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Redazione, Autore presso Medicalive - Pagina 13 di 174

Medicalive

Giornate dermatologiche iblee 2022 [VIDEO]

Nuovi criteri diagnostici e terapeutici per dermatite atopica, psoriasi e melanoma. Se ne è discusso a Ragusa nell’ambito di un grande evento di alta formazione scientifica voluto dal dott. Gianpiero Castelli, responsabile UOS Dermatologia e Venereologia dell’Ospedale “Rizza” di Siracusa e responsabile del centro prescrittore dei farmaci biologici per le malattie della pelle. L’appuntamento con le Giornate Dermatologiche Iblee, giunte alla seconda edizione dopo il successo riportato nel 2021 è stato organizzate da AV Eventi e Formazione. Le video interviste sono realizzate da Salvo Falcone. Giornate dermatologiche iblee 2022, intervista al dott. Castelli Giornate dermatologiche iblee 2022, intervista al dott. Maurichi Giornate dermatologiche iblee 2022, intervista al prof. Santinami Dermatite atopica dell’adulto, intervista al dott. Di Natale Real life per la cura della psoriasi, intervista alla dott.ssa Angileri La dermatite atopica in età pediatrica, intervista al prof. De Pasquale Nevi melanocitici, intervista al dott. Zichichi Melanoma e i trattamenti neoadiuvanti, intervista al dott. Ferraù Melanoma, tra strumenti diagnostici avanzati e nuove terapie. Intervista al prof. Tralongo Lesioni melanocitarie, ruolo del medico patologo. intervista alla dott.ssa Valeri Comorbilità nella dermatite atopica, intervista al dott. Brinch Dermatite atopica in età pediatrica, intervista alla dott.ssa Nicolini Melanoma, importanza dell’approccio multidisciplinare. Intervista al dott. Tumino Diagnostica strumentale nel melanoma, intervista al dott. Spadola

Real life per la cura della psoriasi, intervista alla dott.ssa Angileri

La real life clinica nella cura della psoriasi. Ne abbiamo parlato con la dott.ssa Rosa Giuseppa Angileri, dirigente medico dell’UOC di Dermatologia presso ARNAS “Civico” di Palermo. Secondo le stime, in Italia circa il 2-3% della popolazione è colpito da psoriasi, vale a dire circa due milioni di persone. La psoriasi ha la stessa incidenza nei due sessi, uomo e donna. La psoriasi può insorgere a qualsiasi età, ma solitamente compare per la prima volta tra i 20 e i 30 anni. Un esordio precoce – prima dei 15 anni d’età – si associa, in genere a forme più gravi. Un secondo picco di incidenza della malattia si registra nella fascia di età tra i 50 e i 60 anni. La psoriasi è rara nei bambini. La psoriasi è una patologia infiammatoria che nella maggior parte dei casi si manifesta con papule e placche ben circoscritte, eritematose e ricoperte da squame argentee. L’eziologia è multifattoriale e include la predisposizione genetica. I fattori scatenanti comprendono i traumi, le infezioni e alcuni farmaci. I sintomi sono di solito minimi, ma può essere presente prurito da lieve a grave. Ma le implicazioni estetiche possono essere importanti e talvolta anche significative.  La psoriasi non colpisce solo la pelle, ma, nelle forme più estreme, può colpire anche le articolazioni e dare origine ad artropatia psorisiaca, una complicanza caratterizzata da rigidità e gonfiore alle articolazioni accompagnate da dolore intenso, sensazione di calore e arrossamento.  La video intervista alla dott.ssa Angileri è stata realizzata dal direttore di Medicalive Magazine Salvo Falcone durante lo svolgimento del 2° Congresso delle Giornate Dermatologiche Iblee svolto a Ragusa con l’organizzazione di AV Eventi e Formazione e su iniziativa del dott. Gianpiero Castelli, responsabile UOS Dermatologia e Venereologia dell’Ospedale “Rizza” di Siracusa e responsabile del centro prescrittore dei farmaci biologici per le malattie della pelle.

Dermatite atopica dell’adulto, intervista al dott. Di Natale

Fenotipi e diagnosi nella dermatite atopica dell’adulto. Ne abbiamo parlato con il dott. Angelo Di Natale, specialista in Dermatologia e Venereologia a Siracusa. La dermatite atopica comprende una serie di manifestazioni infiammatorie della pelle, croniche e ricorrenti, associate all’atopia ovvero a uno stato allergico che comporta reazioni cutanee anomale al contatto con agenti normalmente innocui. Nella maggior parte dei casi la dermatite atopica va incontro a periodi di remissione (soprattutto durante la stagione estiva) e di riacutizzazione, fino alla pubertà, quando regredisce completamente nel 40% dei casi. Tuttavia può persistere anche in età adulta, sotto forma di intensa secchezza cutanea associata a eccessiva reattività della pelle, soprattutto alle mani. La persistenza della dermatite atopica dell’adulto si verifica generalmente in coloro che precedentemente hanno avuto una forma di malattia particolarmente grave, associata ad altre malattie atopiche e con una storia familiare di malattie allergiche. Nei casi gravi e persistenti di dermatite atopica nell’adulto e comunque nelle fasi di riacutizzazione, giocano un ruolo importante i fattori psicologici e ansioso-depressivi. La video intervista al dott. Di Natale sulla dermatite atopica dell’adulto è stata realizzata dal direttore di Medicalive Magazine Salvo Falcone durante lo svolgimento del 2° Congresso delle Giornate Dermatologiche Iblee svolto a Ragusa con l’organizzazione di AV Eventi e Formazione e su iniziativa del dott. Gianpiero Castelli, responsabile UOS Dermatologia e Venereologia dell’Ospedale “Rizza” di Siracusa e responsabile del centro prescrittore dei farmaci biologici per le malattie della pelle.

Giornate dermatologiche iblee 2022, intervista al prof. Santinami

L’incidenza del melanoma diventa sempre più allarmante: quasi 15 mila casi ogni anno, con un aumento stimato del 7% riguardano il più temuto cancro alla pelle. Ma le novità dal punto di vista diagnostico e terapeutico, unitamente alla migliorata consapevolezza rispetto alla prevenzione, hanno segnato un cambiamento di rotta. Abbiamo approfondito questo argomento con il prof. Mario Santinami, Direttore della Struttura Complessa di Chirurgia Melanoma e Sarcoma della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori – Milano Il primo esame clinico per giungere alla diagnosi di melanoma è la visione diretta della pelle da parte dello specialista. Il medico si avvale di uno strumento di ingrandimento, il dermatoscopio, che permette di valutare, in maniera non invasiva, le caratteristiche della lesione, cioè del neo sospetto ingrandita di circa 10 volte o, attraverso un altro strumento chiamato microscopio operatorio, fino a 60 volte, dopo aver reso trasparente lo strato corneo mediante l’applicazione di un particolare olio sulla superficie cutanea. Questo permette di studiare strutture pigmentate presenti nell’epidermide e nel derma e, soprattutto, di distinguere una lesione maligna da una benigna. In ogni caso, l’esame istologico è l’unica indagine che consente la diagnosi definitiva. Se il dermatologo ha il sospetto che un neo sia un melanoma, deve eseguire una biopsia asportando il neo sospetto interamente o in parte ed inviandolo all’anatomo-patologo per l’esame al microscopio che consente di accertare l’eventuale presenza di cellule tumorali. L’asportazione chirurgica rappresenta, quindi, lo strumento più efficace per avere la certezza diagnostica.  La video intervista al prof. Mario Santinami è stata realizzata dal direttore di Medicalive Magazine Salvo Falcone durante lo svolgimento del 2° Congresso delle Giornate Dermatologiche Iblee svolto a Ragusa con l’organizzazione di AV Eventi e Formazione e su iniziativa del dott. Gianpiero Castelli, responsabile UOS Dermatologia e Venereologia dell’Ospedale “Rizza” di Siracusa e responsabile del centro prescrittore dei farmaci biologici per le malattie della pelle.

Giornate dermatologiche iblee 2022, intervista al dott. Maurichi

Per la terapia del melanoma, quali sono le indicazioni per la biopsia del linfonodo sentinella e per la dissezione linfonodale? Ne abbiamo parlato con il dott. Andrea Maurichi, Dirigente medico presso la Struttura Complessa di Chirurgia Melanoma e Sarcoma dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Il melanoma cutaneo è piuttosto raro nei bambini e colpisce soprattutto attorno ai 45-50 anni, anche se l’età media alla diagnosi si è abbassata negli ultimi decenni. In Italia i dati AIRTUM 2017 (Associazione italiana registri tumori) stimano circa 7.300 nuovi casi ogni anno tra gli uomini e 6.700 tra le donne. L’incidenza è in continua crescita ed è addirittura raddoppiata negli ultimi 10 anni, numeri che certamente non lasciano assolutamente tranquilli e che, invece, lanciano un allarme.  È opportuno ricordare che il melanoma cutaneo rappresenta solo una piccola percentuale (circa il 5 per cento) di tutti i tumori che colpiscono la pelle. Il melanoma è un tumore, spesso molto aggressivo, che origina nella cute o, più raramente, negli occhi o nelle mucose. Si sviluppa dai melanociti, le cellule che producono la melanina, il pigmento che conferisce alla cute la sua colorazione. Da qui l’importanza della prevenzione, che viene effettuata eseguendo regolarmente visite dermatologiche le quali permettono una diagnosi precoce, eliminando i fattori di rischio.  È fondamentale utilizzare schermi solari durante l’esposizione, al fine di prevenire ustioni solari che sono alla base dell’insorgenza dei tumori della pelle come melanomi o epiteliomi.  La video intervista al dott. Andrea Maurichi è stata realizzata dal direttore di Medicalive Magazine Salvo Falcone durante lo svolgimento del 2° Congresso delle Giornate Dermatologiche Iblee svolto a Ragusa con l’organizzazione di AV Eventi e Formazione e su iniziativa del dott. Gianpiero Castelli, responsabile UOS Dermatologia e Venereologia dell’Ospedale “Rizza” di Siracusa e responsabile del centro prescrittore dei farmaci biologici per le malattie della pelle.

Giornate dermatologiche iblee 2022, intervista al dott. Castelli

Nuovi criteri diagnostici e terapeutici per dermatite atopica, psoriasi e melanoma. Se ne è discusso a Ragusa nell’ambito di un grande evento di alta formazione scientifica voluto dal dott. Gianpiero Castelli, responsabile UOS Dermatologia e Venereologia dell’Ospedale “Rizza” di Siracusa e responsabile del centro prescrittore dei farmaci biologici per le malattie della pelle. L’appuntamento con le Giornate Dermatologiche Iblee, giunte alla seconda edizione dopo il successo riportato nel 2021 è stato organizzate da AV Eventi e Formazione. La dermatite atopica ad esempio è una malattia infiammatoria ricorrente cronica della pelle con una patogenesi complessa che coinvolge suscettibilità genetica, disfunzione immunologica, barriera epidermica e fattori ambientali. Il prurito è un sintomo primario; le lesioni cutanee vanno dall’eritema lieve alla lichenificazione grave all’eritroderma. La diagnosi è data dall’anamnesi e dall’esame obiettivo. I trattamenti comprendono la consulenza sulla cura appropriata della pelle, evitare i fattori scatenanti, e corticosteroidi topici e immunosoppressori. Anche il controllo del prurito e delle superinfezioni è importante. I casi gravi possono richiedere un trattamento immunosoppressivo sistemico. La dermatite atopica dell’infanzia spesso scompare o si riduce notevolmente con l’età adulta. La dermatite atopica si distingue dalle altre forme di dermatite per il fatto che le manifestazioni cutanee ad essa correlate non coincidono con le aree in cui una data sostanza è posta a contatto con la pelle. La dermatite atopica non si manifesta solo a livello cutaneo, ma progredisce intaccando anche le mucose: come sopra accennato, infatti, nella maggior parte dei soggetti affetti sono ricorrenti episodi di asma, rinite e rino-congiuntivite allergica, in concomitanza con eruzioni cutanee e prurito. La psoriasi è una patologia infiammatoria che nella maggior parte dei casi si manifesta con papule e placche ben circoscritte, eritematose e ricoperte da squame argentee. L’eziologia è multifattoriale e include la predisposizione genetica. I fattori scatenanti comprendono i traumi, le infezioni e alcuni farmaci. Il melanoma, invece, è un tumore maligno che origina nella cute e più raramente negli occhi e nelle mucose. È causato dalla trasformazione e proliferazione dei melanociti, che normalmente risiedono nello strato basale dell’epidermide. La video intervista è realizzata da Salvo Falcone.

Il meccanismo dello stress possiede solo una funzione omeostatica?

Dott. Massimo Agnoletti Psicologo, Dottore di ricerca Esperto di Stress, Psicologia Positiva e Epigenetica. Formatore/consulente aziendale, Presidente PLP-Psicologi Liberi Professionisti-Veneto. Direttore del Centro di Benessere Psicologico, Favaro Veneto (VE) La funzione di ripristino dell’omeostasi di molti sistemi psico-neuro-endocrino-immunologici è una funzione fondamentale del meccanismo dello stress ma esiste anche una funzione dello stress finalizzata a fornire energia e risorse per aumentare la complessità dell’organismo nella sua globalità bio-psico-sociale. Abstract  Il paradigma attualmente accettato di Stress prevede che esso abbia una funzione adattiva finalizzata a ripristinare uno squilibrio reale o potenziale (percepito in termini di possibile rischio) di uno o più sistemi appartenenti ad una persona intesa come entità bio-psico-sociale. L’assunto di questa prospettiva è che esista un equilibrio omeostatico (o allostatico), garantito dall’attivazione del sistema dello Stress e che rappresenta uno stato di benessere e salute psicofisica. Nel modello che propongo, il meccanismo di Stress non è limitato a questa funzione di difesa dall’omeostasi ma include anche la disponibilità di energie e risorse finalizzate a perseguire teleonomie che aumentano la complessità del sistema globale bio-psico-sociale. Il coinvolgimento del sistema dello Stress per perseguire teleonomie non omeostatiche risulta essere fondamentale, se non necessario, per la comprensione di bisogni umani quali la curiosità, l’esplorazione, l’apprendimento, il flow, la felicità e molti altri tratti fenotipici umani. The currently accepted paradigm of Stress provides that it has an adaptive function aimed at restoring a real or potential imbalance (perceived in terms of possible risk) of one or more systems belonging to a person understood as a bio-psychosocial entity. The assumption of this perspective is that there is a homeostatic (or allostatic) balance, guaranteed by the activation of the Stress system and which represents a state of well-being and psychophysical health. In the model I propose, the Stress mechanism is not limited to this defense function of homeostasis but also includes the availability of energy and resources aimed at pursuing teleonomies that increase the complexity of the global bio-psycho-social system. The involvement of the Stress system to pursue non-homeostatic teleonomies is fundamental if not necessary for the understanding of human needs such as curiosity, exploration, learning, flow, happiness and many other human phenotypic traits. Attualmente il modello di Stress largamente condiviso all’interno della comunità scientifica prevede, anche nella specie umana, che vi sia una specifica attivazione psico-neuro-endocrina finalizzata a risolvere una situazione potenzialmente pericolosa per l’omeostasi dell’organismo. L’equilibrio omeostatico può essere perturbato da un cambiamento interno o esterno all’organismo, da una minaccia reale o potenziale ma la logica del meccanismo dello Stress è sempre quella di ripristinare attivamente un equilibrio precedente l’evento perturbante. Dal concetto di “ambiente interno” (“milieu intérieur”) introdotto dal celebre fisiologo francese Claude Bernard, all’altrettanto famoso fisiologo americano Walter Bradford Cannon che identificò la risposta di “lotta o fuga” messa in atto dagli animali in seguito all’esposizione di una minaccia, allo stesso concetto di Stress descritto da Hans Selye, il contesto di riferimento è rimasto sempre la difesa attiva di un equilibrio omeostatico biologico (statico o dinamico) caratteristico di un organismo in uno stato di benessere psicofisico. L’equilibrio omeostatico può essere definito come un meccanismo attivo finalizzato a mantenere entro determinati livelli di soglia uno specifico stato biologico (il “milieu intérieur” di Bernard) potenzialmente perturbabile da fattori interni od esterni all’organismo ma che è sempre caratterizzato dal medesimo livello di complessità (e quindi non da un suo aumento). Recentemente molti autori come McEwen (2007), Sapolsky (2006) e Chrousos (2009) hanno ulteriormente raffinato il concetto di base riferito ad un equilibrio omeostatico (o allostatico) con sempre maggiori dettagli fisiologici o molecolari. Riportando testualmente una recente pubblicazione di Chrousos e Agorastos (Agorastos & Chrousos, 2021) dove i due autori egregiamente sintetizzano il concetto classico di Stress: “Lo stress è definito da uno stato di minaccia all’ equilibrio omeodinamico da un’ampia gamma di sfide o stimoli intrinseci o estrinseci, reali o percepiti, definiti come fattori di stress. Per preservare questo stato omeodinamico ottimale all’interno di un intervallo fisiologico, gli organismi hanno sviluppato un sistema altamente sofisticato, il sistema dello stress, che serve all’autoregolazione e all’adattabilità dell’organismo mediante il re-indirizzamento dell’energia in base alle esigenze presenti.” (tradotto dall’originale “Stress is defined as a state of threatened homeodynamic balance by a wide range of intrinsic or extrinsic, real or perceived challenges or stimuli, defined as stressors. To preserve this optimal homeodynamic state within a physiologic range, organisms have developed a highly sophisticated system, the stress system, which serves self-regulation and adaptability of the organism by energy redirection according to the current needs.”). In altre sedi (Agnoletti, 2020a; Agnoletti, 2021b; Agnoletti, 2022) ho sottolineato come questa visione tradizionale del concetto di Stress sia fortemente focalizzata sulla teleonomia puramente biologica (rispetto quella psicologica o socioculturale) e per questo motivo le definizioni di Eustress (Stress positivo) e Distress (Stress negativo) attualmente trovano il loro spazio logico unicamente in funzione della fitness biologica dell’organismo. A mio parere la versione che prevede il meccanismo dello Stress unicamente come processo finalizzato a ripristinare un equilibrio precedente sebbene sia corretta in questi specifici contesti: – esposizione ad una minaccia per la sopravvivenza da parte di agenti biologici (batteri, virus, predatori, etc.) presenti (o potenzialmente presenti) nel “qui ed ora” della persona; – si consideri il significato adattivo dello Stress nel breve termine; – in cui l’organismo si trovi in una situazione in cui non sta aumentando la propria complessità informazionale (nel caso della specie umana detta complessità riguarda gli aspetti bio-psico-sociali/culturali). Ormai sappiamo da diversi anni che i sistemi biologici sono sistemi informazionali che si modificano nel tempo aumentando la loro complessità (Barbieri, 2003; Miller, 1970; Monod, 1970; Morin, 1985; Prigogine, 1976; Volkenstein & Chernavskii, 1978). Non risulta adeguata nel descrivere situazioni che prevedono: – l’assenza di una minaccia imminente (o potenzialmente tale) per la sopravvivenza rappresentata da agenti biologici (batteri, virus, predatori, etc.); – la valutazione del significato dello Stress (positivo o negativo) in relazione ad alcuni domini biologici (per esempio l’ontogenesi) che molti domini psicologici o socioculturali; – la valutazione del significato dello Stress (positivo o negativo) in considerazione di dinamiche

L’ infermiere terra-mare

Abstract Oggigiorno è insita nella società la credenza che l’unica via da seguire per un infermiere sia quella di prestare assistenza con i “piedi per terra”. Dopo aver conseguito la laurea triennale molti giovani infermieri hanno un ampio scenario lavorativo percorribile, tuttavia, spesso non si ha consapevolezza di tutte le possibilità a disposizione. Il mare fa proprio parte di queste innumerevoli possibilità, un’esperienza così lontana dal tipico tirocinio “terrestre”. Poco conosciuta è, infatti, la figura dell’infermiere terra-mare presente su navi da crociera, militari e altre tipologie di imbarcazioni conformate a specifiche caratteristiche. Lo scopo di questo articolo è quello di ampliare gli orizzonti lavorativi della professione dell’ infermiere terra-mare e valorizzare uno dei tanti campi in cui l’infermiere si può specializzare. Today there is the thought in society that the only way for a nurse is to provide care with “down to earth”. Many young people after completing their bachelor’s degree in nursing have many paths that they can choose, but many times they do not know all the possibilities. The sea is part of these countless possibilities, an experience so far from the typical “terrestrial” training. In fact, the figure of the nurse present on cruise ships, military ships and other types of boats is not very well known. The purpose of this article is to raise awareness of every aspect of the nursing profession by broadening work horizons and enhancing one of the many fields in which nurses can specialize. Introduzione Il mare, con le sue profondità, i suoi misteri e la sua grandezza ha sempre affascinato ed unito popoli diversi. Già all’inizio del XVIII secolo troviamo svariate testimonianze dove si accertala presenza della figura di un Medico di Bordo, al quale erano affidate le vite dell’equipaggio durante i lunghi viaggi verso le lontane colonie. Con il passare del tempo, si è sempre più valorizzata l’importanza di avere un’equipe sanitaria multidisciplinare, a tal punto da richiedere delle vere e proprie leggi che garantissero l’assistenza sanitaria sulle divere imbarcazioni. (1) Per ovviare al fatto che i medici a bordo erano medici della Marina Militare prestati alla Marina Mercantile, nel 1895 fu fatto un regio decreto(tuttora attivo) in base al quale per iscriversi all’albo dei medici di bordo abilitati è fondamentale sostenere un esame complesso. (2) È necessario, inoltre, che l’abilitazione avvenga con cadenza quinquennale e richieda competenze in ambito medico-chirurgico, ostetrico-ginecologico e pediatrico. (3) Successivamente, a livello territoriale, furono emanati diversi decreti come il DM 13/06/1986, il quale ha istituito l’obbligatorietà di garantire un servizio medico su tutte le navi della flotta che operano nel Mar Mediterraneo, ma non solo, infatti altre leggi e decreti simili a questo hanno permesso di sperimentare una vera e propria rivoluzione circa l’approccio sanitario del paziente in maniera olistica. Stesso punto di partenza, ma traguardi differenti Prendendo in esame il percorso per diventare infermiere terra-mare all’interno della Marina Militare, si può certamente affermare che è necessario il superamento di un concorso pubblico per poter intraprendere un nuovo percorso di formazione come ufficiale o sottoufficiale. L’accademia navale di Livorno (secondo accordi con l’Università di Pisa) si occuperebbe del corso per ufficiali, grazie al quale si diventa infermieri di tipo A. La Scuola Marescialli della Marina Militare di Taranto, come accordato con l’Università di Bari, invece è destinata alla formazione dei Sottufficiali (infermieri di tipo B). L’infermiere di tipo A ha il compito di gestire la parte burocratica ed organizzativa dell’ospedale di bordo, mentre gli infermieri di tipo B hanno il compito di erogare tutte le prestazioni assistenziali infermieristiche. Indipendentemente dalla tipologia di accademia a cui si aderirà, però, sarà necessaria l’iscrizione all’ordine delle professioni infermieristiche (OPI), come sancito definitivamente dalla leggen. 3/2018. I livelli, o roles, che un infermiere terra-mare può ricoprire in quest’ambito sono molteplici e altamente specializzati, includono infatti: chirurgia specialistica, medicina iperbarica e subacquea, traumatologia, prevenzione, terapia intensiva, riabilitazione, evacuazione, operazioni di salvataggio subacqueo e non in una situazione di emergenza, ecc… sono richieste, inoltre, competenze circa il combat casualty care,combat nurse e triage militare. (4) (5) Gli infermieri della Marina Militare operano in Italia e all’estero per missioni di pace o di salvaguardia dello Stato in ambito marino e lungo i porti preservando e garantendo lo stato di salute non solo dell’ equipaggio, ma anche delle popolazioni civili (in caso di conflitti o calamità naturali). Formazione infermieristica su navi da crociera Il processo di selezione sulle navi da crociera è ben diverso da quello previsto per un infermiere terra-mare della marina militare, infatti il candidato interessato non dovrà far altro che inviare il proprio curriculum ad un’azienda che selezionerà, per ulteriori prove, gli aspiranti infermieri di bordo. Tra i diversi step vi sono sicuramente: un test di lingua inglese, diversi colloqui, un corso specifico per marittimi (ad esempio i corsi basic training IMO STCW’95 che comprende un corso PSSR – Personal Safety and Social Responsibilities, un corso di Sopravvivenza e salvataggio, un corso Antincendio Base/Avanzato e un corso di Primo Soccorso Elementare) con un esame finale ed iscrizione alla Guardia costiera. (6) L’organizzazione dell’assistenza sanitaria nella nave è affidata ad un medical team, questo è costituito da diversi professionisti sanitari in base alle dimensioni della nave, al numero di passeggeri e membri dell’equipaggio. (7) Indicativamente ci sono da uno a tre medici (dei quali uno deve avere la qualifica di direttore sanitario, mentre gli altri sono medici in subordine/ “primi medici”). Ci sono poi da tre a cinque infermieri a disposizione (di cui uno deve essere un nurse A, mentre gli altri possono appartenere alla categoria B). (8) L’ospedale presente su queste navi, non può ovviamente competere con uno territoriale. Esso è infatti composto da circa 10 posti letto, una sala visite, una terapia intensiva, una sala radiografica e una farmacia. Diverse testimonianze, come quella di Cristian Fermani, mettono in evidenza la dicotomia che intercorre tra l’infermiere canonico (sulla terra) e quello marittimo. In primis si mette in evidenza la differenza circa la reperibilità, la quale (a bordo) è richiesta nella maggior parte dei casi 7 giorni su 7:

La protesi a doppia mobilità nel trattamento della rizoartrosi

Dott. Roberto Urso Dirigente Medico U.O. di Ortopedia e Traumatologia Ospedale Maggiore, Bologna     Abstract In the treatment of rhizoatrosis (rizoartrosi), there is a prosthesis that replaces the trapeziummetacarpal joint and is the closest, in biomechanical planning, to hip prosthesis: a dual-mobility prosthesis for the trapezius-metacarpal joint. Surgical treatment with articulated prosthesis on rhizoarthrosis can be considered the surgery of the 3rd millennium, as it replaces a large series of interventions that have become obsolete and extremely invasive. L’articolazione trapezio-metacarpale, interessata dal processo degenerativo, è un’articolazione che possiede un elevato grado di mobilità e che consente al pollice di opporsi alle altre dita. Allo stesso tempo, l’articolazione ha una stabilità intrinseca determinata da forti strutture capsulo-legamentose che connettono il trapezio al 1°metacarpo e dai muscoli (in particolare il primo interosseo dorsale, l’opponente e l’abduttore lungo di pollice). Il trattamento conservativo della rizoartrosi si riserva nelle forme lievi e negli stadi iniziali (classificazione Eaton I ed Eaton II della patologia), ma fattori determinanti nella scelta del trattamento, ancor più della stadiazione radiografica di Eaton, sono la gravità della sintomatologia riferita, le esigenze funzionali del paziente e l’indicazione del Chirurgo della Mano. Quando il dolore diviene insopportabile e si verifica una perdita significativa della funzionalità si opta generalmente per trattamenti chirurgici. [1] In questa sessione si entra nel vivo parlando di questa moderna tipologia chirurgica del 3° millennio: l’uso della protesica nella rizoartrosi. Tutti noi siamo abituati a sentire parlare di protesi di anca, protesi di ginocchio, protesi di caviglia e protesi di gomito, ma quando la discussione verte sulla mano, il concetto di protesica non appare conosciuto ai più. Nella cura della rizoatrosi esiste una protesi che sostituisce l’articolazione trapezio-metacarpale ed è quanto di più simile ci sia, come progettualità biomeccanica, alla protesi d’anca: una protesi a doppia mobilità per l’articolazione trapezio-metacarpale. Si parla di somiglianza in quanto così come esiste una coppa acetabolare nell’anca esiste una coppa per il trapezio; lo stelo che viene alloggiato nel femore esiste anche, in misura molto piccola, per la diafisi del 1° metacarpo della mano. Per quanto riguarda la tecnologia e la metodica, la protesica sulla rizoartrosi, può essere considerata la chirurgia del 3° millennio, in quanto va a sostituire interventi che sono ormai obsoleti e oltremodo invasivi. La nuova protesica porta ad una restitutio ad integrum della articolazione rovinata, restituendo al paziente una motilità della mano equivalente ad una mano non malata. L’approccio chirurgico viene indicato in base alla gravità della rizoartrosi, seguendo per questo: 1. la classificazione di Eaton per una precisa diagnosi radiologica 2. l’entità del dolore 3. la limitazione funzionale 4. le prospettive di vita e lavorative del singolo individuo Oltre che la tecnica chirurgica si vuole mostrare come questa chirurgia sia non solo minimamente invasiva, ma al tempo stesso utilissima nel ridare, in tempi estremamente brevi, un rientro alle normali attività lavorative del paziente. # case 1 Paziente maschio, in attività lavorativa, affetto da una rizoartrosi bilaterale, più grave a destra, (B1) ma molto più sintomatica a sinistra, non riusciva a svolgere le normali attività lavorative causa il continuo dolore alla base del 1° metacarpo. La situazione peggiore, in questi casi, è la perdita della presa che impedisce qualsiasi attività ed è assolutamente invalidante per chi usa le mani, soprattutto nei lavori fini. L’incisione avviene a livello della tabacchiera anatomica; si apre la capsula e si espongono la base del 1° metacarpo e la porzione distale del trapezio. Una volta rilasciata l’articolazione trapezio-metacarpale si esegue una sezione della base del 1° metacarpo di circa 5 mm con la resezione di osteofiti eventualmente presenti e sinovectomia. Successivamente si determina la Posizione esatta del canale midollare e si esegue l’introduzione della fresa. Fatto questo ne consegue il posizionamento dello stelo di prova (stesse dimensioni del numero di raspa metacarpica). (A1-A2) Il 2° step consiste nel trovare, con l’aiuto del BV, la posizione del centro del trapezio usando un filo di Kirschner o una guida di centraggio. (A3-A4-B2) La preparazione della profondità la si fa usando una fresa conica su filo di Kirschner e, fatto questo, si procede all’inserimento di una maniglia della coppa di prova per convalidare il sito di impianto e l’impianto scelto. La dimensione dell’impugnatura della tazza di prova basata sulla dimensione della fresa sferica. Dopo le varie prove, si sostituisce il tutto con lo stelo e la coppa permanente. In ultimo si esegue montaggio del collo permanente. A fine montaggio si eseguono i vari test di mobilità e stabilità. Nelle immagini B5 e B6 si può vedere come la motilità sia già efficace e non dolente, a soli 5 giorni dall’intervento. La pinza 1°-2° e 1°-3° dito appare già efficace. # case 2 Rizoartrosi di grado III in giovane donna (C1); impossibilità all’uso normale della mano interessata. Intervento di sostituzione protesica a doppia mobilità; controllo Rx nel post-op. (C2); dopo circa 35-40 giorni la paziente era completamente libera. Nella figura C3 il controllo a 1 mese e nella figura C4 la normale motilità della mano operata.               La rizoartrosi è una patologia estremamente invalidante, nel 20° secolo sono state adottate tante strategie terapeutiche, dalla trapeziectomia, alle trasposizioni tendinee, agli innesti ossei e tanto altro ancora. Interventi che spesso si dimostravano demolitivi e con risultati alla distanza che non davano la soddisfazione che il paziente sperava di trovare con la chirurgia. Questo nuovo e rivoluzionario device sfrutta la tecnologia delle moderne protesi e lo stesso principio del press-fit che si usa nell’ambito della protesica non cementata associando il vantaggio della doppia mobilità che tanto miglioramento aveva portato nella protesica dell’anca, ora ereditato dalla protesi trapezio-metacarpale. Bibliografia Kenya Tzuge: Atlas of handsurgery: Fractures and dislocations. chapter 8, MacGraw& Hill Ed. 1988 Pellegrini VD. Pathomechanics of the thumbtrapeziometacarpal joint. HandClin. 2001; 17: 175-84. Forestier J.: L’ostéoarthritesèchetrapézo-métacarpienne. Presse Médicale. 1937; 45: 315-7. Beckenbaugh RD, LinnscheidRl.: MP joint of the thumb in Green D. operativeHandSurgery. Churchill Livingston, New York, 1993. Haugenik, bøyesen P. imagingmodalities in handosteoarthritis and perspectives of conventionalradiography, magnetic reso-nanceimaging, andultrasonography. Arthritisresearch&therapy. 2011;

A Ragusa le Giornate Dermatologiche Iblee 2022

La Dermatologia è ormai un settore in rapida crescita, sia nell’innovazione terapeutica e tecnologica, sia nell’adesione culturale della popolazione al professionista e alla sua capacità di prendersi cura dell’ammalato. Se ne discuterà a Ragusa nell’ambito di un grande evento di alta formazione scientifica voluto dal dott. Gianpiero Castelli, responsabile UOS Dermatologia e Venereologia dell’Ospedale “Rizza” di Siracusa e responsabile del centro prescrittore dei farmaci biologici per le malattie della pelle. L’appuntamento con le Giornate Dermatologiche Iblee, giunte alla seconda edizione dopo il successo riportato nel 2021 e organizzate da AV Eventi e Formazione, è per il 29 e 30 Settembre 2022 e per l’1 ottobre 2022.Sono ben 36 i relatori che si alterneranno nelle 3 giornate di studio, nel corso delle quali sarà fatto il punto soprattutto su dermatite atopica, psoriasi e melanoma. Una importante parentesi sarà aperta sull’Orticaria cronica idiopatica. Punto di forza dell’evento Giornate dermatologiche iblee, ideato dal dott. Castelli, la trattazione delle patologie attraverso l’esame di casi concreti di real life in dermatologia in connessione con le altre specialistiche. L’evento, per i suoi numeri, assume le caratteristiche di un congresso regionale a tutti gli effetti. “Da parte sua – afferma il dott. Castelli a capo di un centro di eccellenza della salute pubblica in Sicilia – il dermatologo sta sempre più utilizzando strategie terapeutiche che non si fermano solo alla superficie cutanea, ma investono la persona nella sua totalità. Le patologie che più rispondono a queste caratteristiche sono proprio le malattie dermatologiche immunitarie, dove i nuovi scenari di governance impongono continui cambiamenti di passo. Sono le malattie infiammatorie cutanee croniche, le MICC, quelle in cui diventa fondamentale una strategia di collaborazione tra il dermatologo ospedaliero e quello territoriale, sia nell’ambito pubblico che privato, in una rete di sinergie con il medico di medicina generale e con gli altri specialisti. Il presente delle malattie dermatologiche immunitarie è quindi ricco di novità terapeutiche e gestionali, ma in futuro sempre più ravvicinato fa comprendere come bisognerà rapportarsi a quelle che si imporranno come nuove esigenze e nuove necessità. E va fatto anche un lavoro di squadra tra le nuove e le vecchie generazioni, per costruire insieme il futuro, senza aspettare che il progresso colga tutti impreparati. In questa alleanza generazionale e professionale – prosegue il dott. Castelli –  il ruolo centrale spetta sempre all’ammalato, al singolo ammalato, intorno al quale va costruita la dermatologia personalizzata di un presente che ha già il futuro dentro di se”. Per iscriverti e partecipare al congresso clicca qui.