A Siracusa si potrà usare la tecnica della “via anteriore” per la protesi all’anca

Anche a Siracusa si potrà contare, all’interno dell’istituto ortopedico Villa Salus, sull’utilizzo di una tecnica mini invasiva negli interventi di chirurgia all’anca e contemporaneamente ottenere l’inserimento più performante delle protesi attraverso l’utilizzo dei robot in sala operatoria. Sono le novità esplicitate nel secondo focus dedicato alla medicina robotizzata che si è svolto sabato alla sala congresso dell’hotel Parco delle Fontane a Siracusa con il coordinamento scientifico del dott. Emanuele Lombardo, direttore del reparto di Chirurgia Ortopedica a Villa Salus e con ospite, tra gli altri, uno dei massimi esperti nel campo della chirurgia dell’anca del Sud Italia, il dottor Giovanni Vavalle, responsabile di Ortopedia dell’Ospedale Santa Maria di Bari. Il focus, curato dalla segreteria organizzativa di Elements, ha approfondito l’utilizzo della robotica, concentrandosi sull’artoprotesi dell’anca con accesso anteriore diretto e con accesso postero laterale. Con la sessione live surgery direttamente dalle sale operatorie, sono state illustrate sul campo le tecniche da applicare per la chirurgia protesica all’anca attraverso un intervento mini invasivo. In particolare è stato spiegato ai medici presenti l’opportunità di un accesso mediante la “via anteriore” con una piccola incisione da sviluppare intorno all’inguine riducendo notevolmente il trauma chirurgico e contemporaneamente preservando i tessuti sui quali il chirurgo va ad operare.“Questo tipo di intervento avviene accedendo attraverso la cosiddetta via anteriore – ha spiegato il dott. Vavalle – cioè nella parte alta e anteriore dell’articolazione, vicino all’inguine. Con una piccola incisione di otto-dieci centimetri è possibile procedere ad impiantare una protesi in titanio, passando attraverso uno spazio naturale, tra piani muscolari, senza la necessità di sezionare o distaccare i relativi tendini. I muscoli vengono così divaricati e quindi risparmiati dalla aggressione dell’intervento chirurgico. E questo consente un rapido recupero funzionale della deambulazione e ridotte perdite ematiche e meno dolore”. Fra gli aspetti positivi della chirurgia protesica mini-invasiva vi è la fondamentale riduzione del periodo di degenza di circa il 50% rispetto ai tempi della chirurgia protesica tradizionale con un più veloce ritorno alle attività della propria vita. “Un’innovazione che anche a Siracusa possiamo attuare – spiega il dott. Emanuele Lombardo – con una tecnica che permette di superare il tradizionale intervento chirurgico per tutti quei casi dove è possibile questo tipo di applicazione. La via di accesso anteriore è in verità già citata in testi di medicina vecchi anche di 100 anni ma oggi la si riscopre forti di innovazioni tecnologiche e sulla base dell’esperienza del chirurgo che ha modo di poterla scegliere riducendo il più possibile l’impatto dell’intervento. Alla manualità del chirurgo si affianca la precisione del robot nella sistemazione della protesi e questo consente al paziente di poter contare su una guarigione più rapida e un recupero avanzato della funzionalità”.
Il rischio cardiometabolico, intervista al prof. Marco Matteo Ciccone

Sul rischio cardiometabolico, Medicalive Magazine ha intervistato il prof. Marco Matteo Ciccone, docente associato e dirigente medico in Cardiologia presso l’Università di Bari. Tra i principali fattori di rischio possiamo sicuramente pensare a livelli alterati di colesterolo nel sangue, al diabete, al fumo e alla pressione elevata. Esistono poi altri fattori che li supportano, come la familiarità, poca o inadeguata attività fisica, una dieta di scarsa qualità, il sovrappeso e l’obesità. Se presi da soli, e non estremi, possono essere meno pericolosi, ma quando si uniscono i principali fattori di rischio, creano un mix potenzialmente esplosivo. La video intervista è stata realizzata a Salerno in occasione del 1° Congresso “Giornate centro-meridionali sull’ipertensione e le malattie dismetaboliche”, organizzazione AV Eventi e Formazione, responsabile scientifico il prof. Pasquale Perrone Filardi, presidente SIC (Società Italiana di Cardiologia), Professore Ordinario di Cardiologia, Direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie dell’apparato cardiovascolare dell’Università Federico II di Napoli e responsabile del PI di Cardiomiopatie ed ipertensione polmonare del Policlinico federiciano. L’evento è stato organizzato con il contributo non condizionante di IBSA. La video intervista è stata realizzata dal direttore di Medicalive Magazine, Salvo Falcone. [divide]Guarda qui tutte le altre video interviste realizzate al 1° Congresso “Giornate centro-meridionali sull’ipertensione e le malattie dismetaboliche”
Ipertensione e malattie dismetaboliche, focus con il prof. Pasquale Perrone Filardi

Salerno ha ospitato il congresso dal tema “Giornate centro-meridionali sull’ipertensione e le malattie dismetaboliche”. Organizzato da AV Eventi e Formazione, l’evento di alta formazione scientifica ha avuto come responsabile scientifico il prof. Pasquale Perrone Filardi, presidente SIC (Società Italiana di Cardiologia), Professore Ordinario di Cardiologia, Direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie dell’apparato cardiovascolare dell’Università Federico II di Napoli e responsabile del PI di Cardiomiopatie ed ipertensione polmonare del Policlinico federiciano. Le malattie dismetaboliche colpiscono e alterano il metabolismo, l’insieme di alcuni processi che si svolgono all’interno del nostro organismo e che hanno il compito di ricavare e trasformare l’energia contenuta negli alimenti, per poi destinarla alle cellule in modo da soddisfare le loro richieste energetiche.Le malattie dismetaboliche più conosciute sono il diabete e la sindrome metabolica. Spesso le persone che hanno problemi di questo tipo presentano già una condizione di sovrappeso o obesità che le portano ad accentuare i problemi. L’alimentazione riveste un ruolo causale, ma ha sicuramente anche un ruolo preventivo e terapeutico, almeno nelle prime 2 categorie di patologie citate, preventivo ma attualmente non terapeutico nei tumori. La dieta interagisce poi con altri fattori quali l’attività fisica, lo stress, il fumo, l’alcol e l’assunzione di farmaci. Fare prevenzione significa modificare tali fattori di rischio determinanti delle malattie croniche. Il congresso è stato organizzato con il contributo non condizionante di IBSA. La video intervista è stata realizzata dal direttore di Medicalive Magazine, Salvo Falcone. Guarda qui tutte le altre video interviste realizzate al 1° Congresso “Giornate centro-meridionali sull’ipertensione e le malattie dismetaboliche”
La prevenzione cardiovascolare, intervista al prof. Francesco Barillà

Quali sono le linee guida per la migliore prevenzione delle malattie cardiovascolari? Quando si parla di prevenzione cardiovascolare, si intendono tutte quelle pratiche volte a ridurre i fattori di rischio cardiovascolare, ovvero l’insieme di condizioni che incrementano il rischio di infarto entro i successivi 10 anni. È opportuno ricordare che alcuni di questi fattori non sono modificabili, come l’età o la familiarità con patologie cardiache, e che gli uomini sono maggiormente esposti a questo pericolo rispetto alle donne. Altri però, sono assolutamente modificabili e lo stile di vita incide pesatamente su essi. Ancora oggi in Italia e nel mondo le patologie che colpiscono l’apparato cardiovascolare rappresentano la prima causa di morte. Per questo è opportuno promuovere azioni di prevenzione cardiovascolare per favorire stili di vita sani e per ribadire l’importanza di sottoporsi a controlli periodici. Ne abbiamo parlato con il prof. Francesco Barillà, presidente FINSIC della Società Italiana di Cardiologia, Professore associato di Cardiologia presso l’Università di Roma Tor Vergata, direttore della Scuola di specializzazione malattie cardio vascolari. La video intervista è stata realizzata a Salerno in occasione del 1° Congresso “Giornate centro-meridionali sull’ipertensione e le malattie dismetaboliche”, organizzazione AV Eventi e Formazione, responsabile scientifico il prof. Pasquale Perrone Filardi, presidente SIC (Società Italiana di Cardiologia), Professore Ordinario di Cardiologia, Direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie dell’apparato cardiovascolare dell’Università Federico II di Napoli e responsabile del PI di Cardiomiopatie ed ipertensione polmonare del Policlinico federiciano. L’evento è stato organizzato con il contributo non condizionante di IBSA. La video intervista è stata realizzata dal direttore di Medicalive Magazine, Salvo Falcone. [divide]Guarda qui tutte le altre video interviste realizzate al 1° Congresso “Giornate centro-meridionali sull’ipertensione e le malattie dismetaboliche”
Nuova lotta al colesterolo. Intervista al prof. Vincenzo Montemurro

In merito alla “lotta” al colesterolo, la Società europea di cardiologia (ESC) insieme a quella dell’aterosclerosi (EAS) hanno rilasciato l’ultima versione delle linee guida che prevedono una sorta di giro di vite per abbassare i livelli di LDL e tutelare i pazienti a rischio. Ne abbiamo parlato con il prof. Vincenzo Montemurro, responsabile del servizio di cardiologia della Casa della Salute “Scillesi d’America” di Scilla, in provincia di Reggio Calabria. Il colesterolo è un grasso presente nel sangue che viene in gran parte prodotto dall’organismo, mentre in minima parte viene introdotto con la dieta. Mentre, in quantità fisiologiche, il colesterolo è coinvolto in diversi processi fondamentali per il funzionamento dell’organismo, quando è presente in quantità eccessiva costituisce uno dei fattori di rischio maggiori per le malattie cardiache. Il colesterolo in eccesso, infatti, tende a depositarsi sulle pareti delle arterie, provocando la formazione di lesioni che le ispessiscono e le irrigidiscono. Questo processo, chiamato aterosclerosi, può portare nel tempo alla formazione di placche vere e proprie, che ostacolano – o bloccano del tutto – il flusso sanguigno, con conseguenti rischi a carico del sistema cardiovascolare. La video intervista è stata realizzata a Salerno in occasione del 1° Congresso “Giornate centro-meridionali sull’ipertensione e le malattie dismetaboliche”, organizzazione AV Eventi e Formazione, responsabile scientifico il prof. Pasquale Perrone Filardi, presidente SIC (Società Italiana di Cardiologia), Professore Ordinario di Cardiologia, Direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie dell’apparato cardiovascolare dell’Università Federico II di Napoli e responsabile del PI di Cardiomiopatie ed ipertensione polmonare del Policlinico federiciano. L’evento è stato organizzato con il contributo non condizionante di IBSA. La video intervista è stata realizzata dal direttore di Medicalive Magazine, Salvo Falcone. [divide]Guarda qui tutte le altre video interviste realizzate al 1° Congresso “Giornate centro-meridionali sull’ipertensione e le malattie dismetaboliche”
1820-2020: Florence Nightingale, passato e presente

Le teorie più importanti di Florence Nightingale, madre dell’infermieristica, applicate durante il Covid-19. Autori: ABSTRACT È ben noto, ormai che Florence Nightingale sia una delle maggiori teoriche del nursing. Ella, con le sue teorie, ha posto le basi per la nascita della tanto discussa figura dell’infermiere. Infatti, con l’avvento della pandemia, questa professione è stata oggetto di svariate discussioni costruttive o distruttive. La domanda che ci si potrebbe porre è la seguente “in che modo la sua teoria trova applicazione in un’era in cui dilaga una pandemia che ha generato ingenti perdite?”. Sicuramente, numerosi studi condotti sul pz affetto da SARS-CoV-2 hanno portato ad una necessaria modifica dell’assistenza infermieristica, rispolverando e dando nuova luce a “vecchie” teorie. Tra queste ultime anche quella “Ambientalista” della Nightingale è stata aggiornata e attualizzata, rendendola nuovamente un punto di riferimento. L’obiettivo di questo lavoro è capire, mediante uno studio prettamente bibliografico, quanto le vecchie teorie siano tutt’ora attuali e utili a migliorare l’assistenza infermieristica. I veri professionisti sanitari dovrebbero sempre ricordare ed implementare le teorie miliari di questa professione, ma oggigiorno, si ha la tendenza ad avere una memoria labile e a sviluppare un comportamento superficiale.[1][2]Anche la Nightingale in un suo famoso aforisma esorta l’infermiere a migliorare e ad aggiornarsi: “L’assistenza infermieristica è un’arte; e se deve essere realizzata come un’arte, richiede una devozione totale e una dura preparazione, come per qualunque opera di pittore o scultore; con la differenza che non si ha a che fare con una tela o un gelido marmo, ma con il corpo umano il tempio dello spirito di Dio. È una delle Belle Arti. Anzi, la più bella delle Arti Belle”. [3] ABSTRACT It is well noted that Florence Nightingale is one of the major nursing theorists. With her theories, she laid the foundation for the birth of the nurse figure. With the beginning of the pandemic, this professional role was the centre of various critics. The question we could think about is “in which way her theory find application in an era where a pandemic is killing thousand of people?” Surely, different studies conducted on SARS COVID 19 patients led to a modification in the nursing process, shedding new light on “old theories”. Between them, the “environment theory” is updated and actualised to fit these times.The purpose of this work is to understand, through a bibliographic research, how much the old theories can help to improve nursing care. Healthcare professionals should always keep in mind these theories and never forget them, but nowadays they tend to assume a rough behaviour and have short memory.Even Nightingale, in one of her famous quotes, encourage nurses to always improve themselves: “Nursing is an art: and if it is to be made an art, it requires an exclusive devotion as hard a preparation as any painter’s or sculptor’s work; for what is the having to do with dead canvas or dead marble, compared with having to do with the living body, the temple of God’s spirit? It is one of the Fine Arts: I had almost said, the finest of Fine Arts.” INTRODUZIONE Florence Nightingale, conosciuta anche con l’appellativo “The lady with the lamp”, nacque nel 1820 a Firenze da una famiglia britannica benestante. Fu un’importante infermiera che esercitò la professione anche in situazioni anguste, come la guerra di Crimea, grazie alla quale riuscì ad affinare le sue capacità organizzative e assistenziali. [4] Tutti i suoi studi, supportati dalle sue innate capacità, le permisero di affermarsi come la fondatrice dell’assistenza infermieristica moderna, in quanto fu la prima ad applicare il metodo scientifico attraverso l’utilizzo della statistica. [5] La Nightingale, però, è ricordata soprattutto per la sua teoria ambientalista che si può estrapolare da alcuni dei suoi scritti. Tra questi ultimi ritroviamo ad esempio: – Subsidiary Notes as to the Introduction of Female Nursing Into Military Hospitals in Peace and War (introduzione dell’assistenza infermieristica femminile negli ospedali militari in pace e guerra); pubblicato nel 1858. Il testo tratta l’introduzione del nursing negli ospedali civili e militari delle differenti nazioni coinvolte nella Guerra di Crimea (1853-1856), inoltre definisce i termini di contagio e infezione. – Notes on Nursing: What it is and What it is not (note sull’assistenza infermieristica); pubblicato nel 1859. Il testo tratta le principali teorie del nursing che sono le basi dell’assistenza infermieristica; ad esempio, la ventilazione e il riscaldamento degli ambienti, l’igiene ambientale e personale, l’illuminazione, l’alimentazione, l’osservazione del malato. – Notes on Hospitals (note sull’organizzazione degli ospedali); pubblicato nel 1859. Il testo tratta i seguenti argomenti: le condizioni sanitarie negli ospedali, i difetti nella progettazione e nella costruzione degli ospedali, i principi di costruzione degli ospedali, i miglioramenti dell’organizzazione ospedaliera. – Introductory Notes in Lying-in Institutions, together with a proposal for Organising an Institution for training Midwifes and Midwifery Nurses (per la formazione di ostetriche e infermiere ostetriche); pubblicato nel 1871. Il testo è una raccolta di analisi statistiche prese da diverse fonti nelle principali città d’Europa ed esplora il mistero della febbre puerperale e le sue possibili cause. Sottolinea la necessità di una buona ventilazione negli ospedali e condanna i reparti sovraffollati, poiché vi è una correlazione con il numero di morti. – Lettere alle infermiere (sette lettere che Florence Nightingale scrisse ogni anno per le studentesse infermiere della sua scuola); la prima lettera è stata scritta nel 1872 e l’ultima nel 1888. Le lettere venivano lette da Sir Harry Verney, presidente del Fondo Nightingale, in presenza delle studentesse infermiere. In ogni riga è evidente l’appassionato interesse per le infermiere e il desiderio della loro “perfezione” (Nightingale, 1915). [6] [7] La Nightingale, inoltre, con le sue competenze analitiche e con i suoi scritti ha influenzato diverse discipline, oltre l’infermieristica, come la statistica, l’amministrazione delle politiche sanitarie, la sanità pubblica, la spiritualità e la fisioterapia. Ella quindi riuscì ad introdurre una visione della pratica infermieristica in relazione diretta con i pazienti, dell’ambiente e dell’organizzazione, riuscendo a completare la riforma ospedaliera e cambiando la realtà negli ospedali. [8] [9] [10] Dopo aver velocemente inquadrato e compreso
Frattura omero prossimale. Chirurgia vs fisioterapia: report

Roberto Urso Dirigente Medico U.O. di Ortopedia e Traumatologia Ospedale Maggiore, Bologna [divide]Fu Ippocrate, nel 460 a.c., il primo a citare la frattura dell’omero prossimale descrivendo una metodica di trattamento che era basato sulla trazione con dei pesi che permettesse la guarigione dell’osso. Questo diede inizio a quella che, secondo Louis Bigliani, Evan Flatow e Roger Pollock, era una vera e propria sfida sia per la diagnosi, sia per il trattamento. L’argomento frattura dell’omero è sempre stato ostico. Infatti, fino alla fine del 19° secolo, al riguardo fu scritto poco. Il 20° secolo e gli ultimi due decenni hanno incrementato lo studio di tale tipologia fratturativa e i suoi relativi trattamenti. Molte sono state le importanti classificazioni di tale frattura; in primis la classificazione che Kocher elaborò nel 1896, destinata a tentare un miglioramento nel trattamento della stessa frattura. Lo stesso Codman formulò la sua indicazione classificativa nel 1934, ma fu nel 1970 che Neer creò la classificazione comprendente anatomia, scomposizione e biomeccanica della frattura, diventando il sistema di classificazione più appropriato nell’uso comune dei chirurghi ortopedici. Classificazione di Kocher: 1) collo anatomico, 2) regione epifisaria, 3) collo chirurgico Classificazione di Codman: 1) trochite, 2) trochine, 3) testa, 4) diafisi Classificazione di Neer: sistema omnicomprensivo che tiene in considerazione l’anatomia e le forze biomeccaniche responsabili dell’entità della scomposizione. In questa sessione si vuole dare spazio sia all’importanza della chirurgia che del trattamento incruento, validando l’altrettanto importante percorso riabilitativo sia post-chirurgico che post trattamento conservativo. Prima di dare una indicazione chirurgica o un trattamento conservativo alla frattura, si deve valutare quello che è il rapporto costo-benefico di tale trattamento: l’età del paziente, il lato colpito, la tipologia di frattura, le complicanze future, la possibilità di recupero totale o parziale, l’eventuale infausto futuro della testa dell’omero che molto spesso può sfociare in un intervento di protesizzazione. Le fratture dell’omero prossimale sono frequenti, soprattutto in età avanzata. Rappresentano circa il 5% di tutte le fratture. La valutazione radiografica di queste fratture è fondamentale per fare una corretta diagnosi e per decidere il tipo di trattamento. Oggi abbiamo l’apporto della tomografia computerizzata che ci permette una ricostruzione in 3D della lesione, portando ad un più approfondito planning terapeutico, se di tipo chirurgico o conservativo. Queste fratture, nella loro complessità, sono estremamente debilitanti, sia che vengano operate o non operate. Spesso il paziente spera che al primo controllo ambulatoriale nel post-dimissione il medico dica che la guarigione è buona e che potrà riprendere le comuni attività, ma in realtà il paziente si troverà con un arto funzionalmente debilitato e ad avere di fronte a sè la grande sfida della ripresa funzionale. La fisioterapia è l’elemento essenziale nel momento in cui si rimuovono i presidi e ancor di più nell’immediato post-operatorio. Report 1 Donna, neo-pensionata; caduta accidentale con trauma diretto alla spalla dx. Ricorre al pronto soccorso dove, dopo esame radiografico, si evidenzia frattura del collo chirurgico e della testa dell’omero. Si richiede esame Tac per evidenziare in 3D l’entità della lesione. (Tav.1) Trattasi di frattura del collo chirurgico e della testa omerale secondo la classificazione di Neer. L’indicazione è chirurgica in considerazione dell’età della paziente, delle non controindicazioni dal punto di vista generale, del lato destro dominante e per le aspettative di vita. L’intervento chirurgico eseguito fu una riduzione a cielo aperto e osteosintesi con placca. La via di accesso chirurgica fu la classica incisione arcuata partente da 1 cm dalla coracoide allungata di circa 12-14 centimetri distalmente. Nel post-chirurgico fu adoperato un tutore reggi-braccio tipo acti-move che la paziente portò per circa 4 settimane. La desutura fu eseguita a 15 giorni e in quella stessa sede fu fatto planning riabilitativo. Dalla 5° settimana la paziente iniziò il recupero funzionale, purtroppo rallentato da una consolidazione più lenta del previsto (vedi Rx controllo a 4 mesi su Tav.1). La paziente, nonostante il ritardo di consolidazione della frattura, non ha mai interrotto la fisiokinesiterapia. Dopo circa 9 mesi la paziente si considerò soddisfatta della sua guarigione, ma al tempo stesso non smise mai di fare step fisioterapici a date fisse mensili per altri 5 anni. Nelle ultime immagini della Tav.2 si può vedere la radiografica eseguita a 5 anni dall’intervento e mostrante una iniziale deformità artrosica della testa omerale compatibile con l’avanzare dell’età, ma nelle immagini a fianco si nota la valida motilità della articolazione scapolo-omerale destra mantenuta da un costante esercizio riabilitativo. Report 2 Paziente di anni 74, caduta accidentale in strada, trauma spalla sinistra con frattura gravemente scomposta collo chirurgico dell’omero sinistro e frammentazione della testa con distacco del trochite. Il paziente, dopo valutazione anestesiologica non viene considerato idoneo al trattamento chirurgico in quanto i rischi di vita, causa problematiche internistico-cardiologiche, furono ritenuti troppo elevati. La frattura verrà trattata con un tutore reggi-braccio con fascia anti-rotativa e mantenuto per circa 30 giorni. I controlli radiografici non mostrarono miglioramenti nei successivi controlli facendo pensare che il destino della articolazione scapolo-omerale fosse segnato da futura rigidità funzionale con associati dolori di tipo artrosico. A circa 4 settimane il piano terapeutico fu stabilito e, in considerazione della incredibile compliance del paziente e severe, ma decise sedute di fisioterapia portarono ad un risultato che nessuno avrebbe sperato. Nella Tav.4 si può vedere quello che era il callo osseo riparativo in quella frattura scomposta che, riabilitata con costanza e attenzione da parte del fisioterapista, ha portato ad un risultato clinico strepitoso. Come detto ad inizio sessione, le fratture dell’omero prossimale sono difficili da trattare in quanto la loro frequente complessità deve portarci ad un attento planning di trattamento. I casi riportati sono a dimostrare non solo che la chirurgia o un buon trattamento conservativo portano sovente alla guarigione di una frattura complessa della testa omerale, ma per chiarire con la union terapeutica fra chirurgo ortopedico e fisioterapista risulta decisiva per raggiungere dei risultati eccellenti.
La dimensione del significato è necessaria per comprendere la distinzione tra eustress e distress

Dalla letteratura scientifica attualmente disponibile emerge la necessità concettuale di considerare anche il fattore qualitativo relativo il significato nella comprensione dello Stress. Massimo Agnoletti, Ph.D. [divide]English abstract: Above all in the human species there is the need to distinguish negative Stress (distress) from positive one (eustress) also from an operational point of view, but the current paradigm generally accepted both in the biomedical and psychological sciences holds that this distinction is exclusively of quantitative nature. The present paper argues instead that, in addition to the quantitative dimension, it is necessary to add the dimension linked to the informational meaning attributed to Stress. Only by associating this value dimension to Stress is it possible to grasp some fundamental recent scientific research, understand the individual subjective component of Stress and understand the difference between eustress and distress with the logical psychophysiological consequences that impact on human health. Psycho-physical wellness professionals, as well as citizens themselves, should be aware of this new aspect of Stress that determines the quality of life and human health. [divide]Italian abstract: Soprattutto nella specie umana vi è l’esigenza di distinguere, dal punto di vista operativo, lo Stress negativo (distress) da quello positivo (eustress) ma l’attuale paradigma, generalmente accettato nelle scienze biomediche e in quelle psicologiche, sostiene che questa distinzione è esclusivamente di natura quantitativa. Il presente scritto sostiene invece che, oltre alla dimensione quantitativa, occorre aggiungere la dimensione legata al significato informazionale attribuito allo Stress. Solo associando anche questa dimensione valoriale allo Stress è infatti possibile cogliere alcune fondamentalirecenti ricerche scientifiche, capire la componente soggettiva individuale di esso cogliendola differenza tra eustress e distress con le logiche conseguenze psicofisiologiche che impattano sulla salute umana. Le istituzioni sanitariee professionisti del benessere psicofisico, oltre che i cittadini in prima persona, dovrebbero essere maggiormente consapevoli di questo nuovo aspetto dello Stress che determina la qualità di vita e la salute umana. [divide]Comprendere anche dal punto di vista operativo la differenza tra stress positivo (eustress) e stress negativo (distress) risulta essere fondamentale sia come individui, per orientare le nostre scelte legate alla gestione dello Stress per promuovere comportamenti favorevoli il benessere e la salute, sia come professionisti del benessere psicofisico al fine di deciderele strategie più opportune ed efficaci finalizzate ad ottimizzare la qualità di vita e la salute dei propri assistiti. In questo contesto,adottare il corretto paradigma legato allo Stress risulta quindi cruciale per tutte le conseguenze che esso comporta anche dal punto di vista applicativo e strategico. Per tutti i professionisti del settore del benessere psicofisico questa affermazione si traduce in specifiche scelte che impattano la sfera clinica del loro lavoro perché, a sua volta, si declina in cambiamenti indotti nella qualità di vita e nella salute dei loro clienti/pazienti. All’interno del paradigma attualmente condiviso relativo loStress (applicatoalla specie umana) risulta difficile,se non concettualmente impossibile,individuare precisi criteri operativi per distinguere cosa caratterizza l’eustress e cosa invecedistress dal momento che questa differenza viene considerata puramente quantitativa. In altri termini se la differenza tra distress e eustress rimane puramente quantitativa, allora l’unico modo di distinguere i due domini rimane la durata e l’intensità della reazione psicofisiologica prodotta dall’organismo. Questa seducente quantoriduzionistica visionesi traduce operativamente in un semplicistico schema che prevede che, se la reazione psicofisica dell’organismo èbreve ma intensa (si parla infatti di reazione “acuta” dello Stress) allora viene considerato come positivo(eustress) per il valore positivo in termini di sopravvivenza biologica (il cosiddetto meccanismo“attacco o fuga”), mentre se la reazione ha una dimensione quantitativa più prolungata nel tempo(chiamato infatti Stress “cronico”), anche nel caso in cui sia meno intensa,è sempre e comunque negativa (distress) per il valore disadattivo in termini di salute. Risulta interessante notare che in questa visione riduzionistica viene considerato unicamente il piano biologico della complessità ormai riconosciuta bio-psico-sociale relativa la specie umana, infatti, le dimensioni emotive/psicologiche ed ancor meno quelle socioculturali non vengono minimamente prese in considerazione. Il paradigma attualmente dominante di Stress largamente condiviso all’interno della comunità scientifica è storicamente derivato dalle scienze biomediche del secolo scorso dove venivano enfatizzatiin maniera dominante gli aspetti patologizzanti dei processi biologici studiati egli aspetti che potevano essere studiati in maniera comparata con altri animali per oggettivare i meccanismi comuni. In genere il paradigma dello Stress normalmente inteso prevede, nella specie umanacosì come fondamentalmente tutti i vertebrati, l’attivazione di una specifica configurazione psico-neuro-endocrina finalizzata a risolvere una situazione potenzialmente pericolosa per la sopravvivenzadell’organismo. Fu il fisiologo Walter Cannon nel 1915 che inizialmente definì lo Stress nei termini di specifica reazione fisiologica dell’organismo di fronte ad una minaccia percepita. Questa reazione prevedeva la percezione di uno scostamento rispetto il precedente stato fisiologico di equilibrio ed il conseguente tentativo di ripristinarlo attraverso la caratteristica specifica attivazione fisiologica condivisa da varie specie animali (chiamata anche “fight or flight” response). Vari autori più recenti quali Selye, Lazarus, McEwen, Chrousos, Sapolsky, hanno arricchito di dettagli lo stesso concetto di Stress (che deriva dalla parola “stringere”, “premere”) sottolineandone alcuni dettagli più di altri (per esempio la sua natura a-specifica rispetto lo stimolo che induce lo Stress o la natura biochimica della reazione psicofisica, l’attivazione delle aree del cervello,etc.) ma la logica relativa la prioritàconservativa biologica dello Stress è sempre rimasta inalterata. A mio avviso non c’è stato finora uno sforzo concettuale altrettanto importante per sintetizzarne il ruolodello Stress sia in situazioni non omeostatiche che all’interno della particolarecomplessità ed eterogeneitàpresente e caratterizzantela specie umana. Questo probabilmente è uno dei motivi per cui è così difficile riuscire a definire lo Stress, misurarlo (estrapolandone valori oggettivi) e valutarlo (positivo o negativo) nelle persone (Agnoletti, 2019; Agnoletti, 2020; Agnoletti, 2021b). Nel contesto tradizionalmente inteso di Stress, il meccanismo adattativo che sottende la particolare attivazione psico-neuro-endocrina ha una finalità puramente biologica e per questo motivo le definizioni di eustress (stress positivo) e distress (stress negativo) trovano il loro spazio logico unicamente in funzione del risultato ottenuto in riferimento alla fitness biologica dell’organismo. Quando però si analizzano comportamenti specie specifici umaniche non sembrano avere uno specifico significato biologico, gli
Gonartrosi, valutazione con diagnostica per immagini. Intervista al dott. Francesco Di Pietto

L’importanza della valutazione dell’imaging nelle patologie osteoarticolari come la gonartrosi. La gonartrosi, ovvero l’artrosi del ginocchio, è una patologia cronica che si sviluppa a livello articolare e presenta lesioni degenerative a carico della cartilagine articolare che provocano progressivamente dolore, difficoltà nei movimenti e, in casi più severi, deformazione dell’articolazione stessa. La gonartrosi coinvolge abitualmente pazienti di età avanzata, ma può colpire anche persone più giovani, magari precedentemente soggette a traumi del ginocchio o interventi chirurgici. Il dolore che caratterizza la gonartrosi è sordo e meccanico, si manifesta dunque quando il ginocchio viene messo in moto e si attenua quando è a riposo. Il disturbo si manifesta inizialmente a seguito di un’attività prolungata nel tempo dell’articolazione, ma, in caso di un quadro artrosico più complesso, il dolore può colpire il paziente anche a seguito di movimenti molto semplici, come può essere quello effettuato per alzarsi da una sedia o per scendere da un’automobile. Ne abbiamo parlato con il dott. Francesco Di Pietto, Dirigente medico presso “Pineta Grande Hospital” di Castel Volturno (CE). La video intervista è stata realizzata dal direttore di Medicalive Magazine, Salvo Falcone, in occasione del 1° congresso delle “Giornate Centro-Meridionali dell’artrosi” con focus diretto sulla Gonartrosi svoltosi a Matera. L’evento è stato organizzato da AV Eventi e Formazione con la responsabilità scientifica del prof. Biagio Moretti, Docente universitario, vicepresidente della SIOT, Società italiana di ortopedia e traumatologia e Direttore della UOC Universitaria e Scuola di specializzazione di Ortopedia e Traumatologia dell’Azienda Ospedaliero‐Universitaria “Policlinico” di Bari. [divide]Guarda qui tutte le altre video interviste realizzate al 1° congresso delle “Giornate Centro-Meridionali dell’artrosi” di Matera
Osteoartrosi delle ginocchia, fisiopatologia. Intervista al dott. Bruno Buono

L’osteoartrosi è una patologia cronica che causa danni alla cartilagine e ai tessuti circostanti ed è caratterizzata da dolore, rigidità e perdita della funzionalità. In Italia, oggi, circa il 56% delle persone di età superiore a 65 anni soffrono di sintomi associati all’osteoartrosi delle ginocchia che è una patologia eterogenea con sintomi e progressioni variabili. Una patologia, l’osteoartrosi, che richiede un approccio di “sistema” e multidisciplinare. Ne abbiamo parlato nella video intervista con il dott. Bruno Buono, specialista in Ortopedia e Traumatologia, Dirigente medico presso la UOC di Ortopedia e Traumatologia dell’Ospedale “Madonna delle Grazie” di Matera. L’osteoartrite, la patologia articolare più frequente, insorge spesso nei soggetti di età compresa fra i 40 e i 50 anni di età e, in certa misura, colpisce quasi tutti una volta raggiunti gli 80 anni di età. Prima dei 40 anni, i soggetti di sesso maschile hanno maggiori probabilità di sviluppare osteoartrite rispetto a quelli di sesso femminile, spesso a causa di traumi o deformità. Molte persone mostrano segni di osteoartrite alla radiografia (spesso al raggiungimento dei 40 anni), ma solo la metà di tali soggetti presenta dei sintomi. Tra i 40 e i 70 anni, le donne sviluppano la malattia più frequentemente degli uomini. Dopo i 70 anni, la patologia si sviluppa nella stessa misura in entrambi i sessi. La video intervista sul tema osteoartrosi è stata realizzata dal direttore di Medicalive Magazine, Salvo Falcone, in occasione del 1° congresso delle “Giornate Centro-Meridionali dell’artrosi” con focus diretto sulla Gonartrosi svoltosi a Matera. L’evento è stato organizzato da AV Eventi e Formazione con la responsabilità scientifica del prof. Biagio Moretti, Docente universitario, vicepresidente della SIOT, Società italiana di ortopedia e traumatologia e Direttore della UOC Universitaria e Scuola di specializzazione di Ortopedia e Traumatologia dell’Azienda Ospedaliero Universitaria “Policlinico” di Bari. [divide]Guarda qui tutte le altre video interviste realizzate al 1° congresso delle “Giornate Centro-Meridionali dell’artrosi” di Matera