Covid-19, docente dell’Istituto di Management della Scuola Sant’Anna di Pisa tra i redattori delle accomandazioni

Un docente e un affiliato dell’Istituto di Management della Scuola Sant’Anna di Pisa sono tra i redattori delle raccomandazioni cliniche e organizzative dell’ISQua (International Society for Quality in Health Care) contro il Covid-19. L’Italian Network for Safety in Health Care (INSH), associazione collegata alla International Society for Quality in Health Care (ISQua), ha pubblicato un documento contenenti raccomandazioni di carattere clinico e organizzativo per la gestione della sicurezza, relativamente alla pandemia di Covid-19. La redazione delle “Patient Safety Recommendations” è avvenuta in collaborazione con gli operatori sanitari del “front line” di varie regioni italiane. Alla redazione delle raccomandazioni hanno collaborato la prof.ssa Chiara Seghieri dell’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna e il dott. Riccardo Tartaglia, professional affiliate dello stesso Istituto di Management. La partecipazione alla stesura delle “raccomandazioni” si inserisce nell’ambito del lavoro di ricerca portato avanti dalla prof.ssa Chiara Seghieri nel campo della qualità e sicurezza delle cure. “Il documento ha una taglio pratico – commentano Chiara Seghieri e Riccardo Tartaglia – ed è veloce da consultare. Scuola Sant’Anna di Pisa fiore all’occhiello Le raccomandazioni prendono in esame gli aspetti della gestione della sicurezza delle cure da parte dei sistemi sanitari durante questa epidemia, a partire dalla diagnosi e dalla terapia fino alle problematiche collegate alla quarantena. Includono inoltre aspetti come la gestione dello stress post-traumatico degli operatori, il benessere mentale dei pazienti, le procedure medico-legali conseguenti al decesso, la misurazione degli esiti delle cure”. Il primo rilascio delle raccomandazioni ha fatto registrare circa 12.000 click sul sito di ISQua e oltre 2.000 click da Facebook e Twitter, ma soprattutto ha avuto un’eco rilevante sia nel campo della ricerca che della pratica clinica. Il documento è stato tradotto in diverse lingue ed è scaricabile dal sito di ISQua: https://www.isqua.org/covid19-research-page.html
Lockdown ed epilessia, peggioramento del numero delle crisi

Lockdown ed epilessia Durante questo periodo Lockdown ed epilessia creano forti contrasti. A causa del forzato periodo di isolamento durante la fase più acuta della diffusione del Covid-19 in Italia, circa il 40% delle persone affetta da epilessia ha manifestato sintomi. Per il 18% di loro , quasi 2 su 10, si è verificato un peggioramento del numero delle crisi. È quanto emerge da un sondaggio condotto dalla Fondazione Lega Italiana Contro l’Epilessia che ha fotografato lo stato di salute e benessere delle persone affette da epilessia durante la pandemia di Covid-19. Secondo l’indagine, eseguita attraverso un questionario anonimo con Google Moduli a cui ha aderito un campione di quasi 1000 persone, di cui metà affette da epilessia in un confronto tra pazienti e non. Il peggioramento delle crisi è stato maggiormente riscontrato nelle persone in poli-farmacoterapia e con scarsa qualità del sonno Il 46,9% dei pazienti, infatti, ha riferito di avere una scarsa qualità del sonno durante la quarantena, mentre il 19% ha riferito la presenza di sintomi depressivi e oltre la metà del campione invece ha lamentato un disturbo d’ansia. “In questo periodo di difficoltà – spiega il Prof. Oriano Mecarelli, Dipartimento di Neuroscienze Umane presso La Sapienza di Roma e Presidente LICE – la consueta assistenza ai pazienti è stata fortemente ridotta a causa dell’avanzare della crisi sanitaria che ha investito il Paese. Abbiamo voluto verificare, quindi, attraverso un questionario, lo stato di salute fisica e psicologica delle persone affette da epilessia in questo periodo. I risultati emersi obbligano a una presa di coscienza da parte dei neurologi che, oggi più di ieri, sono chiamati a valutare, oltre all’evoluzione della malattia e al successo di una terapia, anche aspetti altrimenti sottovalutati, come ad esempio la scarsa qualità del sonno. Da questi dati, infatti, emerge come i disturbi del sonno, da lievi a moderati, rappresentino un fattore di rischio per il peggioramento dei sintomi, soprattutto nelle forme gravi di epilessia” Nonostante la quasi totalità dei pazienti (il 93%) abbia continuato regolarmente le terapie anche durante il lockdown, ben il 37% del campione ha riferito problemi nella gestione della propria malattia e difficoltà nel follow-up e nell’assistenza medico-sanitaria. Dall’indagine, infatti, emerge che il 38% delle persone affette da epilessia ha riferito di avere in programma un controllo neurologico che cadeva nel periodo di lockdown, ma che nella maggioranza dei casi (96%) non è stato possibile ricevere. La difficoltà di accesso ai farmaci e la necessità di incrementare la terapia sono state le altre due problematiche principali incontrate dai pazienti durante il lockdown. “Il sondaggio ha confermato la presenza di diverse criticità. Per questo motivo – aggiunge il Dott. Giovanni Assenza, Consigliere MacroArea LICE Lazio-Abruzzo e Coordinatore del Centro per la Diagnosi e Cura dell’Epilessia del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico – si rende necessaria la messa a punto di servizi di telemedicina per garantire un adeguato follow-up dei pazienti, in particolare in questo momento di pandemia. Durante il periodo di lockdown, però, la tecnologia è andata in soccorso ai pazienti. Tra le persone che necessitavano di contattare il neurologo curante, il 71% ha avuto successo: il 43% attraverso sms o WhatsApp, il 25% tramite e-mail e il 31% via telefono. Da questi dati, quindi, si intuisce come lo sviluppo e il potenziamento della telemedicina sia assolutamente necessario. Grazie agli strumenti tecnologici oggi disponibili, infatti, sarebbe possibile assistere a 360° le persone con epilessia, anche in momenti difficili per il Sistema Sanitario come questo.”
Covid-19, a Ragusa nasce la ORTHOM-MASK, nuovo sistema di protezione delle vie respiratorie

La “fase 2” dell’emergenza Covid-19 è alle porte. Insieme ai provvedimenti varati dal governo per il sostegno all’economia e la profilassi sanitaria, sarà necessario adottare tutte le precauzioni per garantire la sicurezza dei lavoratori. Serve, in primo luogo, garantire la sicurezza dei sanitari che operano negli ospedali e soprattutto nei reparti Covid-19 Serve garantire la sicurezza di tutti gli operatori che dovranno effettuare la pulizia e la sanificazione periodica dei locali, degli ambienti, delle postazioni di lavoro e delle aree comuni”, come previsto dal DPCM del 27 aprile 2020. A Ragusa, si è conclusa la sperimentazione del nuovo sistema di protezione, con filtri certificati fino al 99,9 % di protezione, per tutti gli operatori esposti al rischio Covid-19. Il centro ragusano Orthom, specializzato nella produzione di dispositivi medici su misura, ha ricevuto in donazione 300 maschere EasyBreath Decathlon da numerosi privati, che hanno rinunciato alle proprie attrezzature per le immersioni subacquee mettendole a disposizione per l’emergenza sanitaria. Le maschere sono modificate e oggi sono pronte per essere distribuite: le “Orthom-Mask” saranno donate agli operatori sanitari del territorio siciliano. Punto di forza sono i test eseguiti sulla maschera modificata che ne attestano la sicurezza. I test sono coordinati dal dottor Pietro Di Falco, amministratore unico della Orthom ed eseguiti con la collaborazione dell’Università degli Studi di Messina, del CNR di Catania e delle strutture ospedaliere della provincia di Ragusa. “Ottenere delle evidenze scientifiche dai test eseguiti in così poco tempo – spiega l’ingegnere Rosario Criscione, project manager di Orthom – è stata davvero una grandissima sfida che il team ha portato a termine nel migliore dei modi. I test sono scaricabili sul sito orthom.com”. Il raccordo realizzato da Orthom e sottoposto ai test di cui sopra, è stato realizzato con la supervisione del CNR di Catania. “Da un confronto sperimentale diretto tra il raccordo Orthom e il raccordo originale della maschera EasyBreath – afferma l’ingegnere Giuseppe Recca del CNR – si è potuto constatare che il raccordo Orthom ha una tenuta migliore rispetto al raccordo in dotazione alla maschera”. I test di tenuta dei raccordi sono stati svolti sulla base delle linee guida del Dipartimento di Ingegneria dell’Università di Messina su indicazione del rettore Salvatore Cuzzocrea Hanno collaborato al progetto anche la professoressa Elita Schillaci, dell’università di Catania, che ha fornito importanti indicazioni, e la rete PRIMS – Distretto di Meccatronica di Palermo. Di tutte le attività è informato l’assessorato alla Salute e l’assessore Ruggero Razza il quale ha seguito e sostenuto le fasi della sperimentazione. “Si tratta – spiega Pietro Di Falco – di una nuova opportunità per permettere ai medici ed agli infermieri di operare nei reparti in sicurezza e di debellare la possibilità di contrarre il virus proprio mentre si lavora nella delicatissima “fase 2”. Noi abbiamo chiesto in dono le maschere EasyBreath a chi ne era in possesso e, con grande generosità, ne abbiamo raccolte circa trecento. Le abbiamo modificate ed abbiamo approntato i test che ne garantiscono la funzionalità e sicurezza. Visti gli incoraggianti risultati ottenuti e nelle more che gli Enti certificatori possano rilasciare il loro parere, intendiamo mettere immediatamente il sistema di protezione a disposizione. Chiediamo che la Regione ci dica a chi e con quali modalità donare il sistema. Noi vorremmo che esso fosse, prima di tutto, una possibilità per la nostra terra, per la Sicilia, per far si che nella fase della ripartenza, sia garantita la massima protezione del personale sanitario. Voglio ringraziare a nome di tutto il team di Orthom tutti coloro che ci hanno sostenuto fino al raggiungimento di questo importante traguardo”.
Lancet Neurology pubblica primo studio al mondo su sclerosi multipla e COVID-19

Saranno pubblicati su Lancet Neurology i primi dati preliminari della piattaforma COVID-19 e Sclerosi Multipla (SM), il progetto pilota di raccolta di informazioni cliniche sulle persone con SM che hanno sviluppato l’infezione da COVID-19. Alla piattaforma MuSC-19, attivata il 14 marzo 2020, ad oggi hanno contribuito a fornire dati 78 centri clinici italiani specializzati nella SM oltre a 28 centri di altre 15 nazioni. I dati disponibili all’8 aprile e pubblicati riguardano 232 persone con SM con sintomi da COVID-19 Il tampone è stato eseguito in 58 persone, con positività in 57. In questa coorte ci sono 5 decessi, 2% del totale, un altro paziente, oltre ai precedenti, è stato ricoverato in unità ad alta intensità di cura e altri 17 pazienti sono stati ricoverati in reparti non intensivi. In 209 pazienti l’espressione della malattia si è limitata ad una varia combinazione di sintomi che non hanno comportato ospedalizzazione. Tutti i decessi riguardavano persone con particolare fragilità legata alla disabilità, alle comorbidità e/o all’età avanzata. Il 90% delle persone era in trattamento con Disease Modifying Treatment (DMT). Ad oggi non sono emersi elementi di rischio legati alla terapia. Non è possibile da questi dati dare alcuna informazione sul rischio connesso con uno specifico trattamento. Questi dati devono essere presi come preliminari. “Al momento, questi risultati sembrano essere abbastanza rassicuranti per la maggior parte delle persone con SM” sottolinea il Prof. Marco Salvetti dell’Università Sapienza, Ospedale Sant’Andrea, di Roma Sono in linea con quanto la Società Italiana di Neurologia, insieme ad AISM e alla Federazione Internazionale delle Associazioni SM avevano già pubblicato sulla gestione dell’emergenza da parte delle persone con SM e anche in relazione ai trattamenti innovativi di uso corrente. “Peraltro – continua Salvetti -viene confermato che persone con SM con comorbidità, con disabilità e in età avanzata variabilmente combinata sono esposte al rischio di una peggiore evoluzione della malattia. Queste persone richiedono quindi una particolare cura nel prevenire l’infezione”. “Il monitoraggio e l’aggiornamento dei dati continueranno per tutta la durata dell’epidemia. Sarà inoltre fornita la prevalenza della SM tra i casi che hanno sviluppato COVID-19. Questo quando verrà messo in atto un sistema per verificare che tutti i casi di SM positivi vengano rilevati” sottolinea il Prof. Francesco Patti dell’Università di Catania, coordinatore del Gruppo di Studio Sclerosi Multipla della SIN. “Tra i paesi occidentali, l’Italia è stata tra le prime a sperimentare gli effetti della pandemia di COVID-19” afferma il dott. Nicola De Rossi Neurologo degli Ospedali Civili di Brescia, P.O. Montichiari (BS) “L’impatto complessivo in tutta Italia è tragico, come noto, in particolare nell’Italia del nord. Tuttavia questo ha consentito ai ricercatori italiani, in particolare ai medici ricercatori di queste regioni più colpite. Questo nonostante la terribile emergenza clinica, di studiare l’infezione di COVID-19 e questi sono i primi dati disponibili al mondo su SM e COVID-19”. L’obiettivo dell’iniziativa internazionale MuSC-19 in corso è proprio quello di fornire dati per contribuire a definire una strategia a medio e a lungo termine per le persone affette da SM nelle diverse fasi di evoluzione di questa pandemia, con particolare riguardo alle diverse terapie seguite. Inoltre le informazioni derivanti da questo studio potrebbero essere utili anche per altre patologie. “In questo scenario – afferma il Prof. Mario Alberto Battaglia, Presidente della Fondazione Italiana Sclerosi Multipla – dobbiamo far fronte ai problemi più urgenti. Dobbiamo pianificare una risposta a lungo termine ai cambiamenti che la pandemia COVID-19 impone nella vita e sull’assistenza sanitaria delle persone con SM. L’Associazione dei pazienti AISM con la sua Fondazione (FISM) e il Gruppo di studio sulla SM della Società Italiana di Neurologia (SIN) hanno, già dalle prime settimane dell’epidemia, istituito un Programma di attività per affrontare l’emergenza a breve, medio e lungo termine anche relativamente alle tematiche di sanità pubblica e di advocacy”. Il Prof. Gioacchino Tedeschi, Presidente della Società Italiana di Neurologia afferma: “Il programma è realizzato secondo i suggerimenti ricevuti da un gruppo di diversi neurologi che operano in condizioni di elevata emergenza. Anche dai rappresentanti di AISM e FISM e costituisce un esempio di collaborazione virtuosa tra una società scientifica e un’associazione di persone con una malattia neurologica. Questa attività di ricerca ed assistenza è anche possibile grazie all’AISM e alla rete dei centri clinici di riferimento per la SM in Italia, una realtà unica nel panorama internazionale, che in Italia è attiva dal 1996. Questa rete da sempre permette di affrontare i temi scientifici che riguardano la SM in modo collegiale su tutto il territorio nazionale”. Per la raccolta dei dati sui casi COVID-19 e SM è nata la piattaforma specifica MuSC-19, donata da Roche, per far fronte all’emergenza ” La piattaforma è accessibile, previa registrazione, a tutta la comunità scientifica interessata a raccogliere questo tipo di dati, indipendentemente dalla loro nazionalità e disponibilità a partecipare a questa o ad altre iniziative collaterali di raccolta di dati clinici e campioni biologici” dichiara la Prof.ssa Maria Pia Sormani dell’Università di Genova, che gestisce la piattaforma MuSC-19. I dati sull’infezione COVID-19 nelle persone con SM continuano ad essere raccolti dai centri clinici attraverso una cartella clinica elettronica. Il set di dati di base include caratteristiche cliniche e demografiche e informazioni sui trattamenti modificanti la malattia. Per essere inclusi, i pazienti devono presentare sintomi e segni di infezione da COVID-19, con o senza un test positivo (tamponi nasali e faringei). Il collegamento con il Registro Italiano Sclerosi Multipla, che attualmente annovera di più di 60.000 persone con SM in Italia, permetterà di derivare importanti informazioni di tipo epidemiologico. “Per le persone con SM è importante avere dalla ricerca scientifica indicazioni che abbiano una ricaduta concreta sulle scelte di trattamento e di vita e noi portiamo alla ricerca le nostre esperienze di malattia. Per questo invito tutte le persone che hanno affrontato l’infezione a domicilio a raccontare la loro esperienza ai ricercatori, anche attraverso i loro medici di base” conclude Francesco Vacca, Presidente Nazionale AISM.
Vittoria, delicato intervento di neurochirurgia

Eseguito un delicato intervento di Neurochirurgia nel presidio ospedaliero “Riccardo Guzzardi” di Vittoria. Una giovane donna, infatti, è ricoverata nell’Unità Operativa Complessa di Neurologia di Vittoria per improvvisa perdita di forza e di sensibilità agli arti inferiori. Le condizioni hanno fatto subito pensare a qualcosa di grave e, infatti, dopo l’esecuzione di una Risonanza Magnetica, si è appurata la presenza di un ascesso che comprimeva il midollo spinale. Il rapido consulto in rete con la Neurochirurgia della Azienda Ospedaliera “Cannizzaro” di Catania, diretta dal dott. Salvatore Cicero, per la valutazione dei rischi legati alla emergenza COVID19 e al trasporto della paziente, hanno portato alla decisione di organizzare l’intervento in loco. L’equipe operatoria neurochirurgica dell’AO catanese, si è spostata all’ospedale di Vittoria. La UOC di Neurologia insieme alle UO di Ortopedia e Rianimazione del PO “R. Guzzardi” hanno reso disponibile personale, sala operatoria e programmato il post-operatorio, riuscendo a organizzare ed eseguire l’intervento in 12 ore. L’intervento ha avuto esito favorevole. La paziente, attualmente, ricoverata in Neurologia, a breve, verrà avviata verso un’altra Unità Operativa dell’Asp di Ragusa. L’Asp di Ragusa ha attivato, lo scorso anno, una convenzione con l’Azienda Ospedaliera per l’Emergenza “Cannizzaro” di Catania, per prestazioni specialistiche consulenziali e chirurgiche di Neurochirurgia che prevede l’esecuzione di interventi di neurochirurgia in loco predisponendo quanto necessario all’esecuzione dell’intervento – routine preoperatoria, allertamento sala operatoria.
IdO svela risultati indagine su bimbi autistici nel tempo del Covid-19

Risultati indagine IDO : L’Ido svela: “Nonostante l’aumento di alcune condotte quali sintomi d’ansia, disturbi del sonno o selettività nell’alimentazione, il 30% dei bambini con disturbi dello spettro autistico in quarantena ha mostrato un importante miglioramento in diverse aree”. Questi alcuni dei primi risultati della ricerca scientifica targata Istituto di Ortofonologia (IdO) dal titolo ‘I bambini autistici e il Covid-19’, illustrata da Magda Di Renzo, responsabile del servizio terapie dell’IdO, insieme a Elena Vanadia, neuropsichiatra infantile dell’IdO, nella diretta Facebook sul canale dell’Istituto. L’obiettivo della ricerca è stato in primis terapeutico “La preoccupazione che avevamo- spiega Di Renzo- era che, nonostante l’attivazione delle risorse messe in campo, questi bambini potessero perdere i risultati ottenuti. Abbiamo così monitorato 63 nuclei familiari per intercettare con ogni genitore i cambiamenti avvenuti nel primo mese di ‘reclusione’”. Sono emersi, invece, “molti miglioramenti nell’area della gestualità comunicativa, oltre che una maggior condivisione, attenzione e capacità verbale”. Per esempio, tra quei piccoli che si trovano “ancora nelle proto-forme linguistiche, c’è chi ha iniziato a dire alcune parole”. Ma le sorprese non si sono fermate e tra i miglioramenti, infatti, continua Di Renzo, “abbiamo osservato che alcuni hanno cominciato a disegnare e altri hanno ampliato il loro disegno, che è uno strumento importantissimo- ribadisce. Inoltre, abbiamo registrato un miglioramento nelle interazioni di questi bambini con i fratelli”. Non si sono verificati, invece, sul campione preso in esame dall’IdO, “aumenti di aggressività che potevamo presagire, nuovi segni di psicopatologie o nuove forme di atipia”, rivela Di Renzo Analizzando nel dettaglio il campione di studio, aggiunge Vanadia, “ci sono 55 maschi e 8 femmine, di età compresa tra i 30 mesi e i 9 anni”. Questi bambini sono stati seguiti attraverso “delle interviste rivolte ai genitori, utilizzando scale e questionari standardizzati”. Tra i minori “c’è una discreta eterogeneità sia a livello di gravità di sintomatologia autistica che di funzionamento intellettivo”, continua la neuropsichiatra dell’IdO. Sono presenti, quindi, sia “bambini ad alto che a basso funzionamento, con diversi livelli di compromissione. Tuttavia, dai risultati emerge che tali aspetti non incidono. Ovvero- chiarisce Vanadia- gli aspetti di miglioramento si sono manifestati in percentuali sostanzialmente uguali indipendentemente dal livello di gravità, di sintomatologia autistica e di funzionamento”. Le evidenze della ricerca scientifica portata a termine dall’IdO sono anche il risultato dell’adeguamento a cui, in queste mesi, hanno dovuto fare fronte le terapie dell’Istituto Due, infatti, le modalità fondamentali attraverso cui l’IdO ha risposto all’emergenza Covid-19. “Circa 100 videotutorial” disponibili su Youtube all’interno dello sportello ‘IdO con Voi’, “dove i terapeuti hanno proposto delle attività ai bambini: dalla neuropsicomotricità alla musicoterapia, passando per il lavoro osteopatico e le attività ludico-ricreative”, spiega Di Renzo. Definita, infatti, “una determinata cornice di assoluta chiarezza di obiettivi da raggiungere- continua Vanadia- possiamo permetterci di far raccontare al terapeuta una favola cantata. Diventa un modo per mantenere una relazione, al di là del semplice intrattenimento, che dentro una formula più leggera permette di tenere in piedi tutto questo meccanismo interattivo” tra specialisti, genitori e bambini. La seconda modalità di sostegno attivato dall’IdO riguarda la metodologia della gruppalità su Skype: “Alcune famiglie- racconta Di Renzo- sono riuscite anche a mettere in contatto tra loro i bambini con disturbi dello spettro autistico, che si salutavano e si riconoscevano in video”. Questo perché è un approccio evolutivo e interattivo quello dell’IdO “su cui stiamo investendo da molti anni- ricorda Vanadia- un modello relazionale e a mediazione corporea in cui i genitori” sono estremamente partecipi “già dai primi anni di terapia, a partire dalla stanza e dal percorso che il bambino svolge”. Non è una modalità che rende “i genitori terapeuti, bensì li rende competenti per capire i bisogni dei bambini, le loro comunicazioni atipiche che talvolta anche noi facciamo fatica a individuare”, continua la neuropsichiatra. Ecco dunque un altro importante elemento proposto e sottolineato dall’IdO, che è il supporto alla genitorialità. “Cerchiamo di aiutare i genitori ad immedesimarsi in alcune sensorialità inespresse o ipoespresse, che rendono la percezione del mondo di questi ragazzi tanto diversa da come tutti noi lo possiamo percepire- aggiunge Vanadia- Credo che questa sia una delle chiavi che ha consentito di attivare fin da subito un percorso di tele-medicina e tele-riabilitazione. Noi abbiamo raccolto quell’investimento importante già fatto sulla genitorialità”. Non è un caso che ‘IdO con Voi’ abbia rilanciato l’importanza della gruppalità in chiave ‘genitoriale’ anche con il progetto ‘Esperti e famiglie’: “Sei gruppi di genitori e docenti che affrontano alcune aree tematiche con aspetti più ampi e trasversali- illustra la neuropsichiatra infantile- tra cui la gestione delle emozioni, della rabbia, delle esperienze genitoriali in questa fase di pandemia”. Secondo la neuropsichiatra infantile dell’IdO “una terapia è funzionante quando non crea una dipendenza nel bambino, ma gli consente un’abilitazione- illustra Vanadia- e la vera abilitazione consiste in quel processo terapeutico che consente al bambino o al soggetto di acquisire una determinata autonomia che ha strutturato, per poterci poi riattingere in contesti differenti”. La parola d’ordine per Magda Di Renzo è “integrazione Sono contenta- ammette la psicoterapeuta dell’età evolutiva- che non si dica più che i genitori devono fare i terapisti. Mi sono sempre battutta affinché fossero protetti nella loro qualità di genitori. Averli aiutati già nel ‘prima’ ha fatto sì che loro si trovassero nella possibilità di sintonizzarsi anche in questa fase. Per natura e cultura, infatti, io sono contraria a qualsiasi forma di contrapposizione, perché non è scientifica e lascia una metà del mondo fuori, mentre i bambini devono essere tutti inclusi. È importante tenere conto dell’aspetto relazione- sottolinea la studiosa- e sono contenta che anche negli approcci diversi da quelli dell’IdO si cominci a riconoscere l’importanza delle emozioni e dell’empatia: parole che prima erano quasi bandite. È una lotta di una vita- conclude Di Renzo- quella di dare dignità al bambino con le sue atipie, le sue emozioni e la sua individualità”.
La rete diabetologica sul banco di prova al tempo del COVID, le risposte di 4 esperti

La rete diabetologica sul banco di prova L’emergenza COVID sta mettendo a dura prova l’organizzazione del Servizio Sanitario così come lo conoscevamo e non fa eccezione la rete diabetologia. Preso alla sprovvista lasciando medici e pazienti scollati dal mondo reale fatto di contatti umani e fisici. Nel giro di 48 ore, medici e pazienti si sono ritrovati a gestire i controlli a distanza, una nuova realtà che prima era riservata solo a chi non poteva raggiungere l’ambulatorio. Una gestione che, nella fase 2, si prospetta molto simile a quella delle ultime settimane, ma con un vantaggio da non sottovalutare legato alla confidenza maturata all’uso della tecnologia. Ecco le modalità di intervento suggerite da 4 esperti in diabetologia D: Come avete risposto alla nuova esigenza di cura a distanza? R: Paolo DI BARTOLO, Presidente Nazionale AMD (Associazione medici Diabetologi). Per supportare le persone con diabete in questo particolare momento, l’Associazione Medici Diabetologi (AMD) e la Società Italiana di Diabetologia (SID) hanno istituito un numero verde attivo tutti i giorni (800 942 425 dalle 10 alle 18) per venire incontro alle esigenze delle persone con diabete, costrette a casa come il resto della popolazione e senza possibilità di effettuare visite e prestazioni ambulatoriali già programmate. In più, la diabetologia si è attivata anche sui social e ha lanciano il progetto “Un’ora con AMD, SID, SIEDP Tutti i giorni, dalle 18.00 alle 19.00, sulle pagine Facebook delle tre Società scientifiche, diabetologi SID, AMD e SIEDP si alternano per tenere in diretta delle presentazioni sulla gestione del diabete a beneficio dei pazienti”. D: Quale è il ruolo della tecnologia per la gestione in remoto del diabete? R. Vincenzo PROVENZANO, Presidente Nazionale SIMDO Per affrontare le problematiche più urgenti e consentire gli impianti di microinfusori, il Centro di Riferimento Regionale per la Diabetologia e l’impianto di Microinfusori dell’Ospedale siciliano di Partinico (trasformato in COVID-H) si è dotato di locali del tutto separati dall’area rossa del nosocomio e di personale esclusivamente dedicato ai pazienti con diabete. L’impiego di videochiamate, di un cellulare dedicato h24 e di piattaforme multimediali condivise, sta permettendo di superare i limiti imposti dalla quarantena, mantenendo i nostri pazienti in costante contatto con il team diabetologico e condividendo il monitoraggio in tempo reale. Inoltre, attraverso i software dedicati al trasferimento dei profili glicemici, tutti i pazienti portatori di tecnologia, inviano regolarmente i loro profili e ricevono le modifiche terapeutiche. Webcam e videochiamate consentono inoltre di effettuare delle sedute di educazione terapeutica dove vengono consigliate le ricette di una buona alimentazione e di sane abitudini. Isoliamo il virus, uniamo in rete educatori, psicologi, dietisti e diabetologi ai nostri pazienti e così distanziamo… solitudine e complicanze! D: Analizzando la situazione di smartworking e la nuova organizzazione delle attività e del tempo dei bambini con diabete, è possibile allentare il controllo perché si è a casa tutti insieme? R: Riccardo SCHIAFFINI, Dirigente Medico I Livello, Endocrinologia e Diabetologia, Ospedale Pediatrico Bambin Gesù. Anche se le scuole sono chiuse, il diabete non va in vacanza, per un duplice motivo Il primo è legato ai bambini e agli adolescenti che hanno il diabete che, anche durante questa emergenza, devono continuare a controllare bene la loro malattia (tramite un attento autocontrollo glicemico con sensori del glucosio e con glucometri tradizionali) e attraverso anche una terapia insulinica che in questo momento non è facile adattare, considerati gli stravolgimenti della vita quotidiana legati a orari meno definiti e alla impossibilità/difficoltà nello svolgere attività fisica. In secondo luogo c’è il rischio che in questo periodo, in cui siamo giustamente preoccupati per tutta la situazione, vengano sottovalutati i rischi di chetoacidosi e diabete all’esordio perché le famiglie potrebbero essere indotte a trascurare i sintomi di una iperglicemia incipiente (poliuria e polidipsia) e tendono a non voler venire in ospedale”. D: Quanto abbiamo imparato da questa rivoluzione “forzata” e quale sarà la lezione per il futuro di domani? R: Riccardo Fornengo, Consigliere Nazionale AMD, Responsabile S.S.D. di Diabetologia di Chivasso Mai come in questo momento, nonostante le società scientifiche insistano da anni che la tecnologia non è un lusso, ci si rende conto che avere a disposizione dei dispositivi per la misurazione della glicemia o per l’infusione della terapia, non è un vezzo di diabetologi smart ma è “terapia”, è “farmaco”, è “salute”. In questi giorni, riusciamo a gestire abbastanza bene le persone con diabete che usano la tecnologia, più avvezzi a scaricare informazioni su piattaforme e che usano i CGM o FGM o glucometri linkati a app su smartphone Avere la possibilità di interagire a distanza con loro avendo davanti il loro tracciato ci dà la possibilità di gestirli, aiutarli, prendersi cura e farlo bene. Per gli altri pazienti, invece tutto è molto più complesso: moltissimi non fanno esami, misurano la glicemia ma non sanno dove scaricata, altri la dettano al medico o all’infermiera. L’impiego della tecnologia d’avanguardia, è in grado di annullare le distanze e portare il team diabetologico a casa, permettendo di adattare e aggiornare le terapie alle nuove abitudini “domestiche “per una corretta gestione della patologia.
Progetto narrativo di anestesisti-rianimatori che racconta con un Blog aperto il vissuto degli operatori sanitari

Anestesisti-rianimatori si raccontano con un Blog “Personalmente, non vedo la mia famiglia da un mese e mezzo, mi sono auto-quarantenata, non vado nemmeno a fare la spesa per paura di contagiare qualcuno.Esco solo per andare al lavoro. Però posso dire che tutti questi sacrifici valgono la pena. Perché assistere alla prima estubazione, poi alla seconda e alla terza e così via mi dà speranza. Quindi, c’è un “lato positivo” in questa storia: dopo tante morti, c’è ancora un barlume di vita che spinge e combatte. Mi riempie il cuore di gioia vedere i “sopravvissuti del coronavirus” uscire dalla terapia intensiva. Mi fa credere che non è tutto perduto”. Li abbiamo visti tutti, in televisione o su internet: medici anestesisti-rianimatori e infermieri di area critica alle prese con emergenze continue e turni da molte ore vissuti dentro le tute antivirus, con il volto segnato dalle maschere e dalle visiere. Li abbiamo visti stringere la mano di chi stava soffrendo, mentre gestivano come sempre le apparecchiature complesse e salvavita che fino a ieri erano sconosciute ai più. Ancora oggi stanno governando quelle “cure intensive” che sono effettivamente il più avanzato baluardo della lotta contro il CoViD19. Tutto questo, accettando di assumere un carico immenso di drammaticità, ansia e dolore che non sempre è stato colto fino in fondo. “Vorrei prendere a schiaffi chi ha detto che andrà tutto bene. Persone morte da SOLE, SENZA TIRARE IL FIATO, A CENTINAIA. Parenti a casa, soli, senza avere contatti, notizie. Noi al lavoro… terrorizzati. Malati che sembrano andare bene e dopo due ore si inchiodano e in 24 ore muoiono, senza che tu sia riuscito a fare niente. Terapie date a caso, dubbi su tutto. Anche su come ti chiami. ANDRA TUTTO BENE COSA?”. Con il Progetto “SCRIVIAMO LA STORIA”, un’iniziativa di comunicazione e condivisione professionale avviata dalla Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI), decine di testimonianze di esperienze di prima linea sono oggi disponibili sul sito web https://vissuto.intensiva.it/, rappresentando una occasione di “medicina narrativa” volta al benessere degli operatori che avvertono la necessità di una condivisione professionale delle esperienze vissute in un momento così eccezionale. “Crediamo nel potere curativo delle parole”, dice la presentazione del progetto, “crediamo nella condivisione dei pensieri e delle emozioni. Crediamo che ‘liberandosene’ si possa stare un po’ meglio” Questo blog pubblico fa parte del preesistente Progetto INTENSIVA 2.0, volto a migliorare la comunicazione con i familiari dei pazienti critici, nella convinzione che “la Terapia Intensiva è un tutt’uno: non si può curare bene i pazienti se non ci si prende cura anche dei familiari e degli operatori sanitari”. Durante la pandemia da CoViD19, i responsabili del Progetto hanno creato una pagina dove raccontare liberamente il vissuto degli operatori. Questo invito è stato raccolto da più di 100 medici e infermieri in un mese, con contributi provenienti da tutte le Regioni coinvolte nella lotta contro la pandemia. “Oggi abbiamo vinto noi, nelle nostre tute 4 taglie più grandi, senza identità per i nostri pazienti, sudati, con il triplo guanto, la mascherina, la doppia cuffia e la visiera, e una sete allucinante. Oggi ha vinto questa Signora, e a vederla forse non lo ha ancora realizzato. Oggi abbiamo vinto noi che in questo inferno ci facciamo forza, medici e infermieri che si affidano l’uno all’altro per FINALMENTE gioire insieme di questi momenti. Oggi abbiamo dimesso dalla nostra Terapia Intensiva la prima paziente. Oggi la commozione era più grande delle lacrime versate sentendo i bollettini quotidiani, dei turni no, della paura di non farcela e di non vedere la fine. E allora mi spiego l’adrenalina e la carica di questi 23 giorni. Tutto questo per arrivare oggi qui. Tutto questo per non smettere. Qui si lotta! “Abbiamo avviato questa raccolta (e offerta) di testimonianze – sottolinea Giovanni Mistraletti, Ricercatore di anestesia-rianimazione dell’Università Statale di Milano e coordinatore del Progetto INTENSIVA 2.0 – perché desideriamo essere vicini, sentire che non siamo soli, ma attorniati da colleghi che ci comprendono, ci consolano e ci sostengono. Questo, spesso, è di grande sollievo. Inoltre, crediamo sia giusto condividere fra di noi e anche pubblicamente il nostro punto di vista, perché ci siamo trovati di fronte ad un dramma impensabile solo qualche settimana prima. Abbiamo dovuto affrontare problemi molto complessi, ed era impossibile prevedere di doversi preparare ad un quadro sociosanitario di questa portata. Talvolta abbiamo ricevuto critiche incredibili, fomentate da notizie gonfiate o da giornalisti che cercavano scandali più che raccontare la verità. Condividere il proprio vissuto può essere davvero liberante, e può innescare un circolo virtuoso di buone idee che ci possono permettere di vivere meglio il nostro lavoro”. “Questa raccolta si sta trasformando in un eccezionale archivio professionale”, commenta Flavia Petrini, Presidente SIAARTI, “perchè ci permetterà di elaborare, mantenendone la memoria, l’esperienza storica che abbiamo vissuto, per superare lo stress dei momenti più drammatici dell’epidemia, attraverso la condivisione delle criticità, le speranze e le attese, con la certezza che comunicando si possano superare gli aspetti più critici, per migliorare insieme”. E, a conferma delle parole della Presidente, nella raccolta di interventi di Scriviamo la Storia, emergono confessioni drammatiche, ma ricche di prospettiva e reale umanità “Passato tutto questo, non ricorderò i turni massacranti o le notti insonni o la ginnastica coronarica quando sai di non poter intubare un paziente che avresti rianimato in qualsiasi altra situazione. Ricorderò solo gli occhi: gli occhi dei colleghi, degli infermieri, dei pazienti. Che ti guardano cercando le stesse conferme che cerchi tu nei loro. Solo quelli, terribilmente bellissimi”. Il blog del Progetto “Scriviamo la Storia” è sempre accessibile, continua a raccogliere esperienze ed è supportato direttamente dalla start-up Gioielleria italiana, un soggetto imprenditoriale che ha promosso la produzione del bracciale ITALY STAY STRONG: tutti i proventi della vendita del gioiello saranno devoluti a SIAARTI per proseguire in questa importante iniziativa.
Società Scientifiche chiedono Tavolo Tecnico dedicato alla Riabilitazione Respiratoria che operi in maniera specifica e non più generalista

Da settimane, esperti di riabilitazione respiratoria appartenenti ad Associazioni e Società Scientifiche che rappresentano Pneumologi e Fisioterapisti, hanno prodotto raccomandazioni, protocolli e algoritmi condivisi con la comunità scientifica internazionale (1-5) Questi esperti si sono riuniti oggi in un Gruppo di Lavoro e sono espressione di chi opera quotidianamente nel campo delle malattie respiratorie, COVID e post-COVID comprese. Si tratta di AIPO-ITS (Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri-Italian Thoracic Society), SIP/IRS (Società Italiana di Pneumologia), AIFI (Associazione Italiana Fisioterapisti), ARIR (Associazione Riabilitatori dell’Insufficienza Respiratoria). Obiettivo del Gruppo di Lavoro è offrire la propria preparazione professionale ed autorevolezza scientifico-assistenziale per garantire approcci valutativi e interventi terapeutici specialistici, non solo farmacologici. Anche di prevenzione, cura e riabilitazione, basati su una valutazione specialistica delle condizioni del paziente, sulla cura del danno organico riscontrato. Infine sulla prevenzione delle complicanze secondarie, sull’utilizzo di indicatori di risultato specifici, validati e ben noti a chi solitamente si occupa in maniera specialistica di problematiche respiratorie e di alterazioni motorie conseguenti alle stesse. Gli esperti del Gruppo di Lavoro stanno osservando sul campo, giorno dopo giorno, i danni che questa infezione provoca, stanno studiando i tempi di recupero e si stanno impegnando nel riconoscere quali siano i percorsi di cura migliori da proporre immediatamente dopo l’evento acuto, alla dimissione dall’ospedale e nei mesi successivi al fine di perseguire una ideale ripresa delle attività di vita nel contesto familiare, sociale e lavorativo. Uno degli obiettivi del lavoro è quello di stratificare la popolazione dei pazienti in base alle specifiche esigenze di cura, personalizzando interventi, modalità e sedi, alla luce delle migliori conoscenze scientifiche Tutto ciò non potrà disgiungersi da un altro importante tema di discussione che riguarda la riorganizzazione dei percorsi di riabilitazione respiratoria nel suo complesso, quindi anche quelli che vengono di consueto proposti ed erogati ai pazienti che non si sono ammalati per COVID-19 ma sono affetti da patologie respiratorie croniche e sono divenuti orfani delle strutture territoriali di riferimento, attualmente riconvertite per la gestione dei pazienti affetti dalla nuova epidemia virale. Alla luce di queste evidenze, le Società scientifiche si rivolgono al Ministro della Salute, Roberto Speranza, e al Coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni, Luigi Genesio Icardi, per proporre la costituzione di un Tavolo Tecnico dedicato alla Riabilitazione Respiratoria che operi in maniera specifica e non più generalista. Nella missiva viene sottolineato infatti come si stiano proponendo, per la presa in carico del paziente COVID-19, interventi privi di una vera e propria cabina di regia. Questo con proposte generaliste e talvolta inopportune se non pericolose, prodotte da singole società scientifiche mediche o anche da singole realtà ospedaliere. Tali programmi, per quanto scaturiti da ottimi intenti, sono però spesso improvvisati. Perciò carenti di solidi presupposti e conoscenze di carattere fisiopatologico e clinico sul danno collegato all’insufficienza respiratoria in generale e su quella legata all’infezione COVID-19 in particolare. I firmatari della missiva mettono a disposizione del Ministero della Salute e degli Assessorati Regionali le competenze specifiche del Gruppo di Lavoro inter-societario e i documenti prodotti che costituiscono modelli di presa in carico riabilitativa dei pazienti COVID-19 AIPO-ITS, SIP/IRS, AIFI E ARIR ritengono fondamentale prevedere un dialogo privilegiato con i professionisti che possiedono le competenze adeguate in ambito di riabilitazione respiratoria (pneumologi, fisioterapisti specialisti in fisioterapia e riabilitazione respiratoria) al fine di garantire percorsi e servizi qualitativamente rilevanti, efficaci e coordinati. Bibliografia 1. Michele Vitacca et al. Facing the respiratory SARS-CoV-2 emergency in Italy: from ward to trenches. Eur Respir J 2020; in press. 2. Position paper AIPO- SIP Managing the Respiratory care of patients with COVID-19 marzo 2020 3. Marta Lazzeri et al. Position Paper of ARIR (Associazione Riabilitatori Dell’insufficienza Respiratoria- Italian Association Of Respiratory Physiotherapists) On Respiratory Physiotherapy In Patients With Covid-19 Infection In Acute Setting Monaldi Archives Chest Disease 2020 in press 4. Position paper AIPO-ARIR-SIP Joint statement on the role of respiratory rehabilitation in the COVID-19 crisis: the Italian position paper marzo 2020 5. Martin Spruit et al. Report Of An Ad-Hoc International Task Force To Develop An Expert-Based Opinion On Early And Short-Term Rehabilitative Interventions (After The Acute Hospital Setting) In Covid-19 Survivors (version April 3, 2020)
Humanitas Istituto Clinico Catanese, avviata fase 2: apertura nuovi reparti

Dopo il trasferimento del reparto di Radioterapia presso il nuovo ospedale di Misterbianco, Humanitas Istituto Clinico Catanese trasferisce ora altri reparti fondamentali per la cura dei malati oncologici. Il Day Hospital, il Laboratorio Analisi, gli Ambulatori, l’Endoscopia e la Radiologia. Tutti i reparti del nuovo polo sanitario sono stati potenziati dal punto di vista della tecnologia biomedica. Questo con implementazioni e nuove dotazioni. In particolare, le innovazioni riguardanti la Diagnostica per Immagini fanno del nuovo ospedale un centro all’avanguardia. Questo con strumentazioni che innalzano ulteriormente gli standard qualitativi e di sicurezza del paziente. La tecnologia a disposizione del personale medico e dei tecnici Humanitas Istituto Clinico Catanese. Questa prevede, tra le altre cose: una nuova Risonanza Magnetica dedicata alla radioterapia; due Tac di ultima generazione in grado di fornire indagini particolareggiate delle patologie oncologiche, con riduzione del numero delle radiazioni a cui il paziente è esposto. Una nuova Pet/Ct per diagnosi e stadiazione di tumori e un Mammografo 3D per l’esecuzione di biopsie e di tomosintesi 3D. Questo per una rilevazione del cancro al seno anche in fase precocissima. Un investimento, quello tecnologico, pensato per garantire ai pazienti oncologici risposte sempre più precise in ogni fase della malattia.