Dermatite Atopica, nel mondo colpisce il 10 percento degli adulti e il 25 percento dei bambini
Convivere con la dermatite atopica mantenendo una buona qualità di vita è possibile. Occorre però un’attenta gestione di questa malattia autoimmune, complessa, cronica, da affrontare insieme a uno specialista, in grado di individuare il percorso più adatto a ogni paziente. Per fare il punto sui sintomi della malattia, sulla gestione e le prospettive della ricerca, si è svolto stamani a Milano il Media Tutorial ‘Dermatite Atopica: facciamo chiarezza. L’importanza di rimettersi in gioco’, organizzato da AbbVie alla vigilia del congresso EADV (European Academy of Dermatology and Venerology, Milano, 7-11 settembre). La dermatite atopica è una patologia infiammatoria cronica della pelle che nel mondo colpisce il 10 percento degli adulti e il 25 percento dei bambini, causando un forte impatto sulla qualità di vita delle persone. Non sono ancora del tutto note le cause scatenanti, tuttavia si ritiene siano coinvolti fattori genetici e ambientali. Inoltre, la familiarità sembra giocare un ruolo chiave: almeno il 40 percento dei pazienti ha una storia familiare di malattia. “Non bisogna sottovalutare una malattia dermatologica che può provocare prurito intenso e lesioni eczematose ricorrenti in grado di diminuire la qualità di vita, alterare il sonno, minare l’autostima e la serenità di chi ne soffre, conducendo perfino a un ridotto rendimento scolastico e lavorativo” sottolinea il Prof. Piergiacomo Calzavara Pinton, direzione UO Dermatologia AST Spedali Civili e Clinica Dermatologica Università di Brescia. “Inoltre, la dermatite atopica si presenta spesso associata ad altre manifestazioni atopiche come l’asma, la rinite allergica, la poliposi nasale e l’esofagite eosinofila. Per la varietà delle forme e della risposta personale è quindi fondamentale che ogni paziente affronti un percorso di cura con uno specialista e collabori per ottenere risultati duraturi nel tempo”. “La dermatite atopica non è sempre uguale nelle varie fasi della vita e spesso può essere sottovalutata o non sottoposta a una diagnosi corretta. Per la gestione della malattia è importante intervenire non solo all’apparire delle manifestazioni acute, come spesso si tende a fare, ma tenere sotto controllo l’infiammazione sottostante trattandola in modo sistemico” spiega la Prof.ssa Gabriella Fabbrocini, direttrice dell’UOC di Dermatologia Clinica dell’Università Federico II di Napoli. “Le innovative soluzioni terapeutiche che negli ultimi anni sono state messe a disposizione, come i farmaci biologici e i JAK-inibitori, offrono opportunità da valutare con grande attenzione perché consentono di alleviare da subito i sintomi modificando il decorso della malattia in maniera duratura”. “La dermatite atopica è una malattia cronica dal forte impatto sulla vita dei pazienti, che può colpire anche persone giovani, nel pieno dell’attività scolastica o lavorativa” – sottolinea Mario Picozza, presidente di ANDeA, associazione nazionale dermatite atopica. “Per arrivare a una gestione ottimale della malattia e a una buona qualità di vita per i pazienti è importante che la comunità scientifica, i medici, le aziende e, soprattutto, le istituzioni riservino maggiore attenzione a questa malattia, come abbiamo indicato nel nostro Manifesto, inserendola per esempio nel Piano Nazionale della Cronicità e nei Livelli Essenziali di Assistenza come patologia cronica e invalidante. Auspichiamo inoltre che l’autorità regolatoria italiana recepisca velocemente le indicazioni dell’EMA sull’accesso alle terapie”. AbbVie ha lanciato, in collaborazione con l’associazione di pazienti ANDeA, la campagna di informazione e sensibilizzazione “Dermatite Atopica: Rimettiti in gioco”. L’iniziativa comprende una nuova sezione del sito www.vicinidipelle.it dedicata alla patologia, contenente utili informazioni, oltre a una serie di strumenti che consentono al paziente di contattare il centro dermatologico più vicino al proprio domicilio e prepararsi a una visita specialistica. Sul sito il paziente può effettuare un test di autovalutazione per comprendere meglio l’impatto della dermatite atopica sulla propria vita quotidiana, identificare i propri obiettivi e delineare il proprio piano d’azione. Infine, vengono messi a disposizione due brevi tutorial che consentono di arrivare preparati all’appuntamento con il medico. Per partecipare attivamente è possibile seguire la campagna anche sui canali social “Vicini di Pelle” (Facebook e Instagram) “Il riscontro positivo che sta registrando la campagna ‘Rimettiti in Gioco’ conferma quanto sia importante offrire nuovi strumenti ai pazienti per la gestione ottimale della malattia” – sottolinea Annalisa Iezzi, Direttore Medico di AbbVie Italia. “Da anni siamo impegnati in dermatologia insieme alla comunità scientifica e dei pazienti nel miglioramento della qualità di vita delle persone affette da patologie croniche autoimmuni”.
Taormina, artisti under 35 premiati da HEAD Project di Angelo Azzurro ONLUS
Si è svolta sabato 3 settembre 2022, nella splendida cornice del Palazzo Duchi di Santo Stefano a Taormina, la cerimonia di premiazione della prima edizione del Premio Internazionale “Giovan Battista Calapai e Theodora van Mierlo Benedetti”, dedicato alla valorizzazione di artisti under 35 e promosso da A-HEAD Project di Angelo Azzurro ONLUS, fortemente voluto dal suo curatore Piero Gagliardi e presieduta dalla dottoressa Stefania Calapai. La cerimonia, moderata dal giornalista Alessio Morganti, ha visto l’intervento della dottoressa Roberta Melasecca che ha coordinato la Giuria per la selezione delle due artiste vincitrici, e successivamente l’intervento della Dottoressa Stefania Calapai che ha anticipato la seconda Edizione del Premio alla quale si lavora già con grande intensità. Il “Premio Giovan Battista Calapai”, avente valore netto di € 1000,00 e comprensivo di una pubblicazione A-HEAD Edizioni, è stato assegnato a Camilla Gurgone, giovane promessa dell’arte di origine toscana ma residente a Milano. La “Menzione Speciale Theodora van Mierlo Benedetti”, del valore netto di € 500,00 e comprensiva di una pubblicazione A-HEAD Edizioni, è stata assegnata a Gisella Chaudry residente a Torino dove opera, ma di origini in parte pakistane e in parte siciliane. Ad entrambe le artiste la Onlus Angelo Azzurro ha voluto consegnare due opere della serie “White Flower” dell’artista Luca Guatelli. Infine ha accompagnato la cerimonia una degustazione di pregiati vini dell’azienda laziale Casale del Giglio. Il Premio Internazionale è dedicato alla memoria di Giovan Battista Calapai e Theodora van Mierlo Benedetti, due figure centrali che hanno contribuito in modo determinante alla connessione tra la Angelo Azzurro – costituita nel 2008 dalla presidente e psichiatra Stefania Calapai, sempre attiva nella lotta contro lo stigma dei disturbi mentali – e il settore dell’arte, con la nascita nel 2017 del progetto A-HEAD per volere delle famiglie Calapai e Lo Giudice in collaborazione con artisti e dj di respiro internazionale, artefici dei vari laboratori che da anni la Onlus svolge accanto alle attività di psicoterapia più tradizionali. Con A-HEAD la cultura diviene un motore generatore di sanità perché i ricavati sono devoluti a favore di progetti riabilitativi della Onlus Angelo Azzurro, legati alla creatività, fondamentale per lo sviluppo di una sana interiorità. Lo scopo globale del progetto è quello di aiutare i giovani che hanno attraversato un periodo di difficoltà a reintegrarsi pienamente nella società, attraverso lo sviluppo di nuove capacità lavorative e creative.
Palermo, come investire sui programmi di infection control e antimicrobic stewardship
Approfondire i modelli di gestione delle aziende sanitarie contro il rischio delle Infezioni correlate all’assistenza (Ica), ovvero quelle complicanze che si manifestano frequentemente nel paziente ospedalizzato anche dopo tre giorni dalle dimissioni, standardizzando i criteri che stabiliscono il nesso tra causa e danno al paziente in caso di contenzioso per responsabilità sanitaria. Su questi temi, medici legali, giudici, risk manager, esperti del mondo accademico e medico si sono confrontati il 30 giugno scorso a Villa Magnisi, nel corso del congresso Assomel 2022, realizzato in collaborazione con l’Omceo di Palermo, sulle “Strategie, prospettive e aspetti medico-legali nella lotta alle infezioni correlate all’assistenza”. Obiettivo della giornata: ridurre l’impatto delle infezioni e la diffusione dei microrganismi antibiotico-resistenti attraverso la prevenzione, il controllo e le pratiche mediche più efficaci in tutte le strutture assistenziali, pubbliche e private. “Un terzo delle infezioni si potrebbero evitare con le buone pratiche fissate con adeguati protocolli e una formazione mirata per tutti i sanitari – ha spiegato il presidente dell’albo medici di Palermo, Giovanni Merlino -. La diffusione può essere minimizzata con modelli aziendali che garantiscono la qualità dell’assistenza, che non dipende solo dal valore della prestazione medica ma da una lunga serie di elementi che attengono a responsabilità organizzative, dunque politiche e aziendali. In un qualunque sistema sanitario, basta un anello difettoso della catena per limitare l’efficacia dell’intervento professionale e causare danni economici e clinici ai pazienti, alle strutture sanitarie e agli stessi medici. Fallimenti che fanno lievitare a dismisura il numero già enorme delle 300mila cause (indagine Consulcesi) giacenti nei tribunali del Paese”. Per il medico legale Davide Albano, consigliere dell’Omceo di Palermo “bisogna puntare sui programmi di “Infection control” e “Antimicrobic stewardship” perché i dati hanno dimostrato un impatto positivo non solo sulla qualità e la sicurezza delle cure, riducendo morbilità e mortalità, ma anche sotto il profilo economico: meno spesa per antibiotici, meno sinistrosità e meno contenziosi”. “Le infezioni contratte durante un ricovero – ha proseguito – si traducono in più giornate di degenza e cure, aumento dell’antibiotico-resistenza e più mortalità, che costano al sistema sanitario italiano tra i 450 e i 700mila euro ogni anno. Uno scenario grave che non tiene conto tra l’altro del costo psicofisico dei medici, ormai in pieno burnout anche a causa dei problemi legali legati alla professione, che continua ad essere sottostimato dal punto di vista clinico e finanziario”.
9° Bilancio Sociale ANASTE Emilia-Romagna
È stato presentato mercoledì 6 luglio il 9° Bilancio Sociale ANASTE Emilia-Romagna, il documento di rendicontazione, con la revisione degli esperti di BDO Italia, relativo alle performance sociali, ambientali ed economiche raggiunte nel 2021 da un’ampia rappresentanza di strutture residenziali aderenti ad ANASTE. Un evento di condivisione tra imprenditori/gestori delle strutture, cittadini, stakeholders e istituzioni per fare il punto sul futuro del mondo sociosanitario. Obiettivo del Bilancio Sociale ANASTE ER è quello di condividere direzioni strategiche e obiettivi comuni guardando al futuro del settore con lo scopo di favorire il dialogo e la comunicazione trasparente, migliorando la qualità delle strutture per il benessere degli anziani. Le 23 associate rappresentano il 59% delle strutture aderenti ad ANASTE ER e il 48% in termini di posti letto. Ad introdurre l’evento di presentazione è il presidente di ANASTE Emilia-Romagna Gianluigi Pirazzoli: “ANASTE, sia nazionale che regionale, è presente sul territorio, forte anche della rete con le istituzioni locali e nazionali. È necessario sostenere e modernizzare il settore sociosanitario. Per questo abbiamo bisogno di un sostegno concreto da parte del governo regionale. Bisogna puntare sulla formazione e specializzazione dei professionisti per superare le nuove sfide della terza età che la pandemia ha amplificato”. Secondo i recenti dati ISTAT, infatti, la popolazione italiana è sempre più anziana, con un aumento di persone non autosufficienti che necessitano nuovi sistemi di cure e assistenza. Questa “rivoluzione demografica”, unita alla necessità di nuove misure a sostegno del settore della Terza Età, pone il 9° Bilancio Sociale al centro di un confronto con la Regione Emilia-Romagna, con la quale ANASTE ER ha sottoscritto in passato un accordo “per una rete di servizi di qualità nei settori socio-assistenziale e socio-sanitario residenziali per anziani” che ora inevitabilmente occorre rivedere e riscrivere. Tra i relatori l’Assessore alle politiche per la salute della Regione Emilia-Romagna Raffaele Donini: “Il bilancio sociale è una conquista, simbolo di innovazione e trasparenza. È un’opportunità – per gli associati e per il mondo esterno – che permette di cogliere gli andamenti del settore e capire quella che è la responsabilità sociale delle imprese. Per ANASTE, il cui esercizio di rendiconto è ormai giunto alla 9^ edizione, è un valore aggiunto. Le strutture per gli anziani hanno investito capitali per migliorarsi e rispondere ai nuovi bisogni di assistenza. Questi investimenti vanno anche a beneficio del pubblico”. A sottolineare l’impegno continuo di ANASTE verso le fasce più deboli e fragili, sono il presidente di Confcommercio Ascom Bologna Enrico Postacchini e il vicepresidente Emil Banca Gianluigi Galletti, quest’ultimo ha colto l’occasione per ribadire i punti di connessione e contatto tra le due realtà: “Tra i nostri obiettivi prioritari c’è il raggiungimento del Goal 3 dell’Agenda 2030 che mira a ‘Garantire una vita sana e promuovere il benessere di tutti a tutte le età’ e l’impegno di ANASTE si inserisce in questa direzione perché le strutture associate si prendono cura delle persone più fragili”. Al direttore strategico del Consorzio Colibrì Giuliano Barigazzi il compito di ampliare la riflessione sul futuro del “nuovo” sociosanitario: “Per rispondere alle nuove esigenze della società e ai bisogni più complessi degli anziani è necessario modernizzare il settore sociosanitario e sperimentare nuovi modelli di welfare. Bisogna promuovere misure ad hoc per il settore sociosanitario e non generiche per la sanità come è accaduto con il PNRR”. A presentare nel dettaglio il 9° Bilancio Sociale ANASTE Emilia-Romagna, Carlo Luison Sustainable Leader di BDO Italia che ha offerto una panoramica dettagliata dei numeri e dei dati emersi dall’esercizio di rendicontazione. Il valore delle strutture ANASTE Emilia-Romagna emerge anche dal lavoro che queste ricoprono nel campo della formazione del personale. Nel 2021 le attività di aggiornamento professionale sono incrementate per un totale di 7.983 ore complessive ed un investimento di circa 900mila euro in spese relative alla salute e alla sicurezza dei lavoratori. Le risorse umane rappresentano un patrimonio essenziale per il futuro di ANASTE Emilia-Romagna e non solo: in termini di occupazione, le 23 associate registrano un totale di 1083 persone impiegate al proprio interno, con una particolare attenzione alle questioni di genere. Le donne rappresentano l’82% del totale del personale, mentre i lavoratori stranieri il 37%. La forza del gruppo e lo spirito di collaborazione sono i principi su cui ha posto l’accento il presidente Pirazzoli a conclusione dell’evento: “Noi siamo dei granelli di sabbia solitari, ma insieme formiamo una splendida spiaggia”.
1 italiano su 3 non è soddisfatto della condizione dei propri polmoni
Un italiano su tre non è pienamente soddisfatto della salute dei propri polmoni, in particolare i fumatori (54%) e chi vive in aree inquinate (35%). E quando la salute delle vie respiratorie scricchiola, si percepisce di più e più frequentemente, rispetto alla media, un grande senso di fatica (il 60%, più 17 punti percentuali rispetto alla popolazione generale), mancanza di fiato (54%, +25pp), disturbi del sonno come russamento e apnee notturne (59%, +18pp), tosse frequente o cronica (53%, +29pp), iperproduzione di muco (51%, +26pp), respiri con sibilo o rantoli (48%, +29pp). È quanto emerge dall’indagine condotta da AstraRicerche per il lancio di ‘Viaggio nel respiro’: l’iniziativa educazionale parte della campagna ‘Proteggi i tuoi polmoni’, promossa da Zambon Italia, per spiegare in modo semplice perché e come prendersi cura della salute delle proprie vie respiratorie. Così una guida pratica a cura di Maria Pia Foschino Barbaro, direttore dell’Unità Operativa di Malattie dell’Apparato Respiratorio del Policlinico Riuniti di Foggia, e una docu-serie animata disponibile online forniscono consigli utili per proteggere la salute dei polmoni e per rispondere all’interesse degli italiani: infatti, solo 1 su 2 (51,9%) è convinto di essere sufficientemente informato sui polmoni e più di 3 su 4 (76,2%) vorrebbero saperne di più. “Come possiamo aiutare i nostri polmoni? Diminuendo il rischio di formazione dei radicali liberi e aumentando la capacità dei tessuti di eliminarli. La chiave per contrastare lo stress ossidativo e incrementare le capacità di difesa immunitaria si chiama glutatione: il principale antiossidante delle cellule umane- spiega Foschino Barbaro- Un deficit di glutatione è indice di stress ossidativo e può comportare un maggiore rischio di danno polmonare. Un rischio che aumenta con il passare degli anni: dopo i 45 anni la sua produzione diminuisce e il sistema immunitario perde di efficacia. In questo contesto può essere utile l’N-acetilcisteina (NAC), una molecola che deriva da un amminoacido naturale e che ha la capacità di rigenerare il glutatione”. “Per mantenere in salute i polmoni- continua Foschino Barbaro- è inoltre importante adottare un corretto stile di vita, avere un’alimentazione sana, fare attività fisica e ridurre il più possibile l’esposizione ai principali fattori di rischio, come il fumo, che possono aumentare in modo significativo la velocità del processo di invecchiamento polmonare e di conseguenza il deterioramento della funzionalità respiratoria. Un fumatore di 40 anni, ad esempio, ha una funzionalità respiratoria pari a quella di un non fumatore di 70 anni di età. Proteggere la salute dei polmoni vuol dire proteggere anche quella degli altri organi ed in particolare mantenere l’efficacia del nostro sistema immunitario per rispondere agli attacchi di virus e batteri”, conclude l’esperta. ‘Viaggio nel respiro’ è anche una docu-serie animata in sei episodi, ognuno arricchito da un esercizio per migliorare la funzionalità del respiro. Dallo stile di vita ai fattori di rischio da evitare, fino ai consigli pratici per ascoltare il proprio respiro, allenarlo e mantenerlo in salute: sei puntate che vogliono aiutare a far conoscere il sistema respiratorio e a migliorare la qualità di vita attraverso una buona respirazione. Quest’anno, inoltre, la campagna ‘Proteggi i tuoi polmoni’ avrà il supporto di un ambassador d’eccezione, la campionessa italiana di nuoto Federica Pellegrini. “La respirazione è fondamentale nello sport e non solo. Per mantenere una buona salute polmonare è importante imparare ad ascoltare i propri polmoni, così come allenarli mantenendosi in forma e praticando sport, secondo le possibilità di ognuno e a tutte le età. Per questo è essenziale sensibilizzare gli italiani su come proteggere i propri polmoni e prendersi così cura della propria respirazione”, afferma Federica Pellegrini. Sul sito www.proteggiituoipolmoni.it è possibile sia guardare gli episodi della docu-serie animata, sia consultare la guida pratica curata dalla professoressa Maria Pia Foschino Barbaro per proteggere la salute dei polmoni in 10 tappe, informazioni e consigli utili sulle vie respiratorie. I punti principali dell’indagine di AstraRicerche: 1 italiano su 3 non è pienamente soddisfatto della salute dei propri polmoni, in particolare i fumatori (54%) e chi vive in aree inquinate (35%); tra gli italiani che non percepiscono una buona salute dei propri polmoni, i sintomi che si accusano di più e più frequentemente rispetto alla media sono un grande senso di fatica (il 60%, più 17 punti percentuali rispetto alla popolazione generale), mancanza di fiato (54%, +25pp), disturbi del sonno come russamento e apnee notturne (59%, +18pp), tosse frequente o cronica (53%, +29pp), iperproduzione di muco (51%, +26pp), respiri con sibilo o rantoli (48%, +29pp). In generale, il 41% degli intervistati dichiara di soffrire spesso o saltuariamente di problemi del sonno, come russamento o apnee notturne; quasi il 43% di senso di affaticamento e ben il 29% di mancanza di fiato. Circa il 25% intervistati ha catarro e tosse cronica o frequente; gli italiani sanno che il principale fattore di rischio è il fumo di sigaretta (74,5%), seguito dall’inquinamento ambientale (55,8%) e dell’ambiente di lavoro (52,6%), dalle infezioni come bronchiti, polmoniti, asma (50,6%). Meno incriminati la sigaretta elettronica (25,8%) e la disidratazione (16,0%); gli italiani conoscono i principali sintomi delle problematiche respiratorie: mancanza di fiato (67,6%), tosse frequente o cronica (61,6%), respiro con sibili e rantoli (57,0%); sottostimati invece la sensazione di costrizione toracica (42,1%), l’iperproduzione di muco (30,1%) e i disturbi del sonno (27,4%); il 51,9% degli italiani è convinto di essere molto/abbastanza informato circa i polmoni; l’8% si dichiara molto informato; circa tre soggetti su quattro (76,2%) vorrebbero saperne di più; il 28,2% gradirebbe essere molto più informato rispetto ad ora; circa il 60% dichiara di fumare o di aver fumato, pur sapendo che questo è il fattore di rischio principale; quasi due italiani su tre sanno che il muco è uno dei meccanismi di difesa dell’apparato respiratorio ma hanno le idee poco chiare su quali siano le azioni di difesa svolte dal muco. Quasi un quarto degli intervistati è convinto che il muco sia un nemico dell’apparato respiratorio; 9 italiani su 10 sanno che, come altre parti del corpo/altri organi, anche i polmoni invecchiano: ma solo 1 su 4 è ben informato, gli altri ne hanno solo sentito parlare; 1 italiano su 2 non ha mai sentito parlare di stress ossidativo e danno ossidativo delle vie respiratorie; il 58% non sa cosa sia il glutatione, il principale antiossidante delle cellule
Diabete, Sid e Asd lanciano un modello di assistenza
In Europa il diabete colpisce 62 milioni di persone. Nel 2021 ha causato oltre 1 milione di decessi, rappresentando così la quarta causa di morte. In Italia, ad oggi, sono quasi 4 milioni le persone con diabete che è la causa iniziale o concausa di oltre 80mila morti ogni anno, pari a circa 9 decessi ogni ora. Una pandemia silenziosa con importanti costi sociali e umani che è destinata a crescere, basti pensare che, nel nostro Paese, dal 2000 ad oggi i casi di diabete sono raddoppiati. Attualmente, la qualità dell’assistenza diabetologica italiana è tra le migliori a livello mondiale, ma ci sono dei margini di miglioramento, per questo è giunto il momento di investire per garantire un trattamento uguale per tutti, ovunque sul territorio. Su questi temi si è tenuto un confronto tra istituzioni, società scientifiche ed esperti clinici, in occasione del 15° Italian Diabetes Barometer Forum, dal titolo ‘Diabete e Pnrr: prima le cure‘. L’evento è stato organizzato da Italian Barometer Diabetes Observatory Foundation (IBDO Foundation) e dall’intergruppo parlamentare ‘Obesità e Diabete’, in collaborazione con l’università degli Studi di Roma Tor Vergata e con il contributo non condizionato di Novo Nordisk, nell’ambito del programma Driving Change in Diabetes. “La salute è stata in prima pagina e al centro delle attenzioni del nostro paese negli ultimi due anni, e mai come adesso, pur nella gestione della grande emergenza nazionale, sono emerse nettamente le disuguaglianze assistenziali, di presa in carico e di accesso alle cure delle singole Regioni- ha commentato Ketty Vaccaro, vicepresidente IBDO Foundation- Si è capito che non è stato fatto abbastanza, che occorre investire molto di più e meglio per ridurre drasticamente le differenze, perché tutti i cittadini, soprattutto i malati cronici come chi ha il diabete, hanno diritto di ricevere cure e terapie omogenee sul territorio nazionale”. “È necessario ripensare alla rete specialistica italiana e definire un piano di gestione delle malattie croniche moderno ed efficace. Il mio timore, tuttavia- ha constatato- è che non si stia guardando con sufficiente attenzione proprio a quelle differenze e che l’applicazione uniforme di un modello di base in un contesto così variegato, non necessariamente porti a un superamento automatico di queste grandi difformità nell’offerta. Forse sarebbe utile e necessaria una maggiore attenzione alle differenze di partenza, un aiuto anche in termini di best practice per le Regioni che sono più arretrate su alcuni aspetti del modello proposto”. “Stiamo assistendo a una crisi strutturale del nostro Sistema Sanitario Nazionale legata alla tecnologia obsoleta delle strutture italiane, alle scarse risorse logistiche e agli aspetti organizzativi gestionali con evidenti problemi di accesso ai servizi, ma soprattutto di continuità nelle cure per i cittadini- ha spiegato Walter Ricciardi, professore ordinario di Igiene e Sanità pubblica all’università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, consigliere del ministro della Salute per il coordinamento con le Istituzioni sanitarie internazionali per la pandemia da Covid-19 e past president della World Federation of Public Health Associations- È necessario essere lucidi e capire che la crisi può essere superata solo con un lavoro di squadra attraverso la collaborazione tra scienza e istituzioni e garantire così risposte ai pazienti e alla società”. “Il diabete è una malattia cronica e come tale necessita di sostegno continuo. È stato dimostrato che avere un’adeguata assistenza specialistica multiprofessionale può portare a una riduzione del 19% della mortalità per tutte le cause legate al diabete, considerando che questa malattia causa in Italia ogni anno il 3% delle morti totali, è allarmante e preoccupante sapere che solo il 30% di chi ne è affetto riceve un’assistenza adeguata- afferma Agostino Consoli, presidente della Società italiana di diabetologia (Sid)– Per questo motivo, la Sid e l’Associazione medici diabetologi (Amd), hanno proposto un nuovo modello di assistenza con azioni che rafforzino I presidi territoriali con team multi-funzionali. Secondo questo modello- ha illustrato- bisogna potenziare i centri di assistenza specialistica che ci sono già, farne di meno e di più grandi coinvolgendo in essi tutti gli specialisti in diabetologia che operano nel territorio. Bisogna poi fare in modo che queste strutture siano in grado di erogare tutta l’assistenza necessaria allo screening delle complicanze e fare in modo che in queste strutture, almeno una volta nella vita, siano visitate tutte le persone con diabete. Poi però i professionisti che vivono e si formano in questi centri, con una turnazione, dovranno prestare il proprio servizio nei punti di prossimità come le case della salute e di comunità, sulle quali il Pnrr punta tanto”. “L’assistenza diabetologica è il fiore all’occhiello del nostro Sistema Sanitario Nazionale, ma è sempre possibile e, in seguito all’emergenza da Covid-19 necessario, potenziarla migliorando il rapporto tra l’assistito e il territorio- ha aggiunto Graziano Di Cianni, presidente dell’Associazione medici diabetologi- Dobbiamo garantire una migliore collaborazione tra strutture diabetologiche e la medicina generale, allo stesso tempo investire nella formazione nel personale e nello sviluppo di servizi di teleconsulti e teleassistenza per facilitare il continuo dialogo medico-paziente ed il confronto tra professionisti”. “Questo dialogo- ha tenuto a ricordare Di Cianni- è molto migliorato anche grazie alla nota 100 che ha consentito anche ai mmg la prescrizione dei farmaci innovativi per la cura del diabete. È una collaborazione che dovrà crescere ancora di più, alla luce della realizzazione del Pnrr che prevede il potenziamento delle case della salute e la creazione delle case di comunità, dove insieme dobbiamo combattere la battaglia per la qualità della vita delle persone con diabete”. “L’attività di dialogo e confronto che l’intergruppo parlamentare ‘Obesità e Diabete’ ha portato avanti durante l’intera XVIII Legislatura sarà di preziosa utilità in una fase, come quella dell’attuazione del Pnrr, in cui le istanze esaminate e condivise devono trovare giusta collocazione all’interno dei provvedimenti attuativi del Piano”, ha commentato la senatrice Daniela Sbrollini, presidente dell’intergruppo parlamentare ‘Obesità e Diabete’. “Siamo convinti che si debba passare attraverso una più forte alleanza tra scienza e istituzioni e tutti i diversi livelli di governo per una efficace messa a terra delle risorse, nei tempi così stringenti che dovremo rispettare per la realizzazione del Piano. Inoltre, dovremo intervenire per assicurare che un nuovo approccio sia messo in campo, un approccio che veda al centro della politica pubblica il cittadino, il paziente e il suo domicilio, al fine di
Apollo 11, prima rete di ospedali specializzati nel trattamento del tumore al polmone
Una missione unica, dal nome molto promettente: Apollo 11. Si chiama così il progetto pilota presentato oggi c/o l’Istituto Nazionale Tumori di Milano che per i prossimi 3 anni ricalcherà le orme di quello internazionale che sta ottenendo risultati sorprendenti sulle strategie diagnostiche e di sopravvivenza per i pazienti con tumore al polmone. Si celebra così la Giornata della Ricerca Scientifica che, oltre al lancio di questa 1° rete di ospedali, vede presso l’Istituto dei Tumori anche l’importante riconoscimento ad Arsela Prelaj, la vincitrice per l’area della ricerca clinica e del bando che le sta permettendo di portare a termine questa missione. “Apollo 11 fu la missione spaziale che portò i primi uomini sulla Luna. Mi auguro che questo progetto molto ambizioso – precisa Marco VOTTA, Presidente dell’Istituto Nazionale dei Tumori – possa ottenere grandi risultati e dare nuove speranze per aiutare a curare i pazienti con tumore al polmone che, lo ricordo, rimane un vero e proprio ‘big killer’. Il modo migliore per affrontarlo rimane quello di associare alla necessaria prevenzione terapie sempre più mirate e specifiche”. “Questo sistema permetterà di avere dati confrontabili e facilmente disponibili con i quali identificare e aggregare biomarcatori quali informazioni cliniche, radiologiche, genetiche, immunologiche, da associare sia alla storia naturale della malattia – precisa Arsela PRELAJ, Medico Oncologo all’Istituto Tumori di Milano e dottoranda in bioingegneria e intelligenza artificiale del Politecnico di Milano – sia alla risposta di una determinata terapia innovativa. Grazie allo sviluppo di questo database nazionale “real world” e all’utilizzo di questa biobanca miriamo a personalizzare le strategie terapeutiche per prolungare la sopravvivenza globale e preservare la qualità di vita dei pazienti con tumore al polmone”. “ATTERRARE” SU UNA PIATTAFORMA CON UN MODELLO DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE Attraverso la creazione di un’importante piattaforma, il progetto APOLLO 11 raccoglierà i dati (retrospettivi e prospettici clinici, biologici, radiologici etc.) di pazienti in cura in 48 centri del territorio nazionale con tumore al polmone avanzato già trattati o candidati a ricevere immunoterapia oppure terapie innovative come la terapia a bersaglio molecolare. “La fase successiva sarà quella di sviluppare un modello di intelligenza artificiale (AI), capace di predisporre la risposta e quindi meglio personalizzare i trattamenti al fine di migliorare la sopravvivenza e la qualità di vita dei pazienti con cancro al polmone. Il valore aggiunto di questo progetto – interviene Filippo DE BRAUD, Professore ordinario presso l’Università degli Studi di Milano e Direttore del Dipartimento e della Divisione di Oncologia Medica dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – è quello di integrare informazioni e campioni biologici tra centri italiani evitando la dispersione di dati provenienti da singole istituzioni. Con l’avvento delle terapie innovative c’è una crescente attenzione all’ identificazione di combinazioni di marcatori che predicono la risposta a diversi fattori quali la terapia, la ricaduta, la progressione, la tossicità e i meccanismi di resistenza” UN METODO PER STANDARDIZZARE I DATI CLINICI La rete APOLLO 11 così costruita, fornirà gli strumenti per la standardizzazione dei dati clinici e biologici dei pazienti. “L’esclusività di questa unica rete nazionale per un tumore così invasivo nasce dal fatto che verranno raccolti sia i dati dei pazienti sia i campioni biologici che verranno stoccati in biobanche locali. La condivisione dei dati e campioni di ciascun centro – continua Giovanni APOLONE, Direttore Scientifico dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – sarà volontaria e contribuirà sicuramente alla ricerca scientifica di medio lungo periodo. Siamo di fronte a un traguardo mai raggiunto finora: la personalizzazione delle cure grazie alle nuove tecnologie dell’analisi dei big data come l’Intelligenza Artificiale e le sue branche di Machine e Deep Learning che possono leggere i dati insieme fornendo delle armi molto potenti”. L’associazione nazionale dei pazienti IPOP (Insieme per i Pazienti di Oncologia Polmonare), sarà uno degli attori principali del progetto vedendosi coinvolti sin dal disegno del progetto. “La raccolta di campioni biologici, standardizzata tra i centri coinvolti e associata in modo preciso al momento clinico e terapeutico in cui è stato effettuata, è fondamentale per studiare e monitorare la malattia e l’effetto del farmaco. Solo in questo modo- aggiunge Monica GANZINELLI, biologa dell’Unità di Oncologia Medica Toracica dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – si potranno applicare tecniche innovative, come il sequenziamento a singola cellula, e ottenere risultati solidi. TUMORI POLMONARI: ALCUNI NUMERI Il tumore al polmone è la prima causa di mortalità legata al cancro in tutto il mondo. L’incidenza globale nel 2018 (periodo pre-COVID) è stata stimata in 2 milioni di casi, destinato a crescere nei prossimi 20 anni. Sono due le famiglie di tumori polmonari: quello a piccole cellule (SCLC), che rappresenta circa il 15-20% dei casi totali, e quello non a piccole cellule (NSCLC), che ne rappresenta circa l’80-85% e che viene spesso diagnosticato già in fase avanzata rendendolo non suscettibile di resezione chirurgica (a differenza del primo che è sempre considerato una malattia sistemica). L’associazione dei pazienti IPOP, sarà uno degli attori principali del progetto Apollo 11. PROLUNGARE LA SOPRAVVIVENZA Per diversi decenni, la chemioterapia è stata l’unico trattamento in grado di prolungare la sopravvivenza nei pazienti con tumore del polmone avanzato. Negli ultimi anni, i progressi della biologia molecolare hanno portato all’identificazione di specifiche alterazioni genetiche a carico di alcuni geni (EGFR, KRAS, BRAF, MET, ALK, ROS1, RET). Per i pazienti portatori di queste alterazioni si sono dimostrate molto efficaci le terapie a bersaglio molecolare, mirate ad eliminare selettivamente le cellule con queste caratteristiche. Ancora più recentemente, l’avvento dell’immunoterapia ha stravolto il trattamento dei tumori privi di alterazioni geniche. Questa terapia, che ha ricevuto il premio Nobel nel 2018, agisce risvegliando e mobilitando il sistema immunitario del paziente in modo che possa riconoscere e distruggere le cellule tumorali. Ad oggi, i pazienti vengono selezionati a ricevere immunoterapia, da sola o combinata con la chemioterapia, in relazione al livello di espressione tumorale di PD-L1, al momento l’unico biomarcatore soddisfacente nel predire l’efficacia del trattamento immunoterapico. Tuttavia, anche se la probabilità che un paziente benefici dell’immunoterapia è più alta in caso di maggiore espressione di PD-L1, il ruolo di PD-L1 rimane poco chiaro come elemento predittivo di efficacia del
La Nefrologia iblea all’avanguardia in Italia sugli accessi vascolari per emodialisi
Nell’UOC di Nefrologia e Dialisi dell’ASP di Ragusa è stata realizzata la prima endoFAV mediante sistema percutaneo con un innovativo sistema tecnologico denominato Ellipsys. Una tecnica che consiste nella realizzazione di una fistola artero-venosa non mediante il tradizionale approccio chirurgico ma per via percutanea endovascolare. Negli anni scorsi il dr. Domenico Patanè, direttore del Dipartimento Immagini del Cannizzaro, con il dr. Walter Morale – ora direttore della UOC di Nefrologia e Dialisi dell’ASP di Ragusa -, hanno realizzato la prima endoFAV in Italia con la tecnica a radiofrequenza. La differenza con questo nuovo device consiste nella possibilità di realizzazione di una fistola artero-venosa per emodialisi sempre per via endovascolare ma senza ausilio della sala angiografica, senza utilizzo di mezzo di contrasto o di radiazioni, solo mediante l’utilizzo di un ecocolordoppler. «E’ un grande traguardo – commenta il dr. Morale – un impegno che ha coinvolto tutti, dal supporto della Direzione strategica dell’ASP di Ragusa, dalla Direzione sanitaria e di tutto il personale medico, infermieristico che, nonostante le difficoltà del periodo correlato alla gestione del COVID e alle difficoltà dovute alla carenza di sanitari, si è riusciti animati da passione a realizzare questo risultato». Con questo obiettivo la Nefrologia Iblea si pone come primo Centro in Sicilia e secondo Centro in Italia ad aver avviato la realizzazione di questa nuova procedura di allestimento FAV nei pazienti emodializzati che presentano scarse risorse vascolari, con il sistema Ellipsys. Non c’è dubbio che la Nefrologia Iblea si colloca, nel panorama italiano, ai vertici dell’innovazione tecnologia a beneficio dei pazienti emodializzati. Oltre ad avere un notevole volume di attività chirurgica altamente specialistica, che richiama pazienti da tutta la Sicilia generando una mobilità attiva superiore al 41%, un altro traguardo si aggiunge a quelli già conseguiti negli ultimi anni.
Ordine dei Medici di Palermo, iniziativa per neo medici
Dopo due anni di interruzione a causa della pandemia, una delegazione dei 107 giovani medici e odontoiatri, neo iscritti ai rispettivi albi professionali nel 2022, ieri pomeriggio è stata accolta a Villa Magnisi (sede dell’ordine dei medici di Palermo) dal presidente dell’Omceo Toti Amato, consigliere della Federazione nazionale Fnomceo, accompagnato dal consigliere odontoiatra Emanuele Cusimano. Dopo avere fornito alcune indicazioni fondamentali sull’approccio, le regole e i principi che guidano la professione, il presidente dell’Ordine Amato ha consegnato ai nuovi iscritti il bastone di Esculapio, simbolo della professione medica, una copia del codice deontologico della professione e il loro primo camice bianco, ricordando l’importanza dell’etica, a cui ogni medico si deve ispirare, e della relazione con il paziente incentrata sul valore unico di ciascuna persona, prima ancora di essere “l’ammalato”. Come deliberato dal consiglio direttivo dell’Omceo, Amato ha inoltre preannunciato che a breve il presidente dell’albo medici Giovanni Merlino terrà a Villa Magnisi un corso di aggiornamento sul codice deontologico della professione. Visibile l’emozione dei medici, tutti alla ricerca empatica con il paziente. Così per la giovane Cristina Davì, approdata alla chirurgia plastica dopo un tirocinio in psichiatria, alla ricerca “spasmodica” di un rapporto empatico con il paziente. Così per Pietro Ferraro, appassionato di clinica, che ha scelto di fare il medico perché “la più empatica delle professioni. Da un lato e dall’altro – ha detto – tutti possiamo essere persone con patologie. Solo se sei a contatto con la sofferenza puoi davvero fare del tuo meglio per assicurare benessere alle persone”.
Apalutamide, una nuova speranza contro tumore alla prostata
Una nuova speranza nella lotta al tumore alla prostata. È stata infatti approvata da Aifa la rimborsabilità di apalutamide, farmaco antitumorale in compresse inibitore del recettore degli androgeni, sviluppato da Janssen, azienda farmaceutica del gruppo Johnson & Johnson. Già rimborsato nel carcinoma prostatico resistente alla castrazione non metastatico (nmCRPC), Apalutamide è ora disponibile anche per gli uomini con carcinoma prostatico metastatico sensibile agli ormoni (mHSPC), in combinazione con terapia di deprivazione androgenica (ADT). Il funzionamento del farmaco e i risultati delle sperimentazioni sono stati illustrati questa mattina al ‘Four Points by Sheraton’ di Milano. Hanno partecipato alla conferenza stampa Orazio Caffo, direttore dell’unità operativa oncologia medica dell’ospedale di Trento, Vincenzo Mirone, professore ordinario e direttore della Scuola di specializzazione in Urologia dell’Università Federico II di Napoli, Maria Laura De Cristofaro, Presidente Europa Uomo Italia e Daniela Curzio, therapeutic area oncology medical manager Janssen Italia. In Italia, il carcinoma alla prostata è attualmente la neoplasia più frequente tra i maschi e rappresenta oltre il 20% di tutti i tumori diagnosticati a partire dai 50 anni d’età. Sono infatti circa 564.000 gli italiani con pregressa diagnosi di tumore alla prostata, pari al 33% dei casi di tumori nel sesso maschile e nel 2020 erano stimati circa 36.000 nuovi casi, pari al 19% di tutti i tumori maschili. La maggior parte delle diagnosi viene formulata in persone di età avanzata, 6.811 casi ogni 100.000 riguarda infatti ultrasessantacinquenni. Apalutamide, prodotto in Italia nello stabilimento Janssen di Latina, ha una potente attività antitumorale, ottenuta aumentando la morte (apoptosi) delle cellule tumorali e riducendone la proliferazione. Esercita tale funzione bloccando i recettori degli androgeni ai quali si lega il testosterone, che è l’ormone di cui si serve il carcinoma prostatico per svilupparsi. Il farmaco inibisce quindi la crescita delle cellule tumorali, impedendo il legame degli androgeni al recettore. Gli studi condotti sul carcinoma prostatico resistente alla castrazione non metastatico hanno evidenziato come Apalutamide, in combinazione con ADT, riduca il rischio di morte del 22% rispetto alla sola ADT e prolunghi significativamente la sopravvivenza complessiva mediana dei pazienti fino a 21 mesi. Risultati ancora più importanti sono stati ottenuti negli studi sul carcinoma prostatico metastatico sensibile agli ormoni, con una riduzione del rischio di morte fino al 48%, mentre la sopravvivenza libera da progressione secondaria migliora del 38%. Apalutamide, inoltre, risulta ben tollerato, mantiene una buona qualità di vita durante il trattamente, ritardando nel tempo il ricorso alla chemioterapia citotossica e ai suoi impattanti effetti collaterali, come evidenzia anche il dato del 73% di riduzione del rischio di progressione del Psa, indicatore di progressione della malattia. Il dottor Orazio Caffo, direttore dell’unità operativa di oncologia medica dell’Ospedale di Trento, spiega come “la strategia della deprivazione androgenica già da diversi anni si è dimostrata non ottimale, perché si è capito che bisogna aggiungere un farmaco, o chemioterapico o ormonale di nuova generazione”. Fino a questo momento, però, in Italia “l’unico farmaco che potevamo aggiungere era la chemioterapia, con tutti I limiti che questo comporta”. “La possibilità di poter utilizzare Apalutamide- aggiunge Caffo- rappresenta un’alternativa terapeutica importante per questi pazienti”. Questo farmaco, infatti, “si è dimostrato efficace, riuscendo a prolungare in maniera significativa la sopravvivenza di questi pazienti con una riduzione del rischio di morte del 48%”. In più, conclude Caffo “è un farmaco ben tollerato, con un profilo di tossicità assolutamente favorevole. Quindi stiamo ottenendo una cronicizzazione della malattia con un mantenimento della qualità della vita dei pazienti”. Apalutamide è un farmaco anti tumorale che “agisce bloccando la via di crescita del tumore, cioè blocca il recettore degli androgeni che sono il nutrimento con cui la cellula tumorale cresce. È un farmaco molto selettivo che va a bloccare esattamente quel recettore, impedendo alla cellula di proliferare e inducendo anche la morte cellulare”, spiega Daniela Curzio, Therapeutic Area Oncology Medical Manager Janssen Italia. Curzio chiarisce che “questo farmaco è stato studiato in varie fasi del tumore alla prostata. È già in commercio sul tumore alla prostata resistente alla castrazione non metastatico, dove l’utilizzo di questo farmaco ha portato a un aumento della vita mediana di 21 mesi, un dato veramente impattante per i pazienti. Adesso è finalmente in commercio anche per i pazienti con il tumore metastatico sensibile alla castrazione, una malattia più avanzata e più importante”. Apalutamide darà la possibilità di “offrire ai pazienti un farmaco orale che non cambia la loro qualità di vita. I dati- sottolinea infine Curzio- sono molto importanti, con una riduzione del rischio di morte di quasi il 50%, e la possibilità di lasciare aperte le altre linee terapeutiche” durante la somministrazione”. “Questo farmaco sostituisce la chemio classica e ha un impatto molto positivo sulla vita del paziente”, dice Maria Laura De Cristofaro, presidente della onlus Europa Uomo Italia. Con questa terapia, infatti, il paziente “non eve recarsi in ospedale per fare la chemioterapia, ma può assumere il farmaco per via orale anche a casa, rimborsato dal Sistema sanitario nazionale”. Questo modo di seguire la terapia comporta quindi “un miglioramento della vita del paziente” ma anche “della serenità del suo nucleo familiare”. Per combattere il tumore alla prostata, ricorda però la presidente dell’associazione impegnata per la sensibilizzazione su questo tema, “la diagnosi precoce è fondamentale, dai 50 anni in su bisogna parlare con il proprio medico curante e fare un esame del Psa e poi una visita urologica di controllo”. Ma il problema, secondo De Cristofaro, “è che non c’è sufficiente comunicazione e attenzione delle istituzioni su questo tema. Ce n’è tantissimo per il tumore al seno, però bisogna fare la stessa cosa per il tumore alla prostata. In Anche in campo maschile abbiamo bisogno di avere l’alleanza delle istituzioni”.