Urbanizzazione coatta e incidenza del Covid19

Urbanizzazione coatta e incidenza del Covid19 – A parlare è Enrico Perilli Lo spazio fisico ha un valore psichico e lo scoppio della pandemia, con la successiva quarantena lo ha dimostrato. “Nei borghi e nei piccoli centri il senso di isolamento è stato affrontato con minori difficoltà psicologiche. Anche la diffusione del Coronavirus è stata inferiore, perché la maggiore diffusione si è registrata nelle zone ad alta densità abitativa. Attenzione, quindi, ai processi di urbanizzazione coatta”. A parlare è Enrico Perilli, docente di Psicologia dinamica all’Università degli studi dell’Aquila (Univaq), oltre che autore del libro ‘Il perturbante nell’espansione urbana. Elementi di psicologia dei luoghi’ (Edizioni Magi), presentato nel corso del Venerdì culturale della Fondazione Mite-Istituto di Ortofonologia (IdO). Lo psicoterapeuta continua la sua riflessione invitandoci a ricordare da dove sia partita la pandemia Covid-19. “In Cina 600 milioni di contadini sono stati urbanizzati in una forma coatta, creando un cortocircuito tra differenti modalità di vivere: c’è una Cina arcaica fatta di mercati popolati da animali vivi- continua Perilli- che nasce e si sviluppa dieci metri sotto il sorgere dei grattacieli della Cina sviluppata. Il Coronavirus è partito dalla Cina arcaica ma è stato diffuso dalla Cina urbanizzata della globalizzazione” L’epidemia Covid-19 adesso impone a tutti una nuova organizzazione degli spazi, anche urbani. “C’è bisogno di un cambiamento culturale- afferma Perilli- occorre sviluppare nuove politiche e un nuovo modo di vivere. La cura dello spazio, sia domestico (la casa) che esterno (borghi e città), è essenziale per la qualità della vita e del benessere non solo psicologico ma generale della popolazione. Enormi fasce di cittadini vivono una forma di vita senza radicamento e questo porta a sviluppare atteggiamenti devianti- avverte il docente- è un processo che si autoalimenta”. Questo libro, infatti, nasce dopo l’esperienza del gruppo ‘Psicoarch’, sorto nell’ambito dell’Ordine degli psicologi dell’Abruzzo per la ricostruzione delle zone terremotate. “Si è trattato di un lavoro di ricerca misto tra architetti e psicologi sulla ricostruzione dei luoghi dal punto di vista del benessere psicologico. Siamo andati anche sulla fascia costiera da Pescara, Giulianova fino a Francavilla. Lì ci sono quartieri come Rancitelli, simili a Scampia, dove troviamo spazi aperti alla criminalità e alla marginalità. Sono luoghi necrofili dove prevale un tipo di distruttività ed è chiaro che si slatentizzano alcune pulsioni”. Sotto attacco, dunque, il processo di ‘spopolamento’ delle aree interne del paese e l’ideologia di sviluppo dominante “Lo sviluppismo punta alla creazione di luoghi deputati al consumo, luoghi non relazionali, non identitari come centri commerciale, grandi stazioni sciistiche (basti pensare che l’80% degli impianti è in rosso) o stabilimenti balneari che lavorano, ad esempio, solo due mesi l’anno e rappresentano un enorme business per la politica tramite i grandi appalti, che permettono di gestire consenso”. Allora non resta che ripartire dalla riscoperta dei luoghi, riaprendo i servizi chiusi. “Il danno è stato fatto con le politiche dei tagli alla sanità- ricorda lo studioso- che hanno chiuso scuole, distretti sanitari e piccoli ospedali, rendendo più facile l’esodo dai piccoli centri. Chi abita in paesi di montagna, come Abruzzo o Calabria, vive con l’idea di ‘non esserci’, perché la vita è altrove. Occorrono politiche che riportino lì i servizi e incentivano la riscoperta dei ‘vecchi’ lavori”. Di sicuro non si possono “ripopolare le aree interne del paese facendole ‘diventare attrazioni turistiche’, non si vive di questo. È un modello carente”, informa Perilli. A l’Aquila, purtroppo, la ricostruzione ha accelerato il processo di sviluppo insito nelle città moderne, ovvero “la creazione di non luoghi, tanbto che a causa della pandemia quasi tutti hanno dichiarato fallimento. Solo il 30% delle attività commerciali preesistenti al sisma è riuscito a sopravvivere”. Da qui l’idea di perturbante urbano, nel senso di progetto tradito. “Scampia ne è un esempio- chiarisce l’esperto- era nato per riqualificare uno spazio, ma poi è subentrata la mancanza di cura nella gestione della struttura e nella sua piena implementazione. Pensiamo anche a Corviale, che ha visto l’apparizione del primo servizio solo dopo 15 anni dalla sua fondazione, con l’arrivo della polizia, e ora con 40 anni di ritardo arrivano pure i primi distretti sanitari. Questo sedimenta nella popolazione un sentimento di tradimento e di abbandono”. Il “perturbante” è un concetto psicoanalitico usato per la prima volta da Freud. “È una parola sottile che ricomprende sia qualcosa di domestico, familiare, che il suo contrario pronto a manifestarsi prima o poi. Il terrifico è il perturbante- prosegue il professore- Scampia è un esempio di perturbante essendo un progetto che nasceva come utopia e che poi ha manifestato la sua ombra. Chernobyl è invece perturbante come modello di sviluppo, simbolo del benessere sovietico trasformato infine in simbolo di morte”. Il perturbante, però, non si manifesta all’improvviso, qualche cenno lo dà: “Per coglierlo basta fare attenzione a quando inizia a venire meno la cura del luogo. O ancora quando i servizi sono lontani e noi ci accorgiamo che la nostra vita è trascorsa in macchina- esemplifica Perilli- sia nelle grandi metropoli che nei paesi spopolati. Laddove poi si affermano luoghi senza identità, storia, relazioni e servizi, può capitare che il collettivo reagisca organizzando in autonomia iniziative come il baby-sitting o altro, ma certo nulla possono fare sul versante della sanità”. Eppure la popolazione ha bisogno di bello e di tradizioni. “Questa estate la richiesta turistica punta proprio su borghi, maneggi e parchi. Gli italiani cercano luoghi curati, vogliono bellezza- conclude lo psicoterapeuta- ma la tragedia è che oggi la bellezza sembra un lusso per ricchi, riservata solo in alcuni luoghi e tutto il resto è deturpato”.
La Società Italiana di Neurologia fa chiarezza sul NeuroCovid: possibilità di conseguenze remote e non dimostrate

La Società Italiana di Neurologia fa chiarezza sul NeuroCovid La SIN fa chiarezza sul NeuroCovid. Non solo polmoniti e infezioni alle vie respiratorie. Il Covid-19 può provocare conseguenze anche per il sistema neurologico e la comparsa di sintomi infiammatori quali encefaliti, mieliti, miositi e altre complicanze neurologiche. Tuttavia non è dimostrato che queste siano direttamente correlate al virus e comunque la possibile relazione va valutata caso per caso. La SIN, Società Italiana Di Neurologia, fa chiarezza sulle possibili implicazioni neurologiche derivanti da una infezione da Sars-Cov-2. Diversi studi, infatti, alcuni dei quali condotti in Italia, hanno riportato che oltre alle note complicanze respiratorie e trombo-emboliche, l’infezione da Covid-19 ha causato un elevato numero di complicanze neurologiche. Questo con valori superiori al 50% soprattutto nei pazienti più anziani con sintomi respiratori tali da richiedere un ricovero ospedaliero. Per questo possiamo parlare di NeuroCovid. Gli studi in questione hanno dimostrato, ancora una volta, che l’infezione può indurre, in un certo numero di casi pari a circa il 10% di tutte le manifestazioni neurologiche, la comparsa di reazioni infiammatorie e immunitarie. Queste coinvolgono il sistema nervoso causando la comparsa di encefaliti, meningo-encefaliti, mieliti, polinevriti, e miositi. L’elemento nuovo è la possibilità che i soggetti colpiti dal virus COVID-19 possano sviluppare complicanze neurologiche anche a distanza di tempo dall’avvenuto contagio, così come anche in presenza di sintomi respiratori modesti. A tal riguardo, uno studio recente condotto in Inghilterra suggerisce che un coinvolgimento tardivo del sistema nervoso centrale e periferico rappresenta il 20% di tutte le complicazioni neurologiche. E’ vero che nei pazienti COVID-19 è stato riscontrato un aumento di complicazioni neurologiche anche sui soggetti giovani E’ altrettanto vero che queste potrebbero anche non essere correlate direttamente al virus, la relazione eziologica deve quindi essere valutata in ogni singolo soggetto. Per questo va fatta chiarezza sul NeuroCovid. “Nonostante diversi autori abbiano riportato la possibilità di una invasione del virus SARS-COV-2 nelle cellule nervose – dichiara il Prof. Alessandro Padovani, Segretario della SIN (Società Italiana di Neurologia) – ad oggi questa dimostrazione è riportata solo in condizioni sperimentali e non ci sono evidenze di infezioni virali nel cervello o nel midollo. Anzi, si può affermare che la possibilità di un interessamento diretto del virus nel cervello è abbastanza remota. Questo non significa che non siano possibili casi di coinvolgimento del sistema nervoso centrale e periferico durante l’infezione COVID-19, oppure a distanza di tempo, ma si può dire che tale evenienza è poco frequente”. Ѐ noto che le infezioni virali di per sé inducono una rilevante reazione infiammatoria che non coinvolge unicamente le vie respiratorie. Anzi, nel caso di COVID-19, la reazione infiammatoria è decisamente rilevante e causa la produzione di numerose sostanze, dette citochine, che possono determinare un’attivazione immunitaria in molti tessuti. In seguito all’epidemia, infatti, si è evidenziato un aumento dei casi di reazioni autoimmuni. “Ad oggi – continua il Prof. Gioacchino Tedeschi, Presidente SIN (Società Italiana di Neurologia) – abbiamo a disposizione diverse strategie terapeutiche mediante farmaci antiinfiammatori, farmaci immunosoppressori, trattamenti con immunoglobuline e con plasmaferesi. Vi sono evidenze che la terapia con farmaci cortisonici e terapie immunomodulanti è in grado di controllare la maggior parte di questi casi Fondamentale è quindi identificare i casi correlati a COVID19 e stabilire se vi sia una correlazione con la pregressa infezione”. Cosa consigliare a chi ha avuto un’infezione o è stato a contatto con pazienti COVID-19? Per prima cosa, si deve tener presente che in molti casi il contagio non provoca malattia o sintomi (casi asintomatici). In secondo luogo, la comparsa di un evento o disturbo neurologico non necessariamente comporta che la manifestazione neurologica sia correlata con l’eventuale contagio. Nei pazienti che si sono ammalati di COVID19, il consiglio è quello di riportare tempestivamente al proprio medico di famiglia eventuali disturbi. Questo sia che siano insorti durante l’infezione che a distanza di tempo. Nel caso di disturbi persistenti, è fondamentale una valutazione specialistica neurologica. Rimani aggiornato sui nostri corsi ECM: https://www.ecmprovider.it/
Virale, batterica o allergica: ad ogni congiuntivite la sua cura. WAidid:”Fai-da-te può portare a danni irreversibili”

“Ho l’occhio rosso e gonfio!”, “Mi prudono gli occhi!”, “Nel mio occhio c’è pus!”. Queste le frasi che spesso denunciano la presenza di una congiuntivite. Sì, ma di che tipo? Virale, batterica o allergica questa infiammazione oculare si manifesta con sintomi differenti che possono prediligere adulti o bambini a seconda della tipologia, richiedendo il consulto dello specialista nel 70% dei casi. L’Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici (WAidid) sottolinea come solo una corretta diagnosi permetta di ricevere il trattamento idoneo, evitando complicazioni gravi che possono portare anche a danni strutturali all’occhio. Con un rischio di trasmissione del 50%, la congiuntivite infettiva più comune è la congiuntivite virale. Questa colpisce generalmente la popolazione adulta e si presenta prevalentemente in estate. Nel mirino possono essere entrambi gli occhi, che vengono irritati da una secrezione acquosa causando bruciore e fotofobia. Primo responsabile è l’Adenovirus (90% dei casi), un virus che spesso colpisce altre parti dell’organismo, in particolar modo le vie respiratorie, dando vita a ulteriori sintomi come mal di gola, rinite, tosse e ingrossamento linfonodale. A provocare la congiuntivite virale può, inoltre, essere l’Herpes Simplex (1,3%-4,8% dei casi) che attacca un solo occhio e si associa ad herpes labiale. A seguire Herpes Zoster e Molluscum Contagiosum: il primo coinvolge il nervo trigemino, mentre il secondo è spesso associato a congiuntivite follicolare con lesioni alla palpebra. In entrambi i casi, le complicanze possono essere gravi come danni alla cornea e uveite. Sebbene non esista nessun trattamento ad hoc, l’uso di antivirali topici o sistemici può rivelarsi utile per impedire complicanze. Impacchi freddi, lacrime artificiali e antistaminici topici alleviano la sintomatologia. Bisogna inoltre ricordare di utilizzare asciugamani e salviette personali per non favorire la trasmissione dell’infezione. A prediligere i bambini, invece, è la congiuntivite batterica: si stima, infatti, che nel 50%-75% dei casi siano i piccoli pazienti ad esser vittima di questa fastidiosa infezione. Se la congiuntivite virale ama il clima estivo, quella batterica tende a presentarsi prevalentemente nel periodo tra dicembre e aprile. Una secrezione purulenta appiccicosa e sensazione di corpo estraneo nell’occhio sono i sintomi che la caratterizzano. Nei bambini, i principali batteri responsabili sono Haemophilus influentiae (29% dei casi) e Streptococcus pneumoniae (20%). Anche gli adulti possono essere colpiti da questa forma di congiuntivite infettiva che, in questi soggetti, è causata prevalentemente da Staphylococcus aureus, a cui seguono Streptococcus pneumoniae e Haemophilus influentiae. Inoltre, una scarsa produzione lacrimale, traumi, condizioni di immunodepressione sono tutti veri e propri fattori di rischio per l’insorgenza della congiuntivite batterica. A rappresentare il veicolo principale di trasmissione dell’infezione sono le mani che, se non lavate accuratamente e frequentemente, spalancano le porte a germi e batteri. Una volta diagnosticata, la congiuntivite batterica va trattata tempestivamente con un collirio antibiotico. Inoltre, a presentare condizioni importanti è la congiuntivite batterica iperacuta, un’infezione a esordio improvviso che progredisce fino alla perforazione della cornea. Causata spesso da Chlamydia o Neisseria Gonorrhoeae, malattie sessualmente trasmesse che possono diffondersi anche all’occhio, la congiuntivite batterica iperacuta è caratterizzata da un’abbondante secrezione purulenta, visione diminuita, dolore e linfoadenopatia. “Ai primi sintomi di congiuntivite è molto importante consultare il medico ed evitare assolutamente il fai-da-te – ha commentato la Professoressa Susanna Esposito, Presidente WAidid e Professore Ordinario di Pediatria all’Università di Parma -. Se non viene correttamente curata, la congiuntivite può comportare complicanze, soprattutto nel caso della forma batterica provocata da Chlamydia o dalla gonorrea. Otre a danni alla cornea, l’infezione può diffondersi per via sistemica e possono verificarsi persino condizioni come sepsi o meningite, capaci di mettere in pericolo la vita del paziente. Quanto alla trasmissione, sia nell’eventualità si tratti di congiuntivite virale sia nel caso di congiuntivite batterica – ha concluso la Professoressa Esposito – questa può avvenire facilmente attraverso il contatto diretto con il paziente o con oggetti contaminati dai microorganismi responsabili dell’infezione. Fondamentale, quindi, la prevenzione: lavare accuratamente e frequentemente le mani per almeno 40 secondi impedisce l’attecchimento di virus e batteri. Si tratta di una regola d’oro che è bene insegnare fin da piccolissimi”. “Particolare attenzione viene richiesta ai portatori di lente a contatto – aggiunge il Professor Stefano Gandolfi, Professore Ordinario di Malattie dell’Apparato Visivo all’Università di Parma – nonché ai pazienti che, di recente, sono stati sottoposti ad intervento di estrazione di cataratta. In entrambe le condizioni, una congiuntivite può portare a complicanze gravissime, quali ulcere corneali o endoftalmiti, tali da causare una perdita irreversibile della vista. Al minimo accenno di arrossamento congiuntivale, con o senza secrezione, il portatore di lente a contatto deve immediatamente sospenderne l’applicazione. Analogamente, davanti a un arrossamento intenso e dolore, durante i primi 7-10 giorni da un intervento per cataratta, il paziente deve immediatamente rivolgersi all’oculista per una urgente valutazione della situazione” . Non si parla di contagio, invece, nel caso di congiuntivite allergica. Di natura non infettiva, dunque, questa forma di congiuntivite è dovuta alla risposta infiammatoria della congiuntiva ad allergeni presenti nell’ambiente. Si tratta della forma più frequente di congiuntivite che, nel periodo compreso tra fine marzo e settembre (quando i pollini aumentano la loro concentrazione nell’aria), arriva a colpire fino al 40% della popolazione. Sintomo principale è il prurito che si manifesta intensamente insieme all’arrossamento degli occhi. I fastidi agli occhi possono inoltre essere associati a naso che cola, starnuti e, a volte, febbre. Il problema, in genere, scompare evitando il contatto con la sostanza scatenante e utilizzando lacrime artificiali. Nelle manifestazioni più importanti, è opportuno somministrare un collirio antistaminico e farmaci corticosteroidei.
Salute. In lockdown si sognava di più, ecco il libro su “Sogni contagiati”

SALUTE. IN LOCKDOWN SI SOGNAVA DI PIÙ, ECCO LIBRO SU ‘SOGNI CONTAGIATI’ Roma, 15 luglio – Nei sogni degli italiani il Covid-19 si è travestito da ladro, bambola assassina, buio e incendio. Tema ricorrente in molte produzioni oniriche sono state le invasioni, lo scoppio di infezioni o abitazioni con finestre chiuse da cui era impossibile uscire. Ma un dato positivo c’è: durante il lockdown tutti hanno sognato di più. “Sia quelli che non erano soliti ricordare i loro sogni e che, invece, hanno iniziato farlo, sia quanti li ricordavano ma ne hanno prodotto una maggiore quantità. I sogni sono rimasti il nostro grande punto di riferimento, l’unica cosa che davvero non è cambiata e che ci ha permesso di gettare una luce diversa nel mondo interno delle persone. In linea di massima questo evento del collettivo ha permesso a ciascuno di noi di amplificare e vedere in modo più chiaro la propria problematica”. Così Magda Di Renzo, psicoanalista junghiana e responsabile del servizio Terapie dell’Istituto di Ortofonologia (IdO), presenta il libro ‘Sogni contagiati. Il dialogo coscienza-inconscio ai tempi del Covid-19′ (Edizioni Magi), curato insieme a Bruno Tagliacozzi, psicoanalista junghiano e coordinatore della Scuola di specializzazione in Psicoterapia psicodinamica dell’eta’ evolutiva IdO-Mite di Roma. Il coronavirus si è “presentificato come ‘un’ Umbra Mundi’, citando Murray Stein, che effettivamente ci ha colpito e sovrastato- afferma Tagliacozzi- ma in questo senso ci ha dato anche la possibilità di trovare nuove strade di realizzazione e individuazione per i nostri pazienti”. Per alcune persone, infatti, “la reclusione ha significato una sana introversione, un guardarsi dentro in altro modo Abbiamo analizzato moltissimi sogni- continua Di Renzo- ma nel libro ne riportiamo solo alcuni perché non volevamo tanto vedere i contenuti che emergono, quanto capire in che modo fossero in relazione con la storia del singolo individuo. In tutti i sogni abbiamo trovato l’elemento dell’ansia esterna, ma questa ansia esterna ha permesso di vedere meglio la propria ansia interna. Per alcuni addirittura è stato un momento costruttivo. In molti sogni era presente una visione prospettica e costruttiva, si cominciava a immaginare il futuro. Un elemento estremamente importante quando si parla di contagio psichico”. Il discorso del sogno come una “compensazione rispetto a situazioni consce critiche- aggiunge Tagliacozzi- così come la funzione prospettica del sogno, sottolineano la possibilità di intravedere nuove opportunità di realizzazione della propria individualità. Abbiamo lavorato su sogni che vengono da contesti analitici elaborati e amplificati all’interno del setting terapeutico, al quale abbiamo voluto dare un ulteriore commento. Non sono sogni generici, ma sogni che vengono proprio da un contesto lavorato ed elaborato”. I due psicoanalisti, per spiegarsi meglio, distinguono nel libro le reazioni umane rispetto agli eventi che hanno un’origine naturale e ad accadimenti determinati da mano umana. “Quando l’uomo si pone contro la natura emergono, soprattutto a livello dell’inconscio collettivo, immagini archetipiche molto forti perché si tratta appunto di un’azione contro natura. Pensiamo alle catastrofi nucleari o alle guerre- afferma Tagliacozzi- sono disastri che mettono in discussione proprio la dimensione umana. Quando ci troviamo, invece, di fronte a fenomeni naturali come le infezioni virologiche o i terremoti, in realtà siamo di fronte a una situazione in cui è la natura che si pone contro l’umanità generando una crescita dell’individuo. In quest’ultimo caso, come abbiamo visto nei nostri ‘sogni contagiati’, la pandemia tende a determinare e provocare una reazione individuale relativa più a temi complessuali, a difficoltà che l’individuo vive e che in questo modo si sono espresse maggiormente a livello dell’inconscio personale”. In qualche modo, precisa Tagliacozzi, “questa situazione di particolare oppressione che veniva dall’esterno e di coercizione determinata dal lockdown, ha accelerato l’attivarsi di nuclei personali di problematicità che in alcuni casi richiedono tempi molto lunghi nel setting analitico. La presentificazione di temi così forti ne ha quindi aiutato l’elaborazione. Infine- sottolinea lo psicoanalista- questa visione compensatoria e prospettica dei sogni ci fanno ritornare a Jung”. L’augurio è che questa capacità di sognare perduri. “Ciò che è accaduto in senso collettivo è stato essere costretti a rivedere quelle posizioni unilaterali della coscienza come efficientismo, che stavano profondamente condizionando il nostro vivere- sottolinea Di Renzo- e che determinavano tanto malessere. Il Coronavirus ha costretto tutti a rivedere tale posizione e ci auguriamo che ci siano nuovi paradigmi per affrontare la dimensione umana. Al di là della nostra formazione junghiana ci piace sottolineare una visione globale dell’individuo e considerare il sogno come un elemento altrettanto scientifico, perché basato su evidenze psichiche fondamentali che fanno parte della nostra umanità”. Infine, un’ultima buona notizia: “L’evento catastrofico che viene dalla natura determina una sorta di solidarietà nel genere umano e provoca un livello traumatico assolutamente meno grave. Il fatto poi- conclude la psicoanalista- che i sogni abbiano così tanto aiutato a compensare, ci fa pensare che non necessariamente usciremo tutti traumatizzati da questa pandemia”. Rimani aggiornato sui nostri corsi ECM https://www.ecmprovider.it/
Identificata l’origine della malattia di Huntington in medio oriente: cosa è emerso e perché è importante. Lo studio, coordinato da Ferdinando Squitieri

A partire dal 1872, anno in cui fu descritta per la prima volta dal Dr. George Huntington, la storia, l’eziologia e la manifestazione clinica della malattia che porta il suo nome si è concentrata prevalentemente sulle popolazioni europee e nord-americane che si definiscono caucasiche. Molto poco si è saputo, finora, della malattia nelle popolazioni del continente africano e del Medio Oriente. Grazie alla ricostruzione genealogica e genetica del più esteso campione medio orientale ad oggi conosciuto, è stato possibile – per la prima volta – determinare che la malattia di Huntington in una specifica area del Medio Oriente ha per la gran parte un’origine africana e non europea, per di più associata al più elevato numero di casi di malattia ad insorgenza giovanile mai descritto prima. Nel 2013 la Fondazione Lega Italiana Ricerca Huntington è stata contattata da una famiglia di Muscat, capitale del Sultanato dell’Oman, alla disperata ricerca di informazioni sulla esistenza di possibili cure per la malattia di Huntington, praticamente sconosciuta ai medici e alle Istituzioni locali. Quella famiglia presentava un altissimo numero di matrimoni inter-familiari. Lo studio – condotto tra Agosto 2013 e Marzo 2019 – ha avuto ad oggetto un campione composto da 302 individui della stessa famiglia, la cui storia familiare e genetica è stata ricostruita andando indietro di 8 generazioni. Si è provveduto alla ricostruzione del pedigree attraverso interviste one-to-one con tutti i singoli membri della famiglia ancora in vita. Di questi, si è poi proceduto all’analisi genetica sul DNA da campioni di sangue, che sono stati analizzati in parallelo sia dal National Genetic Centre (NGC), Ospedale di riferimento del Ministry of Health in Oman, che dall’Istituto di Genetica CSS-Mendel di Roma, per identificare la lunghezza del tratto mutato (CAG). L’analisi genetica di piccole variazioni del DNA nel gene dell’huntingtina (HTT), i cosiddetti Single Nucleotide Polymorphisms (SNP), è stata eseguita dal Center for Molecular Medicine and Therapeutics (CMMT), University of British Columbia, Vancouver (Canada). In questo modo, insieme alla ricostruzione genealogica si è risaliti all’origine genetica del primo individuo ammalato che era residente in Africa nel 1800. Come nell’800 famiglie dall’Europa sono emigrate in nord-America (area di Boston e New York, descrizione di George Huntington del 1872) ed in sud-America (area del Venezuela, identificazione del gene grazie agli studi di Nancy Wexler nel 1993), così, negli stessi anni, dall’Africa sub-equatoriale una famiglia ha portato con sè la malattia fino al Medio Oriente. Praticamente, grazie a questo studio, viene alla luce l’altro volto, finora sconosciuto, della storia della malattia di Huntington. La popolazione medio-orientale, descritta per la prima volta, manifesta una insorgenza della malattia più precoce, una mutazione più tossica ed un numero maggiore di casi ad insorgenza giovanile di qualsiasi altra parte del mondo. Questa conclusione è stata possibile grazie al confronto con un alto numero di pazienti presenti nella banca dati di LIRH ed di ENROLL-HD cui LIRH partecipa da anni con una delle più alte casistiche al mondo. Questi risultati aprono una importante finestra sulla conoscenza e inducono riflessioni sul futuro: – L’analisi conferma che nella storia umana diverse mutazioni che causano malattie rare sono sorte spontaneamente e in maniera indipendente in diverse aree geografiche del mondo e si sono poi spostate con i flussi migratori. La domanda è: questo fenomeno può influire sulla frequenza della malattia di Huntington, sulla sua severità e sulle sue manifestazioni cliniche atipiche (es. malattia ad insorgenza giovanile) a livello mondiale? – L’esistenza delle diverse caratteristiche genetiche, i cosiddetti aplotipi che sono come delle vere e proprie impronte digitali genetiche, in diverse popolazioni di pazienti potrebbe avere un impatto significativo sullo sviluppo di nuove terapie genetiche, come quelle allele-specifico con gli oligonucleotidi anti-senso (ASO): attualmente, infatti, le tecniche di HTT lowering (impropriamente definito “silenziamento” genico) mirate alla proteina mutata sono dirette contro gli aplotipi più comuni, presenti nelle popolazioni caucasiche. Ciò fa pensare che le terapie non selettive (anti-senso o farmacologiche) potrebbero rappresentare una risorsa importante per il futuro dei pazienti di questa ed in altre parti del mondo. Ancora una volta, è stato possibile aumentare la conoscenza della malattia di Huntington grazie al contributo dei pazienti, che hanno messo a disposizione della ricerca il loro tempo e i loro campioni biologici. Non solo, quei pazienti si sono costituiti in associazione con il nome di Oman’s Huntignton Disease Association, che collabora strettamente con la Fondazione Lega Italiana Ricerca Huntington, da cui tutto è partito. Il lavoro è stato condotto da un team internazionale coordinato da Ferdinando Squitieri, Responsabile dell’Unità Ricerca e Cura Huntington e Malattie Rare dell’IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza/CSS-Mendel e Direttore Scientifico della Fondazione LIRH ed ha coinvolto ricercatori da Italia, Germania, Sud-Africa, Sultanato dell’Oman e Canada. “E’ un successo storico che accende una luce su un’area del mondo che era, per la malattia di Huntington, da sempre al buio”, afferma Ferdinando Squitieri. In allegato lo studio a questo link: Squitieri_et_al-2020-Genetics_in_Medicine
Sanità: 300 indicatori per valutare le performance dei sistemi di otto regioni e due province autonome nel 2019

Sanità: 300 indicatori per valutare le performance Dai tempi di attesa al pronto soccorso, alla durata dei ricoveri, alla capacità di prendere in carico i pazienti con patologie croniche, senza ricorrere all’ospedalizzazione, ai vaccini, agli screening oncologici: sono 300 gli indicatori che valutano le performance riferite al 2019 per i sistemi sanitari di otto regioni italiane e di due province autonome. I risultati variano da un sistema sanitario regionale e provinciale all’altro, ma di fondo confermano un dato comune: la capacità di accettare nuove sfide di carattere clinico e organizzativo. I dati più rilevanti sono stati illustrati oggi durante un evento online organizzato dal Laboratorio MeS – Management e Sanità dell’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, a cui hanno partecipato anche il ministro della Salute Roberto Speranza, il dott. Domenico Mantoan e la rettrice Sabina Nuti. Conoscere la situazione precedente rispetto alla pandemia da Covid-19 è fondamentale per rilanciare subito il sistema sanitario italiano: è l’obiettivo che ha guidato negli ultimi mesi il lavoro del “Network delle Regioni” – la collaborazione promossa dal 2007 dal Laboratorio MeS Management e Sanità dell’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa – che include otto regioni italiane (Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, Umbria, Veneto) e le due province autonome di Trento e di Bolzano. L’adesione al Network avviene su base volontaria I risultati 2019 del Sistema di valutazione della performance dei rispettivi sistemi sanitari regionali sono stati presentati oggi, durante un evento online, alla presenza del ministro della Salute, Roberto Speranza, di Domenico Mantoan (commissario dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), direttore generale della Sanità della Regione Veneto e presidente del Consiglio di amministrazione dell’Agenzia italiana del farmaco) e di Sabina Nuti, rettrice della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Dalle Regioni e dalle Province Autonome che aderiscono al Network è arrivato un segnale forte: nonostante l’emergenza sanitaria, è deciso il rilancio sulla scommessa della responsabilità (accountability) e della valutazione dei servizi, per affrontare le proprie criticità e valorizzare le migliori pratiche organizzative. La fotografia offerta dai circa 300 indicatori del Sistema di valutazione rappresenta il punto di partenza per individuare gli investimenti organizzativi più appropriati per rilanciare il sistema sanitario italiano. I risultati del 2019 confermano che le regioni del Network sono sistemi, per quanto complessi, in movimento e in miglioramento. Sono stati numerosi gli ambiti di analisi e i temi di interesse riferiti alla valutazione del 2019 e venuti alla ribalta, con forza, durante l’emergenza da Covid-19. Anzitutto la prevenzione, dove le analisi confermano le buone coperture per gli screening oncologici e il trend di miglioramento per le vaccinazioni, anche se è necessario uno sforzo ulteriore. Per questo motivo è necessario che i servizi regionali si impegnino a rilanciare subito l’attività, interrottasi quasi ovunque durante il lockdown. I risultati 2019 mostrano anche come i sistemi regionali siano sempre più capaci di prendere in carico sul territorio, senza dover ricorrere all’ospedale, i malati meno gravi e, in particolare modo, quelli cronici Quando si può focalizzare sui casi cosiddetti “acuti” e sull’alta complessità, l’offerta ospedaliera migliora, sia nella gestione dei percorsi interni, sia nella capacità delle strutture di essere nodi di percorsi assistenziali trasversali, come quello oncologico, per portare un esempio. Per citare altri due casi concreti: si riduce la durata delle degenze e diminuiscono coloro che si dimettono in maniera volontaria dall’ospedale. Questo è infatti un evidente segnale di scarsa soddisfazione rispetto al servizio ricevuto. Il pronto soccorso rappresenta per tanti versi la “cartina di tornasole” del buon funzionamento del sistema: sembra essersi, almeno in parte, arrestata la dilatazione dei tempi di attesa che aveva caratterizzato le valutazioni degli scorsi anni, per quanto le differenze regionali restino marcate. La percentuale di accessi al pronto soccorso con codice giallo visitati entro 30 minuti varia dal 48 per cento delle Marche al 93 per cento della provincia autonoma di Trento. Appropriatezza resta una parola chiave e se, per la prescrizione di farmaci, i segnali sono incoraggianti, per Tac e risonanze magnetiche occorre ancora impegnarsi per evitare esami inutili. In alcune regioni i risultati comunque sono visibili: in Veneto, ad esempio, l’8 per cento dei pazienti ripeteva una risonanza magnetica entro l’anno, nel 2017; questa proporzione passa al 6.8 per cento del 2018 al 5.9 per cento del 2019. I primi e ancora provvisori confronti sulla capacità di risposta dei sistemi sanitari alla crisi sanitaria suggeriscono come i diversi sistemi regionali abbiano saputo dare prove diverse di resistenza e di resilienza di fronte all’emergenza sanitaria La presentazione ha anche offerto l’opportunità per presentare e per riflettere su esperienze assai innovative di coinvolgimento(engagement) con i pazienti e con la popolazione per la gestione e il miglioramento della qualità assistenziale, di analisi sperimentali sulle scelte decisionali dei professionisti, sul confronto tra modelli organizzativi e sulle relative performance. “Il lavoro del Laboratorio MeS Management e Sanità della Scuola Superiore Sant’Anna è prezioso – dichiara il ministro Roberto Speranza – così come l’impegno in questo senso delle regioni del Network Più prezioso ancora, e ancora più decisivo in questa fase in cui c’è l’occasione irripetibile di immaginare una politica economica espansiva che metta al centro il tema della salute: dobbiamo avere la capacità di misurare le performance, le reazioni dei pazienti, delle famiglie, lo stato dell’arte anche delle azioni legislative e amministrative che si mettono in campo ai vari livelli. Il lavoro fatto negli ultimi anni ha segnato passi avanti rispetto alla capacità di costituire un sistema di valutazione adeguato e proprio la valutazione è l’elemento fondamentale per costruire politiche più adeguate”. “Ringrazio il Laboratorio MeS Management e Sanità e la Scuola Sant’Anna – aggiunge il ministro Roberto Speranza – per il lavoro avviato da tempo e per questa discussione, che va inserita nel contesto di un paese che ha adesso bisogno di un grande ‘patto salute’, in cui tutti i soggetti in campo condividano strategie e strumenti per realizzarlo. Il lavoro sui sistemi di valutazione delle performance è esattamente uno dei pezzi di un puzzle che dovremo costruire”. “I
Al Policlinico di Catania, la Clinical Trial Unit Multidisciplinare, l’unica da Roma in giù

Al Policlinico di Catania, la Clinical Trial Unit Multidisciplinare A Catania la Clinical Trial Unit Multidisciplinare. Competenza, esperienza e formazione d’eccellenza per la Sanità Siciliana. Sono queste le peculiarità del nuovo Centro di sperimentazione clinica di Fase I su pazienti e volontari sani, dell’Azienda Ospedaliero- Universitaria “Policlinico G. Rodolico – San Marco” di Catania, che sarà inaugurato ufficialmente domani con un webinar durante il quale sarà presentato un reportage sul nuovo reparto che ospita il Centro. Un punto di riferimento per tutto il bacino del Mediterraneo per la sua multidisciplinarietà e multifunzionalità, elemento caratterizzante e unico nel Sud Italia, che consentirà di effettuare studi di fase I in tutte le aree della Medicina inclusa l’oncologia, l’ematologia, la neurologia, la fisiatria, nonché studi di bioequivalenza su volontari sani. Inoltre è in fase di accreditamento il Centro per sperimentazioni di Fase I in Pediatria, l’unico in tutto il Meridione. “Un tassello fondamentale per rendere concreto l’incontro tra le grandi direttrici di sviluppo dell’azienda – dichiara il dott. Paolo Adorno, Direttore di Presidio dell’AOU “Policlinico G. Rodolico – San Marco” – la didattica, la ricerca e l’assistenza. Oggi assumono un’importanza fondamentale per garantire la celerità nelle cure e ridurre il “time to market”, ovvero la distanza tra la sperimentazione del farmaco e la sua utilizzazione nel quotidiano terapeutico soprattutto in ambito oncologico, del bambino e dell’adulto. Sono soprattutto presenti quelle specialità della Medicina intensiva ed interventistica che possono garantire la maggiore sicurezza nell’esecuzione delle attività di sperimentazione di fase I”. La struttura verrà presentata domani mattina nell’ambito di un Webinar Il Webinar si terrà dalle 10:00 alle 13:00, nel corso del quale interverranno i prof. dell’AOU “Policlinico G. Rodolico – San Marco”, Filippo Drago, (Direttore dell’U.O. di Farmacologia Clinica e Farmacovigilanza) che aprirà i lavori, Hector Soto Parra, (Direttore Medico CTU e Direttore dell’U.O. di Oncologia Medica), Francesco Cardì (Medico Sperimentatore CTU e Dirigente Medico dell’U.O. di Chirurgia Generale e Senologia); Giovanna Russo (Direttore dell’U.O.C. di Emato/Oncologia Pediatrica). Interverranno, inoltre, la Dott.ssa Oriana Valerio (Responsabile Qualità del Consorzio Universitario Unifarm, CRO che supporta il Centro) e il Prof. Claudio Bucolo, Presidente dello stesso Consorzio. Nella seconda sessione del webinar si discuterà degli studi di Fase I in ematologia con il Prof. Francesco Di Raimondo (Direttore dell U.O. di Ematologia), in oncologia con il Prof. Hector Soto Parra (Direttore Medico del Centro e dell’U.O. di Oncologia), in fisiatria con il prof. Michele Vecchio (Direttore dell’U.O. di Fisiatria), in pediatria con la Prof.ssa Giovanna Russo (Direttore dell’U.O. di onco-ematologia pediatrica) e infine di bioequivalenza con il Prof. Francesco Cardì. Il Centro è costituito da un team di esperti Team che rappresenta le aree terapeutiche di maggiore espansione per lo sviluppo dei farmaci, e ha l’obiettivo di assicurare il massimo livello di qualità nell’esecuzione di sperimentazioni cliniche di Fase I su pazienti secondo gli standard di cui alle GCP (Good Clinical Practice). “Abbiamo il piacere di presentare alla comunità scientifica nazionale e alle autorità sanitarie interessate – spiega il Prof. Drago – la riapertura del centro di sperimentazione di Fase I, rimasto in standby allo scopo di ristrutturarsi e essere più funzionale per offrire alle industrie farmaceutiche l’opportunità di svolgere ricerche di fase I in tutte le aree della Medicina. Multidisciplinarietà è la peculiarità del Centro. Quello che adesso offriamo al mercato della ricerca è un rinnovato impegno in una struttura innovativa e all’avanguardia”. Il Centro di Fase I darà la possibilità ai pazienti siciliani, di essere trattati nell’ambito di studi clinici con farmaci altamente innovativi, evitando la migrazione sanitaria verso le strutture del Nord Italia e dell’estero. Rimani aggiornato sui nostri corsi ECM https://www.ecmprovider.it/
Giovanni Iacono, presidente di federsanità Sicilia, assume il prestigioso incarico di vice presidente nazionale vicario

Costituito il nuovo ufficio di presidenza di Federsanità Nazionale e il ragusano Giovanni Iacono, presidente di Federsanità Sicilia, è stato scelto ad assumere l’incarico di vice Presidente nazionale vicario Saranno due i vicari: Giovanni Iacono per il centro sud e Pino Napoli, presidente Federsanità del Friuli V. Giulia, per il Nord. A completare l’ufficio di presidenza, Carlo Bottaro D.G. Asl 3 Liguria, Domenico Scibetta D.G. Ulss 6 Euganea, Maria Capalbo D.G. Azienda Marche nord, Tiziana Ongari – comune di Novara – coordinamento EE.LL., Fabrizio D’Alba, D.G. Ospedale San Camillo Forlanini, Tesoriere. La proposta è venuta dalla Presidente Tiziana Frittelli, D.G. Policlinico universitario “Tor Vergata” Roma ed è stata approvata, ad unanimità, dall’Esecutivo nazionale. Giovanni Iacono, dichiara :«Non me l’aspettavo e ringrazio la Presidente con la quale in questi mesi abbiamo fatto un forte lavoro di rinnovamento. Ringrazio anche tutto l’Esecutivo nazionale anche per avere scelto una squadra di seri professionisti. È una fase nuova di Federsanità e collima con un momento difficile, inedito, per le dimensioni e per la drammaticità, che investe la sanità, la salute, le fragilità duramente colpite ma tutte le società in generale. Tutte le ‘crisi’ hanno però una fecondità e la crisi è sempre catartica. La salute è stata, adesso, messa al centro delle politiche e si cerca di ‘riparare’ all’indebolimento progressivo che si era fatto sul sistema sanitario. Centrale è diventata l’integrazione socio-sanitaria che, ancora una volta, vede in prima linea i due attori principali, Aziende Sanitarie e Comuni e Federsanità è la federazione che mette insieme le esperienze, l’impegno, la conoscenza, l’innovazione, le migliori pratiche di chi, negli ospedali, nelle aziende sanitarie, nei Comuni, svolge un servizio quotidiano di prossimità nell’interesse generale. Abbiamo molte idee, stiamo lavorando in più ambiti e daremo il nostro contributo affinché ci si rialzi e bene dal ‘lockdown’ sociale che dura da ben oltre il “Covid-19’» Rimani aggiornato sui nostri corsi ECM: https://www.ecmprovider.it/
Salute. ‘Racconti dai luoghi dell’autismo’, un libro sulle difficoltà del terapeuta

“Molte terapie per il trattamento dei disturbi dello spettro autistico si arenano non perché noi terapisti non sappiamo ‘cosa’ fare, ma perché non sappiamo ‘come’ stare con questi bambini. Con loro servono persone che si specializzino e che diventino speciali dentro, umanamente, perché le tecniche si possono imparare velocemente ma la dimensione umana va coltivata ed esige molta pazienza, umiltà e lavoro. Il ‘come stare’ implica che nel terapeuta ci sia molta competenza relazionale”. Così Magda Di Renzo, responsabile del servizio Terapie dell’Istituto di Ortofonologia (IdO), introduce ‘Racconti dai luoghi dell’autismo – Casi clinici’, il nuovo libro pubblicato dalle Edizioni Magi. Una raccolta di testimonianze terapeutiche che parla del mondo psichico abitato dai bambini autistici da un altro punto di vista: quello del terapeuta. “Ci interessa sottolineare le difficoltà che un adulto sperimenta nell’incontrare il bambino- continua Di Renzo, entrando nel merito del progetto editoriale- siamo sempre molto indirizzati a definire le atipie, e questo è imprescindibile per poter comprendere il bambino, ma poi da un punto di vista relazionale ed emotivo è necessario affrontare la difficoltà che l’adulto terapeuta incontra quando si confronta con il non luogo, con il silenzio, con la non comunicazione e con il rifiuto. Ritengo che non elaborare questi temi- sottolinea la psicoanalista- non consenta di capire il bambino fino in fondo”. Tutti i casi clinici raccontati nel testo riguardano bambini che erano o che sono ancora in terapia con i professionisti dell’Istituto. “Sono dei racconti che contemplano una visione del bambino a tutto tondo- sottolinea la psicoterapeuta- e in queste storie abbiamo voluto raccontare quel momento un po’ speciale che Daniel Stern ha definito ‘il moment’, in cui dopo tanto lavoro succede qualcosa. Perché come terapeuti quello che cerchiamo di fare è trovare l’autenticità, la vivacità del bambino”. Questa ricerca spesso può essere lunga e faticosa, “a volte significa dover convivere con un silenzio ostinato o con i rifiuti, con le ossessioni- spiega Di Renzo- ma se si ha la capacità di reggere tutto questo e di capire fino in fondo che quell’atipia non la possiamo solo inquadrare come una disfunzione, ma dobbiamo comprenderne il senso profondo- aggiunge la responsabile del servizio Terapie dell’IdO- allora arriva la capacità di ridare dignità al sintomo del bambino e arriva l’incontro”. Il libro, continua Di Renzo, è proprio “il racconto di come far succedere un incontro autentico, non perché sto dando una ricompensa al bambino o lo sto costringendo, ma perché lui autenticamente vuole guardarci”. Questo volume, dunque, chiama in causa direttamente la responsabilità dell’adulto, spostando l’attenzione dal bambino al terapeuta. “Ritengo che si parli troppo poco della responsabilità degli educatori e si parli unicamente delle difficoltà del bambino- dice l’esperta- Il libro chiama in causa la responsabilità dei terapeuti, di chi deve prendersi cura del bambino non semplicemente definendone i limiti. L’incontro con il bambino è fatto di elementi umani in cui bisogna avere la capacità di tollerare tutto questo”, sottolinea Di Renzo ribadendo le molte difficoltà con cui un terapeuta si può confrontare. Cosi’ ‘Racconti dai luoghi dell’autismo’ può essere d’aiuto ai professionisti che vivono momenti di empasse. “Mi occupo tantissimo di supervisione e molte volte vedo operatori, di tutti i tipi di impostazione, che hanno una grande difficoltà proprio ‘a stare’ perché quella tecnica non funziona. Ma che funzioni o meno- conclude Di Renzo- bisogna reggere il bambino ostinato”.
La FDA approva avelumab come terapia di mantenimento in prima linea nei pazienti con carcinoma uroteliale localmente avanzato o metastatico

La FDA approva avelumab Merck e Pfizer Inc. (NYSE: PFE) hanno annunciato che la Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha approvato la supplemental Biologics License Application (sBLA – domanda di licenza biologica supplementare) per avelumab nel trattamento di mantenimento dei pazienti con carcinoma uroteliale (UC, urothelial carcinoma) localmente avanzato o metastatico, che non è progredito dopo la chemioterapia di prima linea a base di platino. L’approvazione si basa sui risultati dello studio di fase III JAVELIN Bladder 100 Dati che hanno dimostrato come il trattamento di mantenimento con avelumab, associato alla migliore terapia di supporto (BSC, Best Supportive Care), permette un miglioramento significativo della sopravvivenza globale (OS, Overall Survival) mediana, pari a 7,1 mesi rispetto alla sola BSC: 21,4 mesi (IC al 95%: da 18,9 a 26,1) rispetto ai 14,3 mesi (IC al 95%: da 12,9 a 17,9) di OS per i pazienti trattati solo con la BSC. 1 Questo miglioramento significativo in termini statistici della OS si traduce in una riduzione del 31% di rischio di mortalità nella popolazione generale (HR 0,69; 95 % IC: da 0,56 a 0,86; 2-sided P=0,001).1 La sopravvivenza globale mediana è stata calcolata dal momento della randomizzazione, dopo che i pazienti hanno ricevuto come trattamento da 4 a 6 cicli di gemcitabina in associazione a cisplatino o carboplatino per un periodo di circa quattro mesi. 2 I risultati dello studio JAVELIN Bladder 100 sono stati presentati all’ASCO 2020 Virtual Scientific Meeting “Dal momento che si tratta della prima immunoterapia in grado di dimostrare un miglioramento statisticamente significativo della sopravvivenza globale nel trattamento di prima linea del carcinoma uroteliale localmente avanzato o metastatico, l’approvazione di avelumab da parte della FDA rappresenta uno dei progressi più significativi degli ultimi 30 anni nel paradigma di trattamento in questo setting”, ha affermato Petros Grivas, MD, Ph.D., uno dei principali ricercatori dello studio JAVELIN Bladder 100. “Con una sopravvivenza complessiva mediana di oltre 21 mesi, misurata a partire dalla randomizzazione. Questa rappresenta la sopravvivenza globale più lunga dimostrata in uno studio di Fase III nel carcinoma uroteliale avanzato, il regime JAVELIN Bladder 100, con avelumab come trattamento di mantenimento in prima linea, ha tutte le potenzialità per diventare il nuovo standard di cura. Questo grazie alla sua comprovata capacità di rafforzare il beneficio (risposta al trattamento o malattia stabile) della chemioterapia di induzione e di prolungare l’aspettativa di vita dei pazienti colpiti da questa malattia devastante”. Attualmente la chemioterapia a base di platino è il trattamento standard di prima linea per quei pazienti eleggibili con malattia avanzata sulla base degli alti tassi di risposta iniziale Tuttavia, per la maggior parte dei pazienti si verifica una progressione della malattia entro nove mesi dall’inizio del trattamento3,4 e solo il 5% dei pazienti con patologia metastatica alla diagnosi vive più di cinque anni.5 “Molti pazienti a cui è stato recentemente diagnosticato un carcinoma uroteliale avanzato beneficiano della chemioterapia iniziale. Ancora necessitiamo di opzioni terapeutiche che possano aiutare i pazienti a vivere più a lungo”, ha dichiarato Andrea Maddox-Smith, CEO del Bladder Cancer Advocacy Network. “Sosteniamo fortemente lo sviluppo di nuovi e promettenti trattamenti come avelumab che possano offrire speranza ai pazienti e ai loro cari”. Per i pazienti il cui tumore non progredisce dopo la chemioterapia a base di platino, avelumab viene somministrato come trattamento di mantenimento di prima linea. Questo fino alla progressione della malattia o alla comparsa di tossicità inaccettabili. Nel 2017, l’FDA ha approvato avelumab con una procedura accelerata per il trattamento di pazienti con carcinoma uroteliale localmente avanzato o metastatico. Utenti che hanno manifestato una progressione della malattia durante o a seguito della chemioterapia a base platino o nei 12 mesi successivi di trattamento con chemioterapia neoadiuvante o adiuvante a base di platino, sulla base del tasso di risposta al tumore e della durata della risposta. La conferma di tale approvazione era subordinata alla verifica del beneficio clinico, dimostrato nello studio JAVELIN Bladder 100. La FDA ha ora modificato l’approvazione accelerata in approvazione completa “L’approvazione di avelumab nel trattamento del tipo più comune di cancro avanzato della vescica sottolinea il nostro impegno nel promuovere l’innovazione scientifica e a voler migliorare notevolmente gli outcome per le persone con tumori genitourinari” dichiara Andy Schmeltz, Global President, Pfizer Oncology. “Grazie a questa approvazione, abbiamo l’opportunità di cambiare radicalmente lo standard di cura di prima linea del tumore avanzato della vescica in questo setting. Il nostro obiettivo ora è quello di lavorare a stretto contatto con tutti coloro che si occupano di tumori genitourinari per garantire che questo nuovo paradigma di trattamento, che ha le potenzialità di cambiare la vita delle persone, venga rapidamente integrato nella pratica clinica” afferma Rehan Verjee, President of North America and Global Head of Innovative Medicine Franchises per il business biofarmaceutico di Merck.