Gender gap, Anaao Toscana: guardare sanità con gli occhi delle donne

All’inizio del mese ha preso avvio nelle aziende sanitarie toscane il primo progetto sul bilancio di genere, Gender gap. L’iniziativa, intitolata Il Bilancio di genere nelle aziende sanitarie toscane. Rilevanza e ricadute nell’organizzazione de lavoro, è stata promossa da Anaao Toscana in collaborazione con il Laboratorio MeS-Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Partirà nell’Azienda Usl Toscana sud est. L’analisi, che ha come target il genere della classe medica e sanitaria, affronta vari ambiti: il tema della femminilizzazione in sanità; il “gender gap”; l’organizzazione del lavoro del personale medico e sanitario; la conciliazione lavoro-famiglia; la distribuzione dei carichi assistenziali, delle progressioni di carriera, delle retribuzioni, della formazione e delle discriminazioni; il mobbing; la violenza nei luoghi di lavoro. Tutte questi aspetti saranno descritti e misurati sul piano delle differenze esistenti nelle categorie del personale medico e sanitario, alla luce del genere e del profilo contrattuale. «L’ambizione di fondo è quella di costruire un percorso metodologico fruibile, universale e funzionale che, essendo chiaro per gli ambiti di policy selezionati e per la dimensione amministrativa prescelta, possa essere esteso ad altre realtà aziendali, orientando a guardare il mondo con gli occhi della donna – afferma Concetta Liberatore, responsabile scientifico del progetto insieme alle rappresentanti del Mes, Milena Vainieri, Paola Cantarelli e Chiara Barchielli -. I diritti delle donne sono diritti umani, è questa la convinzione che è maturata. La vera sfida per Anaao Toscana sarà quella di superare quelle disuguaglianze di genere che quasi sempre sono patrimonio di donne». Il modello del bilancio di genere, che ha visto nel Laboratorio MeS un partner imprescindibile per lo studio di Anaao, verrà proposto alle altre aziende territoriali ed ospedaliere della Regione al fine di creare un gruppo di lavoro interaziendale sulle tematiche del genere. Gli esperti delle aziende condivideranno buone pratiche di gestione del personale medico e sanitario nelle organizzazioni sanitarie per quanto riguarda il genere. Il traguardo finale è individuare quelle azioni positive comuni che si potrebbero implementare per migliorare il benessere sui luoghi di lavoro, partendo dalle donne lavoratrici, con una valenza positiva su tutto l’ambiente nel suo complesso. «Le forze messe in campo dal nostro sindacato su questo progetto – sottolinea Flavio Civitelli, Segretario regionale Anaao Toscana – rappresentano un passo in avanti sull’analisi e valorizzazione dell’impatto del cambio di genere nel sistema sanitario. Si tratta di un aspetto che mette in evidenza elementi ancora sottostimati dai governi e dalle aziende pubbliche. I diritti hanno un costo che incide sui bilanci, sia in termini economici che di riduzione dell’efficienza del sistema. In sanità il dato è all’evidenza delle Aziende, che avvertono particolarmente il problema a fronte di una rapida sostituzione di genere tra i professionisti. L’obiettivo del nostro studio, che ha come capofila l’Azienda Usl Toscana Sud-est, è proprio questo». Il 6 marzo, a Firenze, le tematiche dell’analisi saranno affrontate nel convegno organizzato da Anaao, Il bilancio di genere nella Sanità Toscana, che vedrà, tra gli altri, la partecipazione del ministro per la Pubblica amministrazione, Fabiana Dadone.
Retina2020 , retinopatia diabetica. Prof. Bandello: ‘Ancora pochi gli screening’

Retina2020, ancora pochi gli screening. Una delle protagoniste delle relazioni e discussioni a Retina2020, congresso internazionale di medici oculisti a Treviso svoltosi il 24 e il 25 gennaio, è sicuramente la retinopatia diabetica. Il Prof. Francesco Bandello, primario di oculistica al San Raffaele di Milano e grande ospite delle due giornate trevigiane di Retina2020, ci ha parlato di questa patologia. “La retinopatia diabetica è una complicanza a livello retinico dei problemi collegati al diabete. Le alterazioni a livello retinico appunto vengono classificate come retinopatia diabetica” – spiega il Prof. Bandello – La probabilità di avere una retinopatia diabetica è strettamente collegata alla durata della malattia: se il paziente ha sviluppato il diabete da poco tempo la probabilità che abbia delle lesioni retiniche è estremamente bassa. All’opposto se il diabete è presente da molto tempo, la probabilità cresce.” Si tratta dunque di una patologia che insorge in pazienti diabetici, sia di tipo 1 (insulino-dipendenti) che di tipo 2 (non insulino-dipendenti), che può portare alla perdita della vista se non tenuta sotto controllo. La retinopatia diabetica si trova nella lista stilata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità di malattie dell’occhio prioritarie che però possono essere prevedibili e trattabili. Lo scorso 14 novembre è stata la giornata mondiale del diabete e i dati non sono incoraggianti. Secondo Diabete Italia Onlus, sarebbero circa 3,7 milioni di diabetici in Italia e una persona su tre non sa di averlo. Numeri in continua crescita, che possono aumentare anche l’incidenza della retinopatia diabetica. L’importanza della prevenzione e dello screening per il diabete è vitale, sia per i pazienti insulino-dipendenti, che quelli non insulino-dipendenti. “La data di inizio del diabete è facile da stabilire nel paziente insulino-dipendente perché determina dei sintomi acuti e ci si rende conto di avere qualcosa che non va. Il medico fa gli esami del sangue e si trova la glicemia alle stelle. Così non è per il paziente non insulino-dipendente, pertanto in questo secondo gruppo di pazienti, che sono la maggioranza, è difficile stabilire quando è iniziata la malattia e quanto è probabile che quel determinato paziente abbia o meno delle lesioni retiniche quando lo si incontra per la prima volta.” – afferma il Prof. Bandello. Per il diabete non insulino-dipendente bisogna stare attenti ad alcuni fattori di rischio, come un’eventuale familiarità, un alto colesterolo e trigliceridi nel sangue, l’ipertensione arteriosa, le cattivi abitudini alimentari, il fumo e la sedentarietà. “Quando la retinopatia si instaura c’è una fase di luna di miele durante la quale il paziente non ha sintomi e questa è la fase in cui bisognerebbe essere capaci di individuare il paziente, indirizzarlo verso le soluzioni di trattamento migliori possibili” – spiega il Prof. Bandello. Da qui l’importanza delle campagne di screening per il diabete e per le malattie oculari ad esso collegato. “Gli esami sono diventati estremamente banali, ma sono in grado di riconoscere la presenza di lesioni e conseguentemente indirizzare il paziente verso delle soluzioni diagnostiche più avanzate e addirittura di trattamento laddove questo sia necessario” – afferma il Prof. Bandello. L’Italia è all’avanguardia per quel che riguarda i trattamenti e le terapie contro la retinopatia diabetica. Ciò in cui siamo carenti secondo il Prof. Bandello è una generale campagna di screening. “L’Italia è un paese che dal punto di vista oculistico è assolutamente all’avanguardia. Quello che non abbiamo è un programma di screening nazionale. Ci sono paesi in cui questo è stato fatto tipo il Regno Unito, dove più del 95% dei pazienti vengono sottoposti ad esame oculistico di screening e grazie a ciò è crollata la riduzione funzionale visiva dovuta alla retinopatia diabetica” – spiega il Prof. Bandello. “L’invito per tutti i pazienti è di sottoporsi ad una visita oculistica anche in assenza dei sintomi. Solo così abbiamo grandi probabilità di arrivare all’accertamento della malattia nella fase in cui siamo più bravi a curarla” – conclude il Prof. Bandello. Retina2020 è uno dei congressi oculistici piu’ importanti del 2020.
Servono 24mila farmaci per i poveri. Appello Federfarma Palermo

Appello Federfarma Palermo A febbraio del 2019, in occasione della Giornata di raccolta del farmaco, nelle 76 farmacie associate alla Federfarma Palermo e provincia aderenti all’iniziativa benefica organizzata annualmente dalla Fondazione banco farmaceutico, i cittadini hanno donato 7mila confezioni di farmaci senza obbligo di prescrizione medica che, pur essendo costosi e necessari a curare patologie legate alla stagionalità, non sono dispensati dal Servizio sanitario nazionale. Ma il sia pure lodevole sforzo non è stato sufficiente: il fabbisogno per curare le decine di migliaia di persone che non hanno soldi neppure per pagare il ticket, espresso dalle 24 associazioni di assistenza che se ne fanno carico, era di ben 21mila confezioni, cioè il triplo. E quest’anno le richieste delle associazioni che si sono rivolte al Banco farmaceutico per affrontare le emergenze del periodo sono già aumentate a 24mila confezioni. Per queste ragioni Federfarma Palermo lancia un appello ai cittadini del Capoluogo e della provincia affinché aderiscano in massa alla “Giornata di raccolta del farmaco 2020”, la ventesima, recandosi presso una delle oltre 90 farmacie che finora si sono iscritte all’iniziativa. I volontari delle associazioni, organizzati dal Banco farmaceutico, saranno presenti nelle farmacie sabato 8 febbraio e lunedì 10 febbraio per indirizzare i benefattori verso i prodotti per i quali non serve la prescrizione medica che sono effettivamente necessari alla collettività. Ma diverse farmacie autonomamente anticiperanno l’inizio della raccolta sin da lunedì 4 febbraio “proprio per dare una più efficace risposta a quella che è ormai diventata una vera e propria emergenza”, spiega Roberto Tobia, presidente di Federfarma Palermo. “I titolari delle farmacie di Palermo e provincia – aggiunge Tobia – che già si impegnano con un contributo economico e con donazioni di prodotti a sostenere direttamente il Banco farmaceutico, ogni giorno accolgono sempre più pazienti indigenti. Nessun farmacista si rifiuta di dare un contributo personale alla risoluzione di tanti problemi, ma questi gesti, seppur apprezzabili, sono purtroppo una goccia in un mare di bisogno. Spesso tanti ammalati che appartengono a famiglie fino a ieri normali, ma oggi precipitate in povertà, si vergognano a chiedere e restano fuori dai circuiti assistenziali rischiando di aggravarsi. Solo una gigantesca gara di solidarietà potrà raggiungere tutti regalando un aiuto concreto ai meno fortunati”.
A Milano entro il 2030 non si potrà più fumare all’aperto

A breve divieto alle fermate degli autobus. Non si potrà piu’ fumare all’aperto. “Entro il 2030 non permetteremo più di fumare all’aperto” e “subito o a breve alle fermate dell’autobus o durante le code per i nostri servizi non si fumerà”. Lo ha detto il sindaco di Milano Giuseppe Sala, durante l’incontro con i cittadini nel quartiere Isola, spiegando che questo provvedimento è inserito all’interno del Regolamento Aria-Clima, che sarà discusso prossimamente dal Consiglio comunale e che spera sia approvato entro marzo.
Tumore alla vescica, associato all’acqua del rubinetto un caso su 20

6.561 casi di tumore alla vescica all’anno collegati ai contaminanti Il 5% dei casi di tumore alla vescica in Europa, uno su 20, sarebbe collegato a prodotti chimici presenti nell’acqua di rubinetto. Per un totale di 6.561 casi l’anno in 26 paesi del continente. E’ quanto stima uno studio pubblicato su Environmental Health Perspectives, da cui emerge che concentrazioni massime dei contaminanti hanno superato il limite di 100 microgrammi per litro in 9 paesi, inclusa l’Italia. Ricerche precedenti hanno trovato un’associazione tra cancro alla vescica e l’esposizione a lungo termine a un gruppo di sostanze chimiche chiamate trialometani (THM). Sostanze come il cloroformio, risultate cancerogene negli studi sugli animali e che si formano come sottoprodotto indesiderato quando l’acqua viene disinfettata negli impianti. Per stimare l’entità del problema, i ricercatori del Barcelona Institute for Global Health, hanno analizzato la presenza di sostanze chimiche nell’acqua potabile negli stati UE tra il 2005 e il 2018, inviando questionari agli organismi responsabili della qualità delle acque nazionali. I dati sono ottenuti monitorando 26 paesi, mancano Bulgaria e Romania. La media annua stimata dei livelli di trialometani è stata di 11,7 microgrammi per litro. Paesi con le medie più basse sono risultati essere Danimarca e Paesi Bassi (0,2 microgrammi). I valori medi più elevati sono osservati a Cipro (66,2 microgrammi) e a Malta (49,4). Se invece delle medie si considerano i picchi massimi, in 9 Paesi sono rilevati dei livelli di trilometani superiori a 100 microgrammi per litro (valore limite UE): ovvero Gran Bretagna, Spagna, Cipro, Estonia, Ungheria, Irlanda, Italia, Polonia e Portogallo. I ricercatori hanno stimato il numero di casi di cancro alla vescica attribuibili utilizzando i tassi di incidenza e i livelli di trilometani. L’analisi ha suggerito che Cipro aveva la percentuale più alta, con un quarto delle diagnosi legate alle sostanze chimiche. La Spagna e il Regno Unito hanno però il maggior numero assoluto di casi potenzialmente collegati, rispettivamente 1.482 e 1.356. Nel caso dell’Italia il collegamento riguarda 336 casi annui. “Negli ultimi 20 anni, abbiamo fatto grandi sforzi per ridurre i livelli di trialometani in diversi paesi dell’Unione europea”, afferma il coautore Manolis Kogevinas. “Tuttavia, i livelli attuali in alcuni paesi potrebbero ancora comportare un notevole onere per il cancro alla vescica, che potrebbe essere evitato ottimizzando il trattamento delle acque”. Se nessun paese superasse l’attuale media UE, potrebbero potenzialmente essere evitati 2.868 casi annui di tumore alla vescica.
Freddo, poca luce, movimento e sonno. I malati reumatici in inverno soffrono di più

Non solo per il freddo, ma anche per poca luce,movimento e sonno. I malati reumatici di inverso soffrono di piu’. L’inverno è nemico dei malati reumatici. Quasi tutti i pazienti infatti, nei mesi freddi, riportano un peggioramento delle loro condizioni. Ma il responsabile non è il freddo in sé, o almeno non è solo lui. Ci sono infatti, spiega Carlo Francesco Selmi, responsabile di Reumatologia dell’Ospedale Humanitas di Milano e docente presso Humanitas University, “altri tre insospettabili fattori che complicano la vita ai malati reumatici in questo periodo: la ridotta attività fisica, la mancanza di sole e i disturbi del sonno”. Quasi tutti i pazienti che hanno un dolore di origine reumatic lamentano un peggioramento nei mesi invernali e un miglioramento nei mesi estivi. A mostrarlo, spiega l’esperto della Società Italiana di Reumatologia (Sir), è anche uno studio, pubblicato nel 2019 sulla rivista scientifica Rheumatology International, che ha osservato quanto spesso le persone cercano le parole “artrosi” e “artrite reumatoide”: i risultati hanno evidenziato un forte aumento di ricerche nei mesi invernali, con picco a marzo, e poi la frequenza della ricorrenza di questi termini scende e si riduce nei mesi estivi: “è un indicatore efficace di quanto ci sia interesse in un determinato momento, dati ottenuti da Google su grossi numeri”. Gli studi che sono andati a vedere l’effetto della temperatura sui pazienti reumatici, però, “sono invece abbastanza discordanti e anche quando è stata trovata una correlazione non era molto rilevante”. Il freddo in sé, quindi, conta ma in minima parte. In realtà, spiega Selmi, “i mesi invernali si associano almeno a tre fattori che spiegano questo cambiamento, ovvero il fatto che d’inverno si fa meno esercizio fisico e questo peggiora la situazione di chi soffre di malattie infiammatorie, come l’artrite reumatoide, sia dal punto di vista immunologico che dal punto di vista dell’aumento di peso. Il secondo è la ridotta esposizione alla luce solare e dunque a un minor assorbimento di vitamina D, associato a un aumento dell’infiammazione. Il terzo è il sonno: diverse persone lamentano la cosiddetta insonnia invernale, dovuta a diversi fattori ma che ha come conseguenza un effetto proinfiammatorio importante nell’organismo”. Le artriti infine, provocano spesso astenia, stanchezza e fatigue, e “questa in genere in inverno è maggiore, anche per motivi psicologici”. Quali i rimedi dunque? “Cercare di mantenere una vita attiva, sfruttando le ore di sole per stare all’aperto, facendo attività fisica regolare – conclude il professore Selmi – e mantenendo il peso stabile con una dieta bilanciata”.
5 virus hanno imparato a colpire l’uomo in 16 anni

Sono 5 virus che in 16 anni hanno imparato a colpire l’uomo. Sono 5, in 16 anni, i virus che hanno fatto il’salto di specie’, ossia che dagli animali che li ospitavano sono diventati capaci di trasmettersi da uomo a uomo. Di questi, 3 appartengono alla famiglia dei coronavirus, la stessa cui appartiene il virus 2019-nCoV che ha cominciato a diffondersi dalla città cinese di Whuan. “Tre coronavirus in meno di 20 anni un forte campanello di allarme. Sono fenomeni legati anche a cambiamenti dell’ecosistema. Se l’ambiente viene stravolto, il virus si trova di fronte a ospiti nuovi”, ha detto all’ANSA la virologa Ilaria Capua. Virologa che nell’Universita’ della Florida dirige il Centro di eccellenza dedicato alla ‘One Health’, che unifica i temi della salute umana, animale e ambientale. Risale al 2003 la mutazione del virus della Sars (Severe Acute Respiratory Syndrome), che era stato trasmesso dai pipistrelli agli zibetti e poi all’uomo. Sei anni più tardi, nel 2009, era stata la volta del virus dell’influenza A H1N1 trasmesso dagli uccelli ai suini e da questi all’uomo. Un vero e proprio collage con elementi di tre specie che ha generato il quarto virus pandemico dopo quello della Spagnola del 1918, quello dell’Asiatica del 1957 e quello della Hong Kong del 1968. Nel 2012 era stata la volta della Mers (Middle East Respiratory Syndrome), un altro coronavirus che dai pipistrelli si era trasmesso ai cammelli e poi all’uomo. Nel 2014 ha acquisito la capacità di trasmettersi da uomo a uomo anche il virus responsabile della febbre emorragica di Ebola. Adesso è comparso il nuovo virus, indicato con la sigla 2019-nCoV che, come hanno reso le autorità sanitarie cinesi. Dai pipistrelli sarebbe passato a un serbatoio animale ancora non chiaramente identificato e da lì sarebbe mutato in modo da adattarsi all’organismo umano.
A curare l’aritmia ventricolare è un fascio di protoni

L’intervento è stato eseguito al Cnao a Pavia, specializzato un aritmia ventricolare . Per la prima volta al mondo un paziente con aritmia ventricolare è stato trattato con un fascio di protoni. Il fascio ha colpito, in modo mirato e con un ridottissimo impatto sui delicati tessuti circostanti, la parte del cuore responsabile dei battiti cardiaci irregolari. L’intervento, messo a punto in collaborazione con la Fondazione Irccs Policlinico San Matteo, è stato eseguito al Cnao di Pavia. Il Cnao è il Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica, una delle 6 strutture al mondo dotate di acceleratori capaci di generare fasci di protoni e ioni carbonio. Sono utilizzati in genere per la cura dei tumori radioresistenti e non operabili. “La scelta di utilizzare l’adroterapia con protoni, forma avanzata di radioterapia per la cura dei tumori, per il trattamento di una patologia cardiaca. – si legge in un comunicato di Cnao e San Matteo – è nata dalla necessità di contrastare una forma particolarmente aggressiva di aritmia ventricolare che non aveva risposto efficacemente sia ai trattamenti tradizionali sia a quelli più avanzati (plurimi farmaci, ablazione invasiva tramite radiofrequenza e chirurgia toracica sul sistema nervoso cardiaco) e che determinava nel paziente continue e pericolose alterazioni del ritmo cardiaco”. Il paziente, 73 anni, era affetto da una grave forma di cardiomiopatia dilatativa. Era stato trasferito a Pavia da un ospedale milanese dove era ricoverato per aritmie ventricolari e ripetuti arresti cardiaci. Dopo l’intervento è stato tenuto sotto stretto monitoraggio al San Matteo. Pochi giorni fa è stato dimesso dalla Cardiologia in buone condizioni generali. In buon compenso cardiocircolatorio ed è stato possibile trasferirlo presso un reparto per la riabilitazione. “In questo caso, particolarmente grave, si è reso necessario un intervento diverso – sottolinea Roberto Rordorf, responsabile dell’Unità di Aritmologia della Cardiologia del Policlinico San Matteo, diretta da Luigi Oltrona Visconti -. Anche se la radioterapia con fotoni è già stata utilizzata seppur in maniera sperimentale e in rari casi per trattare alcune forme di aritmia. E’ stato scelto, questa volta, di procedere con i protoni che garantiscono un impatto molto più basso sui tessuti delicati circostanti. L’intervento di Pavia risulta essere il primo al mondo sull’uomo e i primi risultati sono davvero incoraggianti. Per questo motivo insieme al Cnao stiamo valutando la fattibilità di uno studio clinico sperimentale”. “Per il Cnao si tratta di una via del tutto nuova – aggiunge Gianluca Vago, presidente del Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica -, ma che conferma la straordinaria potenzialità di questa forma di radioterapia. Anche al di fuori della sua applicazione in campo oncologico. Vocazione per cui è nato il nostro Centro, e lo spirito di piena collaborazione con il mondo della cura italiano ed internazionale che lo anima”.
Cannabis terapeutica gratis in Sicilia

Assessore Sanità firma decreto, cura per tre patologie. La Cannabis terapeutica sarà gratuita. La Regione siciliana si farà carico delle spese sostenute dai pazienti che ricorrono alla Cannabis terapeutica. Lo prevede un decreto firmato dall’assessore alla sanità, Ruggero Razza. Il farmaco sarà gratuito, però, per i pazienti affetti da dolore cronico e neuropatico e da spasticità da sclerosi multipla. Si rivolgeranno alle strutture sanitarie pubbliche review. Spetta ai medici delle Aziende sanitarie pubbliche regionali, specialisti di anestesia e rianimazione, neurologia e dei centri di terapia del dolore prescrivere ai pazienti la terapia con la cannabis, ma per una durata massima di sei mesi; il preparato potrà essere richiesto dal paziente nelle farmacie ospedaliere. Al momento, però, in Sicilia queste farmacie non producono il farmaco, per cui il decreto prevede che la Regione firmi convenzioni con i privati. Sono cinque le farmacie private che producono il farmaco, si trovano ad Agrigento, Catania, Palermo, Ragusa e Siracusa. Il decreto della Regione siciliana è il punto di arrivo di un lavoro portato avanti, per oltre un anno, da un tavolo tecnico istituito dall’assessore alla Sanità e richiesto da alcune associazioni, tra cui Bister di Catania ed “Esistono i diritti” di Palermo. “Ringraziamo l’assessore Razza per la sensibilità dimostrata e per il decreto appena firmato – dice Giuseppe Brancatelli di Bister – è un risultato importante, come associazioni continueremo la nostra azione affinché sia allargata la platea di patologie per la somministrazione gratuita del farmaco”. Seguici sui nostri Social: Facebook Instagram Linkedin
Sul fegato dei neonati con gravi malattie, le staminali permettono rinvio trapianto

Nuova terapia alla Città della Salute di Torino. Le staminali permettono rinvio trapianto. Con le staminali un nuovo approccio terapeutico è sperimentato per la prima volta con successo alla Città della Salute di Torino. Sperimentato su tre neonati affetti da patologie genetiche che necessitano di trapianto di fegato nei primi mesi di vita. La procedura, iniettare cellule staminali epatiche sane nel fegato dopo la nascita, ha ritardato il trapianto, ponendo le basi per correggere diverse malattie genetico-metaboliche. Tutto questo con procedura mini-invasiva. Lo studio è pubblicato sulla rivista Stem Cell Reviews and Reports. La nuova terapia sperimentale é stata possibile grazie alle ricerche sulle cellule staminali epatiche. Ricerche condotte dal gruppo di Giovanni Camussi del Dipartimento di Scienze Mediche dell’Università di Torino con il Centro di Biotecnologie Molecolari dell’Università di Torino. Lo studio é frutto della collaborazione tra ospedale Regina Margherita e ospedale Molinette, entrambi afferenti alla Città della Salute di Torino. Centro Interdipartimentale di Ricerca per le Biotecnologie Molecolari dell’Università di Torino (MBC) e azienda biomedicale Unicyte AG. La sperimentazione clinica é stata condotta al Regina Margherita da Marco Spada, direttore della Pediatria e del Centro Regionale per la cura delle malattie metaboliche del Regina Margherita, coadiuvato da Francesco Porta. Renato Romagnoli, direttore del Centro Trapianti di Fegato delle Molinette, e Dorico Righi, direttore della Radiologia dell’ospedale Molinette, hanno avuto ruolo clinico primario in qualità di co-sperimentatori in questo studio pionieristico. Essenziale anche l’apporto del Laboratorio del Centro Trapianti di Cellule staminali e Terapia Cellulare del Regina Margherita, diretto da Franca Fagioli, e del Centro di Coordinamento Trapianti, diretto da Antonio Amoroso.