Stress e patologia, le regolazioni omeostatiche e le modificazioni neurobiologiche a livello centrale dovute all’ azione prolungata o cronica di stressor ambientali

Dr. Vittorio Catalano, Attività indipendente nell’ ambito della psicologia clinica ad approccio analitico, delle neuroscienze, del coaching psicologico ed in ambito psicoeducazionale, focalizzati sulla cura, la prevenzione, e la promozione della salute psicosociale, Cagliari
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Nella normalità dettata in parte dagli stereotipi sociali sul nostro sistema interazionale e sensoriale, è abitudine, classificare gli eventi descrivendoli con ricchezza di particolari ed omissioni. Il cervello infatti sceglie quasi automaticamente quali stimoli o situazioni rappresentare, sfocando l’attenzione sul resto del quadro. Questo avviene attraverso l’elaborazione di tutte le esperienze vissute e delle attribuzioni valoriali, ed è utilizzato anche per allertare e prevenire disagio e pericoli. Un esempio esaustivo di questo funzionamento sono le fobie, l’ansia anticipatoria o da prestazione. In questi casi non c’é pericolo e non ci sarà, ma bastano, solo un insieme di stimolazioni che riattivano memorie di pericolo, ad attivare tutta una serie di risposte fisiologiche, che inducono a reagire come se il pericolo fosse reale. L’aumento del battito cardiaco e della pressione arteriosa, servono, infatti, per pompare più sangue, cioè, per dare maggiore energia al nostro corpo, e per portarlo soprattutto ai muscoli e al cervello. Quest’ultimo, dovrà essere ben irrorato di sangue e ossigeno, che arriva dall’aumento della frequenza respiratoria, necessaria per poter prendere la giusta decisione velocemente; i muscoli si tendono per essere più vigorosi e pronti ad un eventuale scontro fisico o alla fuga; la sudorazione aumenta per rinfrescare il corpo e renderlo più scivoloso, quindi meno afferrabile; la vescica ha bisogno di essere svuotata, per rendere l’organismo il più leggero possibile; rallenta la nostra funzione digerente (nausea), per concentrare tutte le energie del corpo dove servono maggiormente. Ognuno dei sintomi dell’ansia, che tanto ci fanno stare male, ha un significato e un valore ben preciso, non solo non dannoso per l’essere umano, ma, utile ed indispensabile alla sua sopravvivenza. Questa modificazione psicofisiologica, può essere a seconda della quantità dell’energia impiegata, negativa o positiva, con diverse sfumature: a seconda dal grado di aerousal-attivazione, possiamo avere risposte, che vanno dallo stato del coma, ad un picco di ansia estremamente positiva che permette una migliore organizzazione intrapsichica e un elevato livello di energia fisica, fino ai disturbi da ansia generalizzata, al panico e al trauma. Inoltre, è stato dimostrato che lo stesso grado abbastanza elevato di tensione ansiosa, unito ad un alto punteggio di vigore-attività, produce uno stato di attivazione facilitante in individui che devono svolgere un compito, mentre se un alto punteggio di tensione ansiosa, si accompagna ad un basso livello di vigore-attività, lo stato di attivazione risulta paralizzante.
Diversi studi hanno dimostrato come una preparazione mirata a un evento stressante protegge gli individui dagli effetti dello stress, riduce l’insicurezza, aumenta il senso di controllo e induce risposte automatiche di reazione all’ evento stressante. I ricercatori analizzando le manovre di salvataggio di piloti addestrati al salvataggio simulato, hanno osservato che in situazioni reali, i piloti praticavano manovre differenti da quelle provate nel training, descrivendole come utili. Hytten(1989) ritiene che gli addestramenti abbiano avuto l’effetto di incrementare la tranquillità e la positività negli equipaggi. Lo stato di attivazione che chiamiamo tensione ansiosa, in condizioni normali, è uno stato di attivazione di carica psicologica e organica, che ci consente di affrontare i problemi e di risolverli, ed è una tensione positiva e creativa, alla base dell’intelligenza. Gli eventi ambientali possono produrre pero’, stressor reiterati o cronici che per gli esseri umani non sono sostenibili. Lo stress cronico, determina uno sviluppo eccessivo, delle regioni del cervello coinvolte nelle risposte di ansia e di paura (amigdala), e, uno contemporaneo ipo-sviluppo di connessioni neurali in altre regioni cerebrali. Esperimenti condotti tipicamente su cavie, hanno dimostrato l’esistenza di una correlazione tra particolari tipi di stress precoce, e alcune disfunzioni del sistema endocrino, in particolare sull’asse HPA (ipotalamico-pituitario-adrenalinico), implicato nella regolazione del funzionamento delle ghiandole endocrine e degli ormoni dello stress (tra i quali corticotropina e glucocorticoidi). Il prof. Grigori Enikolopov in un esperimento che voleva indagare gli effetti di episodi di stress sociale in adolescenza, è riuscito ad evidenziare come un evento cronico induceva nei topi giovani un atteggiamento che i neurobiologi hanno definito di “sconfitta sociale”,che correlava con alti livelli di ansia, una diminuzione dell’interazione sociale, e dell’abilità di comunicare con altri animali giovani. Inoltre si osservava anche una minore crescita di cellule nervose (neurogenesi) in una porzione dell’ippocampo conosciuta per il suo coinvolgimento nella depressione: la zona subgranulare del giro dentato.

La Neuroplasticità

Si riteneva fino a poco tempo che il cervello umano, che consiste di circa 100 miliardi di cellule neurali, non potesse generarne nuove (neurogenesi). Il vecchio modello presumeva che ognuno di noi nascesse con un numero finito di cellule neurali alla cui morte non seguiva rigenerazione. Invece, é stato dimostrato che alcune aree del cervello possono generare cellule nuove. Inoltre si credeva che il cervello umano avesse piccole capacità per sviluppare nuovi percorsi neuronali. Questa vecchia teoria pensava che la nostra capacità di rigenerazione neuronale rallentasse bruscamente intorno all’età di 20anni, e si fermasse intorno all’età di 40. I nuovi studi hanno dimostrato attraverso l’uso del PET, e la tecnologia di scansione del cervello MRI, che le nuove cellule neuronali sono generate durante tutta la vita, così come i nuovi percorsi neuronali. Anche gli anziani sono in grado di creare cambiamenti misurabili nella organizzazione del cervello. Questi cambiamenti non sono sempre facili, ma può accadere attraverso la focalizzazione concertata su un’area difetto. Gli studi nel campo della neurobiologia della memoria, condotti nella prima metà del 20° secolo, hanno dimostrato che l’apprendimento o anche semplicemente incontrare qualcosa di nuovo innesca una serie di cambiamenti molecolari nei neuroni e in alcuni geni, che gli scienziati chiamano geni precoci immediati (IEGs), attivati per produrre trasformazioni a lungo termine nel cervello. Un gruppo di neurobiologi Russi e Americani, tra cui Dmitry Smagin, Tatyana Michurina, e Grigori Enikolopov (MIPT), hanno dimostrato sperimentalmente che l’aggressione ha un’influenza sulla produzione di nuove cellule nervose nel cervello. Confrontare l’attività dell’amigdala e dell’ippocampo, ha permesso agli scienziati russi, attraverso il monitoraggio della proteina codificata c-fos, tramite dei prelievi dalle cavie, di tracciare l’influenza dell’aggressione, su due strutture chiave contemporaneamente. La letteratura aveva già suggerito che nei topi aggressivi e socialmente attivi, vengono prodotti nuovi neuroni nell’ippocampo e che in gruppi di topi appositamente allevati con maggiore aggressività, il livello di neurogenesi è superiore, rispetto ai topi selezionati sulla base di aggressività ridotta.