro SSIPM con certificazione RME 142 è consulente, presso l’Ospedale Regionale di Lugano, della Terapia del dolore neuromuscolare. Abstract La conduttanza è l’inverso della resistenza elettrica del corpo umano varia da un individuo all’altro, questa variazione deriva sostanzialmente dallo stato di umidità della pelle stessa dovuto all’azione delle ghiandole sudoripare sottostanti. Il valore assoluto della resistenza cutanea è un indice dello stato generale di attivazione del sistema nervoso dell’organismo e è indicato come attività tonica. Il valore tonico è maggiore (quindi la conduttanza è minore) se una persona è in uno stato di rilassamento mentre è più basso (conduttanza più alta) quando un individuo è agitato o nervoso in quanto aumenta la sudorazione cutanea. Le rapide risposte a stimoli emozionali, dolorosi che siano sensoriali o dovute a immaginazione (definiti attività fasica) portano ad aumento della conduttanza. In numerosi studi di ricerca si comincia a studiare con attenzione la correlazione della conduttanza cutanea con i parametri di stress cronico ma anche come possibile marker del dolore. Per esempio, in un articolo apparso su Repubblica si evidenzia come la conduttanza sia collegata allo stato di stress sul lavoro. Nel libro del Dott. Boschin la conduttanza è utilizzata come marker per individuare risposte a stimoli emozionali. Il software, attraverso un dispositivo che si collega semplicemente ai sensori, permette di misurare le differenze di conduttanza in momenti diversi e di confrontarli. Con il software è anche possibile confrontare le variazioni di conduttanza con altri parametri come ECG ed EMG al fine di avere una misura maggiormente precisa dello stato dell’individuo in quel momento o per confrontare periodi differenti, La conduttanza cutanea in diversi ambiti è utilizzata da professionisti, la misura della conduttanza può essere così utilizzata per avere un maker, per esempio per i seguenti stati: • Stress • Emozione in risposta a stimolo • Paura • Dolore • Stanchezza • Sovrallenamento • Stress o dolore cronico Il valore rilevato viene espresso numericamente dopo opportuna e valida acquisizione, con possibilità grafiche del grezzo di monitoraggio dei valori min e MAX e riportato in memoria comparativa, con la possibilità di confronto con altri test e ne traduce l’importanza clinica. Si pensi al paziente che non è in grado o non può comunicare, sottoposto a terapie analgo-disforiche e a procedure di analgesia da hospital (partoanalgesia). Dallo studio sono emerse le seguenti conclusioni della tesi che hanno dato poi avvio al primo studio per la creazione di una scala riportata nel lavoro. “In considerazione della nuova tecnologia che permette una indagine strumentale di parametri considerati solo in laboratorio di fisiologia con strumentazioni inavvicinabili come prezzo e valore, questo monitoraggio in una fase clinica iniziale, in una limitata attività di laboratorio, con necessità di risposte concrete terapeutiche ,soffre della validazione e significatività dei grandi numeri ma ,nonostante questa lacuna in ambiti per ora specialistici, la sua applicazione porta conoscenza e dati soggettivi ma quantificabili oggettivamente sul singolo paziente, permettendo di individuare i problemi meno amplificati di difficile conoscenza anche a carico del soggetto stesso in trattamento. L’ applicazione senza monitoraggio, attualmente è eseguita a random con consenso alla prima seduta di consulenza del paziente. Nonostante il limite di mancanza di un vero protocollo (monitoraggio eseguito non da medico, ma da personale sanitario senza conoscere il motivo clinico della patologia del paziente) la rilevazione può portare random dei dati importanti a fini conoscitivi e per le situazioni cliniche. Foreword The attempt of the present work is to demonstrate objectively the real subjective effectiveness of information therapies in the treatment of algogenic pathologies. To this end, thanks to the joint collaborative efforts with the company Proereal through the use of the AZ Bioprocess solution, with constant commitment, methods and observations were addressed to build a unit of measurement of pain derived from electrical parameters in humans and animal species. Thanking all the students and the school director Prof. Militante of the IIS Lagrange of Milan who participated in thisproject. At the national level, importance is given to the issue of pain: The legislation published in the Official Gazette of the Italian Republic – General Series – n. 149 of 29-06-2000, agreement between the Ministry of Health, the Regions and the autonomous provinces, indicates the guidelines for the construction of the Painless Hospital. The guidelines are intended to introduce actions in order to monitor the level of pain and find ways to alleviate the suffering caused by the ongoing disease, in particular oncological pathologies. Recall that according to the World Health Organization (WHO), “health is a state of complete physical, mental and social well-being and not the simple absence of the state of illness or infirmity”. The International Association for the Study of Pain (IASP) gives a definition of pain: “an unpleasant sensory and emotional experience, associated with actual or potential tissue damage or otherwise described as such. Pain is always a subjective experience. Each individual learns the meaning of that word through experiences related to an injury during the first years of life. Surely it is accompanied by a somatic component, but it also has an unpleasant character and, therefore, an emotional charge”. Another way to define pain is the following “pain is a sensory perception caused by stimulations of various kinds, able to stimulate specific receptors, called nociceptors”. Nociceptors are anatomical structures made up of groups of nerve cells (sensory neurons) from which fibers afferent first to the spinal cord and then to the sensory areas of the brain depart. The word “nociception” indicates those mechanisms of transmission of painful stimulations, which always have a peripheral origin deriving precisely from the localization of pain receptors. Two components linked, connected and interconnected to pain are highlighted, the emotional state and the mechanical biochemical state. So we asked ourselves the following question: in addition to measuring pain with subjective method through the current scales, is it possible to give indications on pain also with instrumental measures? On Micropedia you can find some interesting
Scoliosi, ipercifosi dorsale e iperlordosi lombare, quali benefici da nuoto e ginnastica correttiva?
Autore Dott. Carmelo Giuffrida Dottore in Scienze e Tecniche delle Attività Motorie Preventive e Adattate. Docente incaricato all’insegnamento di “Attività Fisica Adattata” presso il Master Universitario di I° Livello in “Posturologia Clinica e Scienze dell’Esercizio Fisico” – Università degli Studi di Catania Negli ultimi anni si è indirizzato troppo spesso e senza motivare scientificamente verso l’attività in piscina indicando il nuoto come “toccasana” dei paramorfismi rachidei. Per quanto riguarda il nuoto, bisogna dire subito che non può essere prescritto in presenza di paramorfismi del rachide e, ancora di più, in presenza di scoliosi. Non si può creare l’illusione di una sua miracolistica efficacia, poiché, al pari di qualsiasi altra attività sportiva, è priva di qualsiasi effetto rieducativo-compensativo. Abstract “Acqua” e “Attività Fisica” sono accomunate da una alleanza non indifferente che, spesso, riveste il ruolo della complicità per tentare di risolvere importanti problematiche connesse all’apparato locomotore come la scoliosi, l’ipercifosi e l’iperlordosi. I gesti motori assumono aspetto formativo se sfruttati intelligentemente e possono essere un ottimo ausilio per il potenziamento armonico dei vari complessi mio-fasciali e, in particolar modo, per la catena cinetica muscolare posteriore che interessa anche la colonna vertebrale. Vecchi Medici non più aggiornati e la profanità dell’utenza che è costretta a un vissuto di educazione posturale, attribuiscono doti rieducative funzionali alle attività motorie in acqua. Il mezzo acquatico non deve essere inteso come uno strumento terapeutico o un metodo di trattamento rieducativo ma, semplicemente, come un mezzo dotato di specifiche caratteristiche all’interno del quale possono essere allestite metodiche allenanti e come un “attrezzo” per la somministrazione di esercizi rieducativi. Il passaggio dalla terraferma all’acqua è il passaggio dal dominio del peso al dominio della forma! Una sintetica analisi delle evidenze chinesiologiche e biomeccaniche, contraddice ogni possibile valenza dell’attività natatoria a favore di un momento rieducativo nei difetti morfologico-posturali con il particolare ambito di trattamento della scoliosi idiopatica evolutiva giovanile. Il corpo umano immerso in un fluido come l’acqua,per effetto della postura orizzontale rispetto al mezzo (attrezzo acqua), mancando i punti di vincolo, subendo una ridotta forza gravitazionale e scarse stimolazioni propriocettive, non può ottenere una modificazione degli schemi posturali. Abstract “Water”and “Physical Activity” are united by a not indifferent alliance that often plays the role of complicity in trying to solve important problems related to the locomotor system. Motor gestures take on a formative aspect ifused intelligently and can be an excellent aid for the harmoniou sstrengthening of the various myofascial complexes and, in particular, for the posterior muscular kinetic chain which also affects the vertebral column. Old Doctors who are no longer up to date and the profanity of users who are forced to experience postural education, attribute functional re-educational skills to motor activities in the water. The aquatic medium must not be understood as a therapeutic tool or a re-educational treatment method but, simply, as a means with specific characteristics within which training methods can be set up and as a “tool” for administering re-educational exercises . The transition from land to water is the transition from the domination of weight to the domination of form! A brief analysis of the kinesiological and biomechanical evidence contradicts any possible value of swimming in favor of a re-educational moment in morphological-postural defects with the particular area of treatment of juvenile development alidiopathicscoliosis. The human body immersed in a fluid such as water, due to the horizontal posture with respect to the medium (water tool), lacking the attachment points, undergoing a reduced gravitational force and poor proprioceptive stimulations, cannot obtain a modification of postural patterns. Il concetto di benessere fisico trova nell’elemento “Acqua” e nell’“Attività Fisica” una alleanza non indifferente che, spesso, riveste il ruolo della complicità per tentare di risolvere importanti problematiche connesse all’apparato locomotore come la scoliosi. Infatti, sin da epoche remote, dalla civiltà egizia a quella ellenica e romana, l’uso dell’acqua per la ricerca del benessere a finalità rieducativa costituisce uno dei procedimenti più antichi di cui ha disposto l’essere umano. Non di meno, nell’ambito della rieducazione posturale, è uso ricorrente, purtroppo ancora abitualmente, attribuire doti rieducative alle attività sportive e, in particolar modo, al nuoto per la risoluzione di una scoliosi. Il più delle volte tali qualità risultano assolutamente improprie e prive di evidenze e giustificazioni scientifiche. Scoliosi, ipercifosi dorsale e iperlordosi lombare possono riceverne benefici? La pratica degli sport impone all’apparato locomotore delle traslocazioni spaziali di particolare impegno bio-meccanico. Se i gesti motori vengono sfruttati intelligentemente, possono essere un ottimo ausilio per il potenziamento armonico dei vari complessi mio-fasciali e, inparticolar modo, proprio per la catena cinetica muscolare posteriore che interessa anche la colonna vertebrale. Pertanto, l’attività motoria assume aspetto formativo. Ma occorre fornire una esatta impostazione delle funzioni profilattiche ai fini di una prevenzione dei paramorfismi e di ogni sub-normalità psicomotoria, con attenzioni rivolte a posture e a dinamismi fondamentali. È utile chiarire il ruolo delle attività acquatiche e natatorie: queste ricoprono un ruolo di dubbia validità; purtroppo si continua a prescrivere il nuoto che è oggetto di attenzioni ingiustificate e controproducenti nel processo di normalizzazione delle alterazioni morfologico-posturali e nella rieducazione della scoliosi. Ancora oggi sopravvivono stereotipi culturali privi di fondamento scientifico e che non giustificano il beneficio del nuoto. L’effetto miorilassante e decontratturante dell’esercizio in acqua viene parecchio utilizzato nel management del dolore, soprattutto in presenza di algia vertebrale (back pain) e nella traumatologia sportiva, quale momento di riatletizzazione. In ambito neurologico viene prescritto come ultima risorsa nell’intento di sfruttare il mezzo acquatico come “facilitazione” motoria rispetto al movimento svolto sulla terraferma. Tanti “si dice” inducono vecchi Medici non più aggiornati e la profanità dell’utenza che è costretta a un vissuto di educazione posturale, ad attribuire doti rieducative funzionali alle attività motorie in acqua. Spesso lo sport viene scelto come momento compensativo di alterazioni morfologico-posturali o di gravi curve scoliotiche paramorfiche. In particolare, in modo improprio e assolutamente ingiustificato, la scelta viene indirizzata verso il nuoto come fosse una panacea. Gli sport acquatici e natatori (di qualsiasi tipo o tecnica e comunque denominate) non sono “TERAPIA” utilizzabile per
La telemedicina e controllo da remoto delle principali patologie croniche: il ruolo del medico di famiglia
Autori Dott.ssa G. Valenti Medico consulente Cliniche dialisi Diaverum – MMG, Catania. Dott. C. Di Gregorio Medico di medicina generale, Catania. Dott. O.M. Trovato Nefrologo libero professionista. Dott.ssa C. Vitale Cardiologa presso ARNAS Garibaldi Centro, Catania. Introduzione Il medico ha sempre basato la “visita”, su tecniche e metodiche prevalentemente manuali: palpazione, percussione, auscultazione e comunicazione verbale della sintomatologia da parte del paziente, cercando di creare un rapporto di empatia e fiducia reciproca. Con le innovazioni tecnologiche si è avviata una progressiva introduzione di nuovi metodi di diagnosi e trattamento, che non devono inaridire il rapporto medico paziente, ma bensì arricchirlo, come nel caso della telemedicina. L’evoluzione dell’Information and Communication Technology (ICT) ha fatto emergere una società dell’informazione, nella quale si stanno modificando le abitudini e le modalità di lavoro, studio, ricerca, tempo libero, oltre ad influenzare il nostro modo di accedere ai pubblici servizi. La possibilità di trasferire informazioni attraverso le reti di telecomunicazioni in modo facile e veloce, fornisce un’opportunità d’innovazione anche al settore medico, contribuendo alla gestione più efficace delle risorse ed aumentando la qualità delle prestazioni. La sanità elettronica (e-Health), rappresenta l’applicazione dell’ICT nell’ambito sanitario e consente un accesso efficiente ai servizi, ottenendo la massima qualità nei processi assistenziali a costi contenuti, rendendo le decisioni cliniche più sicure ed appropriate, attraverso la condivisione strutturata delle informazioni e conoscenze cliniche, tra tutti gli attori della catena delle prestazioni sanitarie, in modo da renderle fruibili ed accessibili da ognuno. La pandemia COVID-19 ha reso necessario il ricorso alla sanità digitale, rendendo la telemedicina un importante opportunità attraverso la quale paziente e medico riescono a comunicare efficacemente anche a distanza. Storia Il primo tentativo sperimentale di telemedicina fu eseguito da Einthoven nel 1906, mediante prove di consultazione remota elettrocardiografica attraverso il telefono. Ma poiché la rete di comunicazione dell’epoca era molto carentela trasmissione dei suoni del cuore e dei polmoni di un paziente da un luogo a un altro non ebbe grande successo.Altri tentativi furono fatti intorno al 1950 con trasmissione telefonica di referti radiologici ed altri tentativi per trasmettere esami neurologici e altre informazioni per gli studenti di medicina,per esperimenti di terapie di gruppo, diagnosi di casi difficili, consultazioni, seminari. In Italia, una delle prime applicazioni di telemedicina è stata la trasmissione sperimentale di elettrocardiogrammi a distanza, iniziata nel 1976, utilizzando le normali linee telefoniche. Negli anni ottanta, l’allora SIP lanciò un vero e proprio “cardiotelefono”. Da allora, gli enti di ricerca, le università, le società scientifiche, il CNR ed il Ministero della Sanità, lavorando a diversi progetti, hanno fatto sviluppare diversi progetti tanto che già nel 2002 c’erano 12000 pazienti tele-assistiti e 50 aziende operanti nel campo. Definizione Per Telemedicina si intende una modalità di erogazione di servizi di assistenza sanitaria, tramite il ricorso a tecnologie innovative, in particolare alle Information and Communication Technologies (ICT), in situazioni in cui il professionista della salute e il paziente (o più professionisti) non si trovano nella stessa località. La Telemedicina comporta la trasmissione sicura di informazioni e dati di carattere medico nella forma di testi, suoni, immagini o altre forme necessarie per la prevenzione, la diagnosi, il trattamento e il successivo controllo dei pazienti. I servizi di Telemedicina vanno assimilati a qualunque servizio sanitario diagnostico/terapeutico. Tuttavia la prestazione in Telemedicina non sostituisce la prestazione sanitaria tradizionale nel rapporto personale medico-paziente, ma la integra per potenzialmente migliorare efficacia, efficienza e appropriatezza. La Telemedicina deve altresì ottemperare a tutti i diritti e obblighi propri di qualsiasi atto sanitario. Il suo utilizzo consente quindi, di creare nuove opportunità per il miglioramento del SSN tramite una maggiore collaborazione tra medici di Medicina Generale, Specialisti, Ospedali, Istituti e Laboratori. Nell’ambito della diagnostica clinica, questa disciplina permette al medico di effettuare diagnosi su un paziente a distanza, attraverso la trasmissione di dati prodotti da strumenti diagnostici. Inoltre permette di effettuare il teleconsulto che consiste nel fornire un’opinione clinica a distanza supportata da dati acquisiti inviati ad un medico da “remoto” che li analizza producendo di fatto una seconda valutazione clinica su un paziente. Legislazione Nel tempo le istituzioni hanno fatto vari tentativi di regolamentare le applicazioni delle comunicazioni tecnologiche in medicina La Commissione Europea con la Comunicazione (COM-2008-689) “Telemedicina a beneficio dei pazienti, sistemi sanitari e società”, del 4 novembre 2008, individua una serie di azioni che coinvolgono tutti i livelli di governo, sia in ambito comunitario che dei singoli Stati Membri, per favorire una maggiore integrazione dei servizi di Telemedicina nella pratica clinica. In Italia le prime Linee di indirizzo nazionali sulla Telemedicina sono state approvate dall’Assemblea generale del Consiglio Superiore di Sanità il 10 luglio 2012. Nel febbraio 2014 è stata siglata l’Intesa Stato-Regioni al fine di garantire “uno sviluppo coordinato, armonico e coerente della telemedicina nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale”. Risultato particolarmente rilevante tenuto conto della necessità di ripensare il modello organizzativo e strutturale del Servizio Sanitario Nazionale del nostro Paese. Regioni guida di questo progetto: Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Piemonte e Toscana. Dal 2018 tutte le regioni hanno recepito le linee di indirizzo con proprie delibere, e nel 2019 il ministero e un gruppo di lavoro sulla telemedicina ha realizzato una mappatura nazionale delle esperienze regionali e prodotto indicazioni uniformi sull’intero territorio nazionale per l’erogazione delle prestazioni a distanza. Nel 2020 vista l’emergenza sanitaria diventa necessario fornire indicazioni uniformi sull’intero territorio nazionale per l’erogazione delle prestazioni a distanza, con particolare riguardo alle attività specialistiche, estendendo la pratica medica e assistenziale oltre gli spazi fisici in cui usualmente si svolge secondo le tradizionali procedure, anche in relazione alle iniziative avviate da alcune regioni nel periodo dell’emergenza Covid. Il 17 dicembre 2020 (Repertorio atti n.215/CSR)è stato adottato, con Accordo in Conferenza Stato Regioni, il documento“Indicazioni nazionali per l’erogazione di prestazioni di telemedicina”. Questo documento intende fornire le indicazioni da adottare a livello nazionale per l’erogazione di alcune prestazioni di telemedicina quali la televisita, il teleconsulto medico, la teleconsulenza medico-sanitaria, la teleassistenza da parte di professionisti sanitari, la tele-refertazione. Con questo documento la Telemedicina entra a pieno titolo nel SSN, da questo momento
Cannabis le faq contro ‘i falsi miti’ lanciate dal gruppo di lavoro Omceo Roma
‘La cannabis non è una droga vera e propria, infatti non dà dipendenza’. ‘Ma che danni può fare la cannabis, non staremo esagerando nel parlarne?’. ‘Ma se mi faccio una canna per rilassarmi e studiare meglio?’. ‘Va bene, ma se smetto passa tutto? O no?’. ‘Almeno, con una canna in mano, oggi non ho problemi con la polizia’. Sono solo alcune delle frasi e considerazioni più comuni sulla cannabis e il suo consumo alle quali cerca di dare una risposta, scientificamente motivata ma comprensibile e convincente, l’opuscolo ‘Cannabis, i falsi miti’, elaborato dal Gruppo di lavoro per la prevenzione dei danni causati da cannabis, fondato da Antonio Bolognese, professore onorario di Chirurgia generale del dipartimento Pietro Valdoni presso Sapienza Università di Roma, e patrocinato dalla Omceo di Roma e provincia. Il Gruppo di lavoro ha organizzato un incontro pubblico, tenutosi presso la Sala Baldini in piazza di Campitelli a Roma, per presentare la propria attività e lanciare una vera e propria ‘chiamata alle armi’ alla società civile, a tutti coloro che hanno contatto con i giovani e possono, in diversi contesti e occasioni, divulgare una corretta informazione riguardo alla cannabis e ai danni che essa provoca alla salute, soprattutto dei ragazzi. Obiettivo del Gruppo di lavoro è anche quello di promuovere un’azione di informazione e divulgazione presso le famiglie, I docenti, gli allenatori, gli educatori e anche i medici che spesso, hanno constato i professionisti sanitari che compongono il Gruppo di lavoro, non conoscono a fondo questo tema e neanche il mondo dei servizi pubblici per le dipendenze a cui ci si può rivolgere in caso di necessità. ‘È necessario contrastare credenze sbagliate– ha sottolineato Stefano De Lillo, vice presidente dell’Ordine dei medici di Roma, al quale è affidato il coordinamento del Gruppo di lavoro- come quella che la cannabis possa avere un effetto stimolante nello sport. Questa droga, infatti, oltre a essere una sostanza dopante ha al contrario un effetto negativo sulla prestazione sportiva. Questo è importante dirlo e farlo capire’. Per rendere la comunicazione semplice, efficace e comprensibile a tutti, pur mantenendo la base scientifica che ne fortifica l’attendibilità e la validità, l’opuscolo è stato strutturato come un elenco di FAQ (Frequent Asked Questions), ben note ai frequentatori del web, quindi ai ragazzi prima di tutto. ‘Il nostro obiettivo è fare sì che I ragazzi acquisiscano una corretta conoscenza sulla cannabis da una parte attraverso la peer education, dall’altra attraverso le informazioni e le nozioni che possono essere trasmesse da genitori, educatori, docenti, allenatori, maestri che però devono poterle acquisire e comprendere in prima persona– ha spiegato Angelo Fienga, ingegnere e data scientist- È essenziale che la conoscenza sulla pericolosità della cannabis, in tutti gli aspetti della vita quotidiana, sia alla portata di tutti perché ci sono molti falsi miti che danno un’idea sbagliata del fenomeno. Oltre che in versione cartacea, produrremo l’opuscolo anche in formato digitale e sarà ospitato sul sito della Omceo Roma e Lazio. Stiamo anche pensando di trasformarlo in un decalogo da esporre nelle palestre, nei centri sportivi e da diffondere via social, con la modalità delle card e delle pillole di Instagram e TikTok che se fatte bene hanno un effetto virale molto efficace’. Per parlare direttamente ai ragazzi in un linguaggio che sia per loro comprensibile e d’impatto, l’attività del Gruppo di lavoro punterà anche a coinvolgere testimonial o influencer giovani. Sull’importanza del confronto con i coetanei e di un approccio, da parte delle istituzioni, che sappia accendere l’interesse dei ragazzi, è intervenuto Giuseppe Ducci, psichiatra e direttore del dipartimento Salute mentale della Asl Roma 1: ‘Il Servizio sanitario nazionale deve andare incontro alla modernità, utilizzando i canali preferiti dai giovani per raggiungerli sia nell’operazione di informazione ed educazione sia nel far sapere loro che esistono dei servizi di facile accesso a cui possono rivolgersi se hanno bisogno. Bisogna intervenire in modo duplice- ha chiarito- In primo luogo, cogliendo la dimensione multiforme della intossicazione e dei disturbi causati dalla cannabis, non tenendo separati il mondo delle dipendenze e quello della salute mentale. In secondo luogo, individuando dentro le classi scolastiche dei leader naturali che possano informare i coetanei con un linguaggio a loro familiare. La peer education più efficace- ha tenuto a ricordare Ducci- è orientata a uno stile di vita sano in senso ampio, non su un solo obiettivo’. Un elemento che è stato sottolineato con grande preoccupazione dagli esperti del Gruppo di lavoro è l’età sempre più precoce di prima assunzione della cannabis da parte dei ragazzi, che fumano il primo spinello intorno agli 11-12 anni. Un esordio precoce che può portare numerosi gravi conseguenze che possono essere immaginate come un iceberg. La punta di qeusto iceberg, ha spiegato Giuseppe Bersani, già professore ordinario di Psichiatria presso Sapienza università di Roma, ‘sono i disturbi psicotici che, secondo un dato medio, possono interessare il 15% dei giovani consumatori. Non è possibile definire il dato in modo più preciso perché- chiarisce lo psichiatra- alla comparsa di queste forme psicotiche concorrono quattro variabili. La prima è l’età di esordio dell’assunzione, perché un conto è iniziare a consumare cannabis a 13 anni e un altro è iniziare a 30. La seconda è la continuità, la regolarità dell’assunzione. La terza è la quantità cumulativa di principio attivo della cannabis (il tetraidrocannabinolo, THC) assunta nel tempo. Questi tre fattori si combinano, poi, con una vulnerabilità individuale mediata geneticamente. Questi stati psicotici possono essere di tipo simil-schizofrenico o simil schizo-affettivo. La cosa drammatica- sottolinea l’esperto- è che un disturbo psicotico che esordisce indotto e stimolato dal consumo di cannabis può cronicizzare e quindi non recedere, in molti casi, neanche dopo la sospensione del consumo di cannabis. È come se l’assunzione di cannabis fosse in grado attivare un processo potenziale, ma non espresso, che una volta attivato segue il suo decorso, indipendentemente dalla prosecuzione o meno dell’assunzione di cannabis. Si tratta di un rischio altissimo’. Nella zona mediana dell’iceberg ci sono poi le conseguenze mentali di lungo termine, sviluppate da una vasta percentuale di soggetti che iniziano ad assumere precocemente
Biocontenimento e pandemia, all’Ordine dei Medici Palermo si fa il punto
Pandemia e rischio biologico, le strategie e il futuro del biocontenimento in Italia è tornato al centro del dibattito delle autorità civili e militari a Villa Magnisi, sede dell’Ordine dei medici di Palermo, ieri 16 giugno 2022. Ad introdurre la giornata di lavori il generale Giuseppe Ciniglio Appiani, a capo del Corpo sanitario dell’aereonautica militare italiana, e il generale Pietro Perelli, che guida l’Istituto di medicina aerospaziale. Tutti concordano: è cambiata la gestione della pandemia ma il virus c’è ancora. “Pensare che il covid non ci sia più è un atteggiamento miope rispetto alla realtà. E i numeri lo dimostrano” ha precisato il dirigente generale dell’assessorato regionale della Salute Mario La Rocca. Per il futuro, due i pilastri da sviluppare ulteriormente per la gestione e il trasporto in biocontenimento dei pazienti affetti da malattia infettiva diffusiva: una rete di interforze completata con tutte le forze armate e la formazione dei soggetti coinvolti nella responsabilità e il trasporto in sicurezza del malato “a partire dalla svestizione che è la più critica delle procedure per il contatto dei sanitari con le superfici esterne” come ha spiegato il presidente dell’Omeo di Palermo, Toti Amato, consigliere della Fnomceo. “Una sfida che l’Ordine dei medici di Palermo ha vinto con prontezza nel 2019 con il progetto ministeriale Health Biosafety Training (HBT), accreditandosi oggi come centro di formazione permanente nazionale e internazionale sulle procedure di vestizione e svestizione in alto biocontenimento per addestrare tutti i soggetti interessati nella gestione di un’emergenza sanitaria, a prescindere dal covid”. Inserito nel piano strategico operativo nazionale 2021-23, il format siciliano HBT simula gli scenari reali dei casi infettivi sospetti. Oggi rappresentano “un’eccellenza del nostro Paese, conoscenze che vanno disseminate tra la classe medica e sanitaria, da raccontare anche in contesti internazionali” ha detto il dirigente della Prevenzione del ministero della Salute Francesco Maraglino commentando i risultati ottenuti. “Nel 2020 serviva prontezza operativa in un settore dove il servizio sanitario non poteva intervenire Amato. Oggi lavoriamo per essere pronti per qualunque rischio biologico futuro. Non ci siamo mai fermati, e stiamo proseguendo con un format ad hoc dedicato ai carabinieri impegnati sul fronte degli sbarchi a Lampedusa. Ne abbiamo già formati 300, che si aggiungono ai 13mila già addestrati, tra dirigenti e personale delle Aziende sanitarie regionali, della Seus 118 dell’Usmaf-Sasn del ministero della Salute, della Croce rossa, della polizia, carabinieri dei Nas, guardia costiera e capitaneria di porto”. “Il prossimo passo – ha detto Francesco Bongiorno, esperto in biocontenimento e coordinatore del progetto HBT e dell’evento – sarà la standardizzazione delle procedure in biocontenimento, attraverso esercitazioni reali interforze affinché si acquisisca una consolidata best practice a tutela del paziente e degli operatori sul campo”. “Prima del 2015 – ha spiegato il colonnello Marco Lastilla, capo centro Aeromedico specialistico dell’Istituto di medicina aereospaziale – era impensabile trasportare pazienti infetti. Dal 2020 ad oggi ne abbiamo trasportati in sicurezza 500 in tutto il Paese”. Che si aggiungono ai 100 trasportati in biocontenimento tra la Sicilia e le altre regioni del Sud” come hanno rimarcato il direttore della centrale operativa 118 Palermo-Trapani Fabio Genco, e il medico rianimatore Marco Palmeri, oggi dirigente dell’assessorato regionale alla Salute. Partito dalla Sicilia ma già applicato come format in tutte le Usmaf italiane per la qualità del percorso formativo, grazie anche alle simulazioni pratiche “la pandemia ha dato un motivo in più per lavorare sulla formazione grazie anche alla collaborazione dell’Ordine di Palermo. A breve ci sarà un aggiornamento e nuove circolari. Stiamo anche già lavorando ad un protocollo d’intesa tra Omceo, Direzione generale della Prevenzione e Segretariato generale – ha annunciato il dirigente medico del Ministero della Salute Ulrico Angeloni. La crisi pandemica come esperienza da mettere a frutto per il futuro. In linea anche il manager dell’Arnas Garibaldi di Catania, Fabrizio De Nicola: “A Catania, stiamo già realizzando un nuovo polo d’emergenza. Da settembre avremo una possibilità d’accesso fino a 20 pazienti. Un polmone importante frutto di una programmazione dettata dall’esperienza concreta. Tra i numerosi ospiti, hanno partecipato anche il presidente nazionale della Hospital & Clinical Risk Managers, Alberto Firenze; il Ceo della IN MM, Sabrina Menghini e il direttore regionale dell’USMAF SASN, Claudio Pulvirenti; dirigente responsabile Ufficio speciale comunicazione dell’assessorato regionale della Salute, Daniela Segreto; il commissario Covid di Palermo e provincia, Renato Costa. Stefania Sgarlata | mob. +39 339.1554110 Responsabile comunicazione stefania sgarlata | mob. +39 3391554110 stefaniasgarlata@gmail.com s.sgarlata-ufficiostampa@ordinemedicipa.it
Parkinson e fattori protettivi: pubblicato studio sui benefici del caffé

La diatriba dei fattori di rischio e/o di protezione della malattia di Parkinson è da tempo oggetto di studio da parte dei neurologi della Società Italiana di Neurologia (SIN). In particolare il consumo di caffè sembrerebbe avere carattere protettivo, dice il Presidente della Società Italiana di Neurologia Professor Alfredo Berardelli della Sapienza di Roma, una delle Università che hanno partecipato a un recente studio coordinato da uno dei pionieri italiani in questo tipo di ricerche: Giovanni Defazio dell’Università di Cagliari. Lo studio, a cui hanno partecipato anche le Università di Bari, Catania e Verona, oltre all’Albert Einstein College of Medicine di New York, al dipartimento di neurologia dell’ASST Pavia-Voghera e all’IRCCS Neuromed di Pozzilli, è stato appena pubblicato su Parkinson’s & Related Disorders (1) indicando come un pregresso consumo moderato di caffè ritardi l’età d’esordio della malattia, inducendo comunque una sintomatologia meno grave. ATTIVITA’ FISICA Simile effetto benefico ha anche una moderata attività fisica quotidiana precedente all’esordio della malattia con un miglioramento soprattutto sulla sintomatologia non motoria come dolore, incontinenza, ipotensione ortostatica, stipsi, disturbi del sonno, affaticamento, ansia, depressione, ecc. CONFERME Anche un altro studio italiano pubblicato 2 anni fa su Neurobiology of disease (2) aveva individuato fra 11 fattori di rischio e/o protettivi potenzialmente in grado di influenzare lo sviluppo della malattia di Parkinson la caffeina e l’attività fisica come capaci di migliorarne la progressione se presenti prima dell’esordio dei sintomi. LUNGHI STUDI Il primo studio di Defazio fu presentato al convegno nazionale 2017 dell’Accademia Limpe-Dismov per il parkinson e i disordini del movimento: una review su 797 studi da cui risultavano a carattere protettivo: attività fisica, fumo, caffe. NON UN SOLO PARKINSON Un importante risultato di questa serie di studi, dice il Prof. Defazio, è che la distribuzione dei vari possibili fattori di rischio individuati (ad es. familiarità per malattia di Parkinson, dispepsia, ecc.) non è uniforme, ma questi possono variamente presentarsi, individuando così vari sottotipi eziologici. Ciò supporta la possibilità (spesso ventilata negli ultimi anni) che non esista una sola, ma diverse malattie di Parkinson con diverse eziologie e probabilmente diverse evoluzioni, ognuna delle quali risponde a diversi fattori di rischio e/o di protezione. CAFFEINA COME FARMACO Un autore che ha molto studiato gli effetti della caffeina su questa malattia è Ronald Postuma dell’Università di Montreal secondo il quale il caffè non è solo un fattore protettivo sullo sviluppo della malattia (3), ma agisce anche come farmaco potenzialmente in grado di ritardarne l’evoluzione una volta che i sintomi si sono manifestati. CAUTELA Siamo ancora nell’ambito delle forti probabilità –commenta Defazio– Dalle nostre ricerche emerge una plausibilità biologica evidente dal punto di vista epidemiologico secondo cui alcuni fattori, come ad esempio i pesticidi, sono a rischio, mentre altri, come l’attività fisica o il caffè, sono protettivi, ma sembrano esserlo anche il thè, la vitamina E o i FANS. Va ancora capito come indirizzare l’azione di ognuno di questi fattori per una migliore riduzione del rischio: già altri Autori hanno visto, ad esempio, come non tutti i dosaggi di caffeina siano efficaci allo stesso modo. Occorre soprattutto attenzione a non ricavare da questi studi l’impressione che il caffè sia una sorta di panacea neuro-protettiva, perché c’è ancora molto da studiare (4). Si può dire che il caffè non solo può prevenire la malattia (come indicano nostri studi precedenti), ma anche ritardarne l’età di esordio e, probabilmente, indure anche una più lenta evoluzione della sintomatologia motoria.