Progettualità della persona e sostenibilità sociale. Equilibri in movimento – Parte 1

Dott. Giulio Godano,

Sociologo, Pedagogista,

Educatore presso Cooperativa Sociale “Quadrifoglio”

Bologna

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«I problemi più profondi della vita moderna scaturiscono dalla pretesa dell’individuo di preservare l’indipendenza e la particolarità del suo essere determinato di fronte alle forze preponderanti della società, dell’eredità storica, della cultura esteriore e della tecnica – l’ultima metamorfosi della lotta con la natura che l’uomo primitivo deve condurre per la sua esistenza fisica.» (…) «Se si interrogano i prodotti della vita specificamente moderna a proposito della loro interiorità, se si interroga il corpo della cultura, per così dire, a proposito della sua anima – come ora intendo fare per le nostre metropoli –, la risposta dovrà cercare di scoprire l’equazione fra i contenuti individuali e sovraindividuali della vita a cui queste formazioni sociali danno luogo: in altre parole, dovrà indagare i movimenti con cui la personalità si adegua alle forze ad essa esterne.»
Con queste premesse tratte da “Le metropoli e la vita dello spirito” del sociologo Georg Simmel intendo partire per raccontare i processi di sviluppo del bambino nella sua relazione con l’ambiente. Ogni discorso qui generato deve essere pensato in correlazione con gli altri discorsi, in un rapporto sinergico che mi piace chiamare “respiro ecologico ed ecosistemico”. Ogni processo di sviluppo agisce e reagisce sull’ambiente fatto di oggetti e persone; ogni processo di sviluppo è legato all’ambiente come sistema vivente, quindi il sistema vivente agisce sul bambino e la loro relazionalità produce cambiamenti, dato che il bambino, quindi la persona, fa parte del sistema vivente. Le relazioni che intercorrono tra l’ambiente e il dna ci danno prova di questa energia ecologica, di questo respiro. Ancora, vorrei legare questi discorsi con le relazioni sociali. Penso che le relazioni sociali possano – se evolute – costruire ponti di significato esistenziale e vitale tra tutti gli esseri umani presenti sulla terra. Se ogni cosa agisce sull’altra, il problema comunicativo diventa il discorso per eccellenza nella società, il quale si traduce poi nella relazione educativa ovvero nei modi con cui le persone costruiscono significato e senso, si rispettano e si aiutano vicendevolmente, costruendo una comunità sostenibile e civile.
Se questi sono grandi obiettivi, mete più vicine sono ad esempio l’individuazione e l’immaginazione di relazioni educative sostenibili e costruttive.
Questi obiettivi hanno bisogno tuttavia di partire dagli aspetti basilari della vita, i mattoni e gli attrezzi coi quali la persona si costruisce e si costituisce come essere sociale.
Ed ora approfondiamo alcuni termini del dibattito ovvero gli strumenti utilizzati dal bambino per vivere, sopravvivere e crescere nell’ambiente. Vogliamo descriverli rispettando la relazionalità dell’esistenza. Il padre del bambino cresce col bambino e si relaziona con lui. E’ utile fare nuove scoperte e diventare più consapevoli mentre attraversi una fase così importante della tua vita. Io sono padre da otto mesi. E’ utile scrivere la storia della consapevolezza sociale che genera cultura e pratica educativa.
Di cosa ha bisogno l’essere umano per vivere nella comunità sociale?

Amore e Affetto

Sono la base della nostra vita, come l’acqua, l’ossigeno, i sali minerali, le vitamine, le fibre. Abbiamo bisogno di grandi quantità di amore e affetto autentico per funzionare correttamente ovvero rispettando la relazionalità dell’esistenza. Ogni giorno necessitiamo di vivere essendo riconosciuti, salutando le persone, sorridendo ed essendo felici. Vogliamo vivere momenti di rilassatezza, di vicinanza, di accoglienza. Se ci sono eventi e fenomeni dannosi per te e l’ambiente, questi generano sofferenza in noi. Noi reagiamo subito fuggendo dal pericolo e dalle persone aggressive e violente, dalle persone rigide, le quali potrebbero imporre un comportamento. Fino a che il bambino ha salvi gli antidoti alla violenza tutto procede bene. Ma quando il bambino vive molti momenti di aggressività e violenza, di inquietudine, di ansia ed impulsività comincia a credere che l’ambiente sia fatto in quel modo e perde progressivamente – chi più chi meno – gli antidoti necessari a ritrovare un senso pacifico e tollerante di esistenza, nel quale prosperare e maturare come persona, come essere. Nel corso della vita è possibile costruire degli strumenti psichici e socio-culturali in grado di garantire un equilibrato adattamento emotivo.

Antidoti e anticorpi psicosociali

La produzione di anticorpi è la funzione principale del sistema immunitario umorale.
Avere anticorpi aiuta nell’umore, aiuta a vivere meglio ed in salute.
Gli anticorpi – esattamente come per l’organismo umano – si formano attraverso un lavoro di codificazione ed analisi degli elementi esterni, ingeriti o attratti dal corpo. Nell’organismo umano, è sufficiente una piccola parte (antigene) di microorganismo infettivo (batterio, tossina, virus, ecc.) perché si attivi un anticorpo. Infatti la parte infettiva, chiamata antigene, può legarsi alla struttura dell’anticorpo, attivarsi e nel tempo contrastare l’insorgenza di eventuali ulteriori microorganismi infettivi, soprattutto se non sono di entità troppo considerevole.
Partiamo da questa prima descrizione dell’anticorpo per descrivere un suo possibile fratello psicosociale. Un fatto grave di violenza o un insieme di comportamenti caratterizzati da aggressività psicologica e al limite fisica possono creare nel bambino la giusta equidistanza, inserendosi nell’anticorpo psicosociale che potremmo anche chiamare ‘super io’ o ‘io’, mantenendo la fondamentale differenza che esiste nella classificazione di Freud. Pensiamo quindi di attribuire ai genitori e alla famiglia l’esempio educativo per il figlio, lavoro del “super io”, e di attribuire al soggetto in divenire, il bambino che diventa persona, la capacità di costruire una coscienza critica e riflessiva, con ciò lavorando come “io”.
Potremmo narrare di un’altra eziologia psicosociale secondo la quale se il bambino non vede il comportamento e il fenomeno violento ma lo sente vicino, può comunque sviluppare l’anticorpo psicosociale di riferimento. Così come se il bambino sente il comportamento aggressivo. In questi casi il bambino è in grado di capire e farsi un’idea – più offuscata all’inizio e più nitida nel corso del tempo – della gravità di ciò che sta vivendo. Il bambino piccolo reagisce in maniera evidente cercando di eliminare il fattore che lo può fare stare male.
Se l’aggressione dura nel tempo, questa può complicare il lavoro del bambino che fugge dall’azione di un insieme di comportamenti etero inflitti dannosi per sé e per gli altri. Questi comportamenti possono infatti causare danni psicologici significativi, legati ad esempio al sistema limbico ovvero la sede dell’esperienza emozionale oppure legati all’autostima e all’amore per sé stessi, qualità che potrebbero diventare precarie. Tali danni potrebbero essere altresì permanenti, a seconda della frequenza e della reiterazione della condotta aggressiva e violenta.
In questo quadro desolante emerge una speranza, quella dell’anticorpo psico sociale. C’è un punto fino al quale è possibile che l’anticorpo si sviluppi ed un limite oltre il quale il lavoro da compiere – più inconscio che conscio – diventa molto grande, invalidando la vita della persona e rendendola poco equilibrata e centrata nel rapporto con gli altri.
I danni delle condotte aggressive e violente sono – in ogni modo – incalcolabili in quanto le conseguenze esplicite ed implicite di queste azioni possono essere plurime e significativamente dannose, tali da – come abbiamo detto – invalidare la vita sociale della persona. Questi ragionamenti estremi, che ricordano la metodologia di Banfi e Paci, ci servono per introdurre la tematica in questione in relazione allo sviluppo eventuale degli anticorpi psicosociali.
L’anticorpo potrebbe emergere anche grazie al sostegno che altre persone svolgono nei confronti della vittima di comportamenti violenti e aggressivi. Pensiamo ai genitori, agli amici, ai professionisti psicologi, psichiatri, sociologi, criminologi, pedagogisti, educatori, ecc. Il loro lavoro è intriso di aiuto sociale, in inglese si chiamano “helping professions” e i loro obiettivi riguardano il sostegno e la riattivazione sociale, la cura, il benessere, la felicità della persona con il suo ambiente sociale. Il bambino e la persona (l’adulto) possono vivere altri tipi di situazioni nella vita. Prendiamo ad esempio come riferimento la moltitudine dei reati del codice penale. Assistere all’esecuzione di reati può comportare un disincentivo ad impegnarsi nella vita con azioni legali e sostenibili. La capacità dell’anticorpo psicosociale deve diventare quello della persona e così costituirsi una forte corazza. Emergono così la consapevolezza della propria persona e dell’ambiente. Questa consapevolezza permette di sentire i campanelli d’allarme delle situazioni e condizioni sociali dannose, quindi orientare i comportamenti presenti e futuri. E’ chiaro che lo sviluppo ed il mantenimento della consapevolezza è uno dei lavori più ardui e vedranno una trattazione nella parte relativa al viaggio verso l’adultità. Potremmo dire che il rapporto tra gli elementi spia e la consapevolezza è ciò che edifica la presenza della persona nell’ambiente sociale e ciò che la persona fa nel suo interesse sociale. Da questo rapporto è possibile valutare l’andamento e il comportamento della persona nella società.
Il lavoro dell’educatore è quello di far emergere nel giovane e nella persona in generale le capacità di costruzione degli strumenti psicosociali utili per vivere in maniera serena e per realizzarsi. Educare deriva infatti dal latino “educere” che significa condurre fuori o da un’altra parte la personalità, le caratteristiche, le potenzialità della mente della persona.
Se quindi gli “helper professionist” e in particolare gli educatori hanno come obiettivo quello di condurre fuori le buone inclinazioni dell’animo e le potenze della mente della persona, in questo senso il bambino e la persona possono avere un valido aiuto per sviluppare non solo quegli anticorpi psicosociali che gli servono per sopravvivere e vivere nella giungla delle emozioni e dei fenomeni sociali, ma anche di sviluppare le loro buone intenzioni ed inclinazioni.
Bisogna riflettere su quali sono i modi per raggiungere antidoti e anticorpi psico sociali senza vivere/subire sulla propria pelle condizioni di aggressività e violenza. La ricerca può dare risposte in questo versante. Assistere a situazioni di aggressività/violenza cosa produce?
Una larga fetta di popolazione vive in condizioni di normalità, in relazione a questi eventi e minacce, non comportandosi in questa maniera. Potrei dire la maggior parte della popolazione ma non ne sono sicuro. Considerando la mole di criminalità oggi presente sulla terra, è difficile poter dire con esattezza chi si comporta bene, secondo le regole della civiltà con la quale si vive, e chi invece devia e delinque. Troppe sono le modalità e i casi della psicopatologia, della devianza e della delinquenza. Sicuramente si può dire che esistono molte persone che riescono a vivere dignitosamente e sufficientemente felici, le quali hanno saputo crescere valorizzando le loro implicazioni morali. “Acquisendo” gli antidoti e gli anticorpi psicosociali hanno saputo e sanno vivere senza calpestare gli altri, realizzando sé stessi e gli altri.
Nell’immaginario collettivo e nelle discussioni sociali tali valori morali sono solitamente scarto rispetto all’andamento culturale prevalente. Questi sono i principali motivi per i quali invece Mariagrazia Contini diffonde un’idea di pedagogia che cerchi di inserirsi attivamente nel tessuto professionale e sociale, tralasciando quelle tendenze banalizzatrici e riduttive che la rendono un sapere del buon senso. La disciplina pedagogica «si colloca in primo piano godendo di una diffusa rappresentazione sociale positiva. Il sapere pedagogico diventa chiacchiera mediatica che, attraverso spot sempre più seduttivi e ricchi di effetti speciali, finisce per orientare pesantemente lo sguardo sul mondo e gli stili di vita».
Lavoriamo con un impegno educativo profondo per le persone e facilitare l’ambiente sociale nel rapporto con le persone, restituendo alla società di cui facciamo parte gli sforzi e i risultati di questo intenso lavoro. Ovviamente dobbiamo occuparci nello stesso momento della capacità della persona di adattarsi e convivere con l’ambiente, che si rende sempre meno ospitale a sé stesso e alle persone, per varie cause.

Fiducia

La fiducia è una delle componenti sociali dell’affetto e dell’amore. Dare fiducia ad un’altra persona è un’azione naturale, innata e spontanea. Fin da piccoli i bambini cercano persone di cui fidarsi, a cui raccontare qualcosa di sé e con i quali giocare. La fiducia consente di conoscersi, parlarsi e crescere. Ti senti protetto dalla fiducia degli altri, pensiamo a come i genitori tutelano la tua vita di bambino. E in questa protezione hai la capacità di esprimerti quindi di allenarti a sviluppare una capacità. La capacità sociale è innata e favorisce la sopravvivenza e l’adattamento all’ambiente. Con la fiducia la socialità è nutrita e diventa sicurezza emotiva. Queste condizioni permettono al bambino di avere un rapporto sano con i genitori, di andare a scuola serenamente e trovare la propria strada. La sicurezza emotiva permette di vivere meglio le frustrazioni, aiutandosi coi propri genitori a costruirsi una propria sicurezza emotiva, la corazza con la quale vivere.
La sicurezza emotiva è un anticorpo psicosociale fondamentale e rende possibile essere e vivere serenamente resistendo agli attacchi eterodiretti ed esterni.
La fiducia nasce dall’affetto e dall’amore perché nasce dalla consapevolezza che siamo tutti abitanti di questa terra, tutti condividiamo il fatto di essere nel mondo. Viviamo – e in alcuni casi subiamo – i problemi della natura poiché noi siamo nella natura, ne facciamo parte. Siamo una parte dell’esistenza biologica presente sulla terra e in questa prospettiva possiamo abbracciarci nella solidarietà.
Se ti fidi di lui allora gli vuoi bene. Potremmo assumere quest’ipotesi come possibile nel panorama pedagogico. La fiducia deve però essere autentica e non stemperarsi nella falsità e nella convenienza. Dall’azione sociale di fiducia verso gli altri scaturisce la fiducia in sé stessi. Non è così scontato avere fiducia in se stessi ed anzi questa sensazione od intuizione è direttamente legata all’autostima. Se a partire dalla nostra infanzia le figure educative di riferimento non si impegnano per confermare le qualità del bambino, è molto probabile che lui non riesca a sviluppare abbastanza autostima, quindi capacità di prevedere le proprie azioni, immaginare e progettare le proprie mete, ecc.
Durante il viaggio emerge anche la consapevolezza sull’ambiente. L’ambiente è significativo per l’umore del bambino e della persona. La consapevolezza sull’ambiente emerge come necessità per il bambino di comprenderlo e con esso comprendere il proprio mondo psichico e sociale. Comprendere l’ambiente significa comprendere il proprio posto nel mondo, le proprie radici e il legame che si ha con la terra.

Cibo ed alimentazione

La ricerca di cibo significa autonomia, conoscenza, sviluppo. Gusto personale, che si costruisce nel tempo modificando odori, ricordi, emotività.
La ricerca di cibo è una delle attività più importanti della vita e si costruisce con gli altri in un processo sociale significativo per la personalità, che comprende l’affettività e le emozioni. Queste ultime sono di primaria importanza nell’adattamento sociale all’alimentazione, costituendo il vero nucleo per l’apprendimento e l’equilibrio alimentare.
L’alimentazione è connessa direttamente allo stile di vita della persona quindi alla sua potenziale progettualità, la quale potrà essere più o meno positiva e più o meno negativa. Risulta in ogni modo una possibilità per la persona, la quale scopre nel corso della vita cosa gli piace e cosa non gli piace, quali sono i suoi gusti prevalenti, quali le sue ricerche. Le sue difficoltà emotive e fisiche come alcune malattie dell’alimentazione e dell’organismo. L’alimentazione plasma l’intera esistenza e viene plasmata da essa, in un processo di fusione continua tra gli elementi vitali (chimici, fisici, batteri, virus, ecc.)

I cibi sani e l’equilibrio nel comportamento alimentare

Il consumo intensivo di zuccheri e di proteine animali rappresenta una delle prime cause di tumore, diabete, obesità, possibilità di disturbi alimentari. Una buona pratica allora è quella di limitarne drasticamente il consumo, comprendendo qual è il livello accettato dal proprio organismo, nell’esecuzione delle proprie funzioni e attività.
Ancora, assume particolare rilevanza il consumo quotidiano di frutta, soprattutto prima o lontano dai pasti, e di verdura; il mangiare con calma masticando tanto i cibi; il suddividere i cibi mangiandone poche quantità durante il giorno o la settimana. L’ascolto di se stessi e la coerenza nel comportamento sono utili azioni per seguire la strada che porta all’equilibrio nel comportamento alimentare.
Un piano per un’alimentazione sana e sostenibile, che veda da un lato l’impegno per l’equilibrio dei nutrienti e dall’altro l’investimento per una reale riduzione degli sprechi in campo agricolo ed alimentare è stato presentato in Parlamento dal M5S. Ogni anno il nostro paese mette nell’immondizia tonnellate di cibo non mangiato e questo non giova a nessuno. Considerando gli aspetti giuridici legati, per es., all’utilizzo di prodotti sempre freschi nelle scuole e alle sanzioni operanti nel non rispetto di queste procedure, il nostro sforzo pedagogico e sociale ci deve portare a costruire sempre più dei sistemi di utilizzo secondario o alternativo delle risorse. In proposito l’Università di Bologna è un’eccellenza da questo punto di vista e la politica deve seguire e accompagnare questi processi, in maniera decisiva, per esempio organizzando o facilitando mercati di secondo utilizzo con prezzi inferiori, ma ancor più importante facilitando la distribuzione sociale degli alimenti partendo dalle persone che non riescono a permettersi l’acquisto, evitando in questo modo di eliminare il problema dell’abbondanza produttiva buttando gli alimenti nell’immondizia.
A monte, tuttavia, abbiamo due azioni fondamentali e sinergiche. Primo. Ridurre la produzione, abbandonando il paradigma economico della crescita ed equilibrandolo sapientemente con quello della decrescita. Un tale sistema potrebbe così avere la possibilità di monitorare i livelli di consumo-utilizzo e di spreco in tutte le zone territoriali delle città nelle quali viene fatto questo lavoro di distribuzione.
Secondo. Educare ad una sana relazione con il cibo e la propria alimentazione, controllando le patologie ad essa associate e promuovendo la solidarietà, utile per le azioni del punto primo.
La scuola è un organo sociale molto importante nello sviluppo culturale e nella creazione di valore. La responsabilità e la delicatezza del compito richiedono un lavoro continuo e duraturo, che possa forgiarsi con l’esempio e la coerenza continui. La coerenza sul piano alimentare significa poter sperimentare i propri gusti avendo come limite guida l’eccesso e la pericolosità. Le linee guida sono le seguenti. L’educazione alimentare deve poter basarsi sull’autonomia e sulla libertà limitata di esprimersi. Bisogna avere la possibilità di provare e valutare i gusti scelti, con una guida adulta capace di comprendere i tempi dei bambini e l’equilibrio tra prove e limiti. Il cibo e l’alimentazione sono connessi direttamente alle emozioni che si provano, come per ogni altra percezione ed esperienza. E’ importante quindi assecondare e seguire le emozioni vissute dai bambini e dalle persone per conoscerle e orientare un progetto educativo autentico ed efficace, comprendente una dolce fermezza per far emergere le implicazioni personali e l’ascolto utile ad imparare sempre nuove informazioni all’avanguardia della tecnica e della medicina.

Solo insieme si procede in pace

Non si eliminano facilmente la sofferenza psichica e la criminalità. Bisogna accogliere per comprendere. Dopo la comprensione si può gestire il problema, perché le cose si chiariscono e si autodefiniscono. Le parti dovrebbero arrivare ad una consapevolezza ed una responsabilità eguali per riconoscere i fatti dannosi, le reciproche difficoltà, le eventuali responsabilità giuridiche e morali. Accogliere per comprendere significa rifiutare modi relazionali tendenti alla stigmatizzazione preventiva e ingiustificata, all’esclusione delle persone, a partire dai bambini. Pensiamo che tutte le persone possano contribuire in qualche modo all’evoluzione umana e sociale. Se escludi una persona questa potrebbe essere forte, ignorarti ed andare avanti, svilupparsi in altro modo senza di te. Se invece è fragile presumiamo possa escludere a sua volta, e così via, e così via. Questa processualità crea disagio, frustrazione, incapacità alle scelte, progettualità e responsabilità. Pensiamo sia il male primo dell’essere umano. La sua tendenza ad escludere per crescere individualmente. Si può invece crescere in autonomia ma non dipendendo dagli altri, se non per i beni primari e sociali utili all’esistenza. Crescere in autonomia non escludendo gli altri, anzi valorizzandoli nel proprio universo di azione, nel proprio spazio di vita.

Saper essere e vivere

Cosa significa? Su quali aspetti possiamo studiarne le caratteristiche?
Ci siamo molto interrogati su cosa voglia dire saper essere e vivere. Saper essere è una riflessione che ci portiamo dentro durante la nostra esistenza e ci permette di modificare il nostro comportamento sulla base di valori personali e sociali, di influenze e condizionamenti sociali, di esperienze significative e meno significative che accadono.
La riflessione vera e propria o maggiormente consapevole, dotata degli strumenti per esistere e crescere, si forgia durante la vita, in virtù di circostanze favorevoli. E’ quindi evidente che il bambino faticherà a riflettere sul saper essere, sui suoi comportamenti e i suoi valori; fino ad arrivare al cambiamento voluto e cercato. Nel percorso che lo porterà all’adultità, il bambino riuscirà a dotarsi di tutti quegli elementi culturali fatti di prassi e valori in evoluzione. Ogni persona costruisce proprie modalità di azione, ragionamento e riflessione, secondo differenti gradi potenzialmente e limitatamente analizzabili attraverso linee guida internazionali e nazionali. Chi non riesce ad adeguarsi e a trovare motivazioni per intervenire sul mondo in maniera equa, responsabile, sostenibile può deviare e precipitare nella delinquenza, complicando il percorso del suo processo vitale.
Saper essere significa anche costituirsi nella relazione sociale come un attore responsabile che rispetta la relazionalità dell’esistenza e i tempi di ragionamento delle persone. Saper essere significa comprendere e raggiungere la serenità, mantenendo quel giusto distacco dalle cose che contribuisce a formare una reazione matura agli eventi, trasformando costruttivamente le emozioni di aggressività e rabbia che albergano in noi.

Tolleranza e comprensione

Seguendo le orme della filosofia e delle scienze sociali ed intrecciando ad esse il cammino tortuoso dell’umanità, tentiamo di comprendere come mai sia importante sviluppare queste due capacità elevate dell’essere umano. La tolleranza ci consente di rispettare l’altra persona ed il suo universo di significati, fatto di tempi, opinioni, credenze, valori e comportamenti. La comprensione ci dà prova del reale e della spinta creatrice della realtà, la quale appunto necessita di un lavoro che sia essenzialmente comprensivo della sfera umana e sociale, evitando al massimo di ergersi a giudici della vita sociale ed altrui. La comprensione parte dalla naturale capacità sociale delle persone di trovarsi in empatia e simpatia, condividendo la sofferenza e il vissuto dell’altra persona, in maniera reciproca. Lo scopo principale della vita, direbbe Gadamer, è proprio quello di comprendere i mondi vitali e le innumerevoli relazioni che intercorrono tra loro.

Gattonare e camminare, ergersi in piedi

Gattonare sviluppa il ragionamento scientifico, la naturale potenzialità intellettiva relativa alla scoperta e alla curiosità. Mentre il bambino prepara le sue funzioni vitali, gattonando e provando ad alzarsi scopre gradualmente il mondo che lo circonda, contribuendo ad affinare la tecnica motoria con quella cognitiva e sociale. Ergersi in piedi è un’azione che porta gradualmente il bambino a rimanere in piedi e camminare senza bisogno di sostegno e dimostra come il bambino faccia sostanzialmente affidamento sulle sue capacità fisiche e cognitive per aggiustare e costruire l’equilibrio e la postura. La postura può nel tempo essere insegnata in riferimento ad una cultura ed un’educazione posturale, soprattutto nei casi di patologie associate.

Le fasi dello sviluppo secondo Jean Piaget

Secondo lo psicologo francese i bambini non ragionano come gli adulti. La mente del bambino si sviluppa secondo una sequenza ordinata di stadi. Il cervello in maturazione produce degli schemi, concetti e modelli mentali nei quali riversiamo le nostre esperienze per dare una forma a suddetti schemi. Per fare ciò seguiamo l’assimilazione: interpretiamo le nostre esperienze secondo le nostre capacità di comprensione relative alla fase dello sviluppo nella quale ci troviamo. Nel tempo accomodiamo, aggiustiamo cioè le nostre esperienze sulla base della maturazione avvenuta e in corso. Diamo quindi forma agli schemi mentali che ci contraddistinguono, elaborando le esperienze per giungere a qualcosa di nuovo.
Secondo Piaget i bambini costruiscono la loro comprensione del mondo attraverso l’interazione con esso, avvicinandosi in questo al pensiero di G. Bateson. Bateson considera l’ecosistema la vasta mente, della quale l’individuo è solo un sottosistema. Quindi l’individuo quando agisce usa o interpreta più menti o sistemi mentali: l’albero, la strada, la casa, il fiume, il bastone, l’animale, ecc.

Lo stadio senso motorio 0-2 anni

Il primo stadio dell’apprendimento per Piaget è lo stadio senso motorio. Il bambino conosce il mondo attraverso i sensi e le azioni. Quando il neonato si muove, comprende che è capace di far succedere le cose. In questa fase abbiamo la permanenza degli oggetti: gli oggetti fuori dalla vista del bambino non esistono più. Dall’ottavo mese i bambini cominciano ad essere consapevoli della permanenza degli oggetti e tale consapevolezza è graduale e continua. Dal nono e decimo mese infatti il bambino cercherà l’oggetto nascosto.
In questa fase i bambini faticano a percepire l’ambiente al di fuori di loro stessi e non comprendono il punto di vista dell’altro, essendo evidentemente egocentrici. Ancora il bambino in questa fase assume che una certa cosa, chiara ed evidente per lui, lo sia anche per gli altri. Chiamiamo questo processo la maledizione della conoscenza.

Lo stadio preoperatorio 2-7 anni

Il secondo stadio dell’apprendimento è per Piaget lo stadio cosiddetto preoperatorio. Il bambino non è in grado di eseguire operazioni mentali, cioè eseguire un’azione e invertirla mentalmente. Nell’esempio di un contenitore con una sostanza dentro (es. latte) il bambino non si accorge che la quantità di latte non varia se si cambia solamente il contenitore, ad esempio in un contenitore più alto e snello. I bambini non hanno quindi la conservazione della sostanza per cui per la loro mente la quantità resta indifferente indipendentemente dalla forma.
Si acquisisce progressivamente la capacità di comprensione del punto di vista e degli stati mentali altrui.

Lo stadio operatorio concreto 7-12 anni

Nello stadio operatorio concreto i bambini raggiungono la capacità di pensare in modo logico su concetti concreti (oggetti) e acquisiscono la conservazione della sostanza.

Lo stadio operatorio formale 12-18 anni

In questo stadio l’adolescente acquisisce la capacità del pensiero astratto e del ragionamento sistemico.
Piaget ha contribuito in maniera notevole alla psicologia dello sviluppo ma oggi sappiamo comprendere lo sviluppo in maniera organica ed olistica. Considerando che ogni processo sociale può essere generatore di sviluppo così come di regressione, la nostra meta sociale è la formazione permanente della persona. Gli inglesi la chiamano life long learning, un’apprendimento e una conoscenza che dura tutta la vita. Non si è mai al sicuro nella vita con o senza la scienza. Bisogna sapersi addestrare alla scienza e al controllo della propria persona. Poi nel rapporto con gli altri, con la natura. Lo sviluppo psichico e sociale dipende dalla ricerca e gli uomini si differenziano in base a questo. Lo sviluppo non finisce, anche se finisce la vita delle persone. Il genere umano continua la sua evoluzione nel pianeta e nell’universo ed è arduo saper azzardare sempre una risposta. Il silenzio è saggezza se raccoglie lo stimolo della ricerca scientifica, l’osservazione. Trovare linee guida tra le buone pratiche è la politica che bisogna attuare, comprendendo le istanze di chi lotta per le persone. Continuando i servizi pubblici di prossimità, aiutando le famiglie e tutte le persone con la scuola, generando conoscenza e consapevolezza.
L’andamento della nostra identità è un importante indicatore di salute per la nostra esistenza in quanto persone in società. L’accettazione della realtà è importante ed è un pensiero virtuoso. Il pensiero di fallimento snatura la nostra anima e la nostra identità se portato all’eccesso ma è utile per continuare a provare, per non arrendersi mai, per imparare dalle prove e dagli errori, imparando giorno dopo giorno ad affrontare le sfide e le difficoltà della vita.

Giocare, imitare, emulare, imparare

Trattiamo il pensiero di George Herbert Mead per delineare alcuni capisaldi del pensiero psicologico sociale. Mead sostiene che la persona agisca secondo il principio della reazione ad uno stimolo proveniente dall’ambiente. Ad uno stimolo ambientale dovrebbe attuarsi una reazione adeguata e tale processo viene arricchito dal simbolo. In questa prospettiva, il “self” e il “mind” si sviluppano nel tentativo di adattarsi all’ambiente circostante. Anche la società si sviluppa a partire da questa impostazione.
Per Mead, il ‘mind’ ha tre caratteristiche fondamentali:
A – usa simboli per caratterizzare gli oggetti del mondo;
B – sceglie tra possibilità di azione alternative;
C – è capace di rimuovere le situazioni inadeguate e di seguire
quelle adeguate.
E’ qui che la relazione con la società è imprescindibile. L’esistenza della società dipende infatti dalla capacità di vagliare alternative e selezionare azioni che rendano possibile – anziché frenarla – la cooperazione tra gli uomini.
In relazione allo sviluppo del ‘mind’, a partire dall’infanzia e dall’età dello sviluppo, per Mead il bambino seleziona i gesti che gli assicurano la sopravvivenza. La selezione avviene attraverso: prove ed errori; training diretto dai genitori e altre figure educative. In questa maniera i gesti acquistano un significato comune per il bambino e per la sua famiglia, assumendo la forma di gesti convenzionali i quali permettono al bambino di comunicare con precisione i desideri e i bisogni. Dai primi gesti potranno poi svilupparsi quelli più complessi, sperimentabili anche in altri contesti. Il raggiungimento della capacità di interpretare gesti rappresenta un traguardo importante, perché consente “di assumere la prospettiva dell’altro” (“to take the role of the other”). Senza tale capacità, sarebbe impossibile la cooperazione che caratterizza ogni società. La capacità di assumere la prospettiva dell’altro implica altresì che l’individuo consideri anche sé stesso dal punto di vista dell’altro: in questo modo, l’Io può meglio valutare le conseguenze del suo agire nei confronti
dell’Altro. E’ qui che si snoda e dipana il fulcro del pensiero di Mead, in quanto la capacità di interpretare i gesti – quindi di assumere la prospettiva dell’altro – consente agli uomini di fare di loro stessi un oggetto di rappresentazione, oggettivandosi.
E’ così possibile la pratica dell’autoriflessione e dell’autovalutazione, tanto importanti nell’agire e nella modifica dei comportamenti. In Mead i livelli di sviluppo del ‘self’ sono tre:
1- il “gioco” (“play”), tramite il quale il bambino impara ad assumere la prospettiva dei suoi compagni di gioco (genitori, amici, figure adulte, ecc.);
2- il “gioco” (“game”), nel quale si acquistano più immagini diverse del proprio “self” (all’asilo, a scuola, coi compagni, ecc.);
3- l’“altro generalizzato” (“generalised other”). In questo modo le persone acquistano la prospettiva di una “comunità di attitudini” (“community of attitudes”), grazie alla quale cooperano con gente diversa immedesimandosi in essa. Eccoci arrivati ai giochi che i bambini fanno, facendo finta di fare il “meccanico”, l’ “autista”, il “medico”, l’ “insegnante-maestro”, l’ “artigiano”, ecc.
In definitiva, perché il “self” si sviluppi correttamente, le differenti impressioni che ci formiamo nelle interazioni con gli altri devono poter essere positive e proattive. Se il bambino è trattato in maniera discriminatoria e non si crede nelle sue potenzialità, può essere che sviluppi un “self” insicuro. La società, per funzionare bene, ha bisogno del “self” e anche del “mind”, ovvero dell’autocoscienza. Infatti non si potrebbe agire coordinatamente senza assumere ruoli e possibilità d’azione. Inoltre la società non può funzionare bene se gli individui che ne fanno parte non abbiano sviluppato il “self”, che ripetiamo ricopre la capacità di assumere la prospettiva dell’altro. Oltre a questi concetti, Mead introduce anche quelli di “Me” e dell’ “I”. Il soggetto infatti non è soltanto “mind” ovvero autocoscienza impenetrabile ai cambiamenti e agli influssi esterni (ambiente). Accanto alla dimensione coscienziale dell’ “I”, c’è il “Me”, ovvero la concezione che gli altri hanno di me. Il “Me” rappresenta quindi l’interiorizzazione delle aspettative che gli altri hanno nei miei confronti. Così inteso, il “self” è la sintesi, armonicamente equilibrata, dei diversi “Me”. E’ chiaro come gli insegnanti abbiano una responsabilità molto grande nell’applicazione di questi concetti e di questi valori. Dobbiamo credere nei nostri bambini e nelle enormi potenzialità che possono avere e sviluppare. Possiamo e dobbiamo convergere la loro azione su comportamenti e attività positive, rafforzando e fortificando il loro “self” e il loro “mind”. In questo modo anche i loro “Me” saranno autentici e potranno consentire loro di
crescere serenamente. Per Mead infatti siamo ciò che gli altri vogliono che siamo. Introiettiamo le aspettative degli altri e su di esse modelliamo la nostra identità.

Riconoscimento ed elaborazione delle emozioni: Empatia, simpatia, entropatia

Da queste abilità può dipendere l’armonico sviluppo della personalità e l’attitudine all’essere sereni nella relazione, in particolare in quella educativa.
L’abbandono della violenza e dell’aggressività sono spesso il risultato, come sostiene Contini, di un processo continuo di elaborazione e consapevolezza delle proprie emozioni. E’ probabile ed auspicabile che una volta a conoscenza dei meccanismi di funzionamento delle proprie emozioni, quindi dopo averle conosciute e riconosciute attraverso un lavoro di attraversamento prospettico con i caregivers, la persona riesca a fidarsi maggiormente di se stessa comprendendo le altre persone e le loro emozioni. Infatti dal processo di conoscenza emotiva inizia la conoscenza dell’altro attraverso l’empatia, una presa d’atto del sentire dell’altro. Il tentativo di entrare nel sentire dell’altro non è un processo semplice in quanto si può empatizzare superficialmente ed empatizzare profondamente. L’empatia profonda mette in dubbio la sua stessa logica in quanto concorre a costruire la complessità del punto di vista dell’altro, il quale si cela e si scopre in un gioco di luci e ombre che si collega con i codici sociali definiti e meno definiti dalla cultura e dalla società in cui ci si trova. Dal sentire della persona giungiamo ad un processo successivo maggiormente carico di affettività, soprattutto se unito all’empatia: il sentire con l’altro o simpatia. Tale sentimento si caratterizza per una condivisione della sofferenza, una partecipazione reciproca avente lo scopo di lenire quella sofferenza. Le professioni sanitarie e sociali sono intrise di questo sentire e di questi sentimenti, capaci di aiutare le persone a stare meglio o a vivere meglio le loro sofferenze.
Nell’intervento sociale ed educativo assume rilievo l’entropatia ovvero la capacità di entrare nel sentire e nel punto di vista dell’altro al fine di conoscerlo in profondità per aiutarlo ad emergere e a dare valore a se stesso in rapporto con la società.

Serenità

Serenità è il termine con cui si descrive la condizione emotiva individuale caratterizzata, a livello interiore ed esteriore, da tranquillità e calma non solo apparente, ma talmente profonda da non essere soggetta, nell’immediato, a trasformazioni di umore, ad eccitazioni o perturbazioni tali da modificare significativamente questo stato di pace.
La serenità è una componente rilevante nel costituire il benessere emotivo dell’uomo; secondo alcune teorie essa è talmente rilevante da costituire una condizione necessaria e sufficiente per la felicità dell’essere umano.
La serenità ci consente di pensare ed elaborare le informazioni senza costrizioni, dal punto di vista psico sociale. Biologicamente non è possibile evitare le costrizioni poiché la realtà ti cambia continuamente. Il freddo, le malattie, i cambiamenti climatici e della terra, i terremoti, ecc. Possiamo prevedere e prevenire alcuni “disastri annunciati” della terra o alcuni fenomeni che vedono l’ambiente in pericolo, come l’inquinamento da sostanze tossiche provenienti dalle fonti energetiche fossili, la tossicità della plastica e dei suoi elementi come gli ftalati, altri elementi chimici inquinanti e tossici come la formaldeide, l’amianto, ecc. Se tuttavia non viene fatta questa opera di prevenzione nella società è difficile riuscire ad invertire una tendenza che porta ad una malattia dalla sera alla mattina. Ecco perché affermo che è più difficile organizzare, costruire e mantenere una serenità sui fenomeni fisici, chimici e biologici. Possiamo comunque imparare ad accettare i fenomeni naturali con maggiore laicità, giungendo a quell’assenza di turbamento che contraddistingue la serenità di spirito.
Più complesso è il discorso per i conflitti e le relazioni sociali difficili, le situazioni sociali, i fatti storici, ecc. E’ soprattutto in questo ambito che è più difficile accettare la realtà e giungere ad una serenità di spirito e di giudizio. La serenità di giudizio ci aiuta a costruire un’obiettività distaccata, quel giusto e mite distacco che ci consente di valorizzare le persone, le loro esperienze, le relazioni che instaurano e le azioni che compiono. La coscienza di vivere in pace ci fa trovare la giusta chiave di lettura di ciò che ci succede intorno.
Da queste abilità primarie e vitali – utili alla sopravvivenza – ne discendono altre, le quali consentono di costruire tutti gli ulteriori elementi della società che comprendono le attività lavorative e di costruzione delle strutture di comunità dalla abitazione, al borgo, alla metropoli; le azioni per la cura della persona e dell’ambiente.e per la definizione dei limiti personali e collettivi; tutte quelle attività come le attività di socializzazione, di educazione e di insegnamento che rendono possibile la riproducibilità, la trasmissione delle conoscenze e la generazione di nuove ed innovative conoscenze.