La bulimia e i trattamenti “evidencebased” che utilizzano le tecniche immaginative

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Dott. Vittorio Catalano, Attività indipendente nell’ ambito della psicologia clinica ad approccio analitico, delle neuroscienze, del coaching psicologico ed in ambito psicoeducazionale, focalizzati sulla cura, la prevenzione, e la promozione della salute psicosociale. Cagliari

Il Manuale Statistico Diagnostico dei disturbi mentali (DSM) descrive la bulimia coi seguenti sintomi: ricorrenti abbuffate, sensazione di perdita di controllo, comportamenti compensatori, preoccupazione smisurata per le forme del corpo e per il peso. Questa descrizione esprime palesemente una sensazione di disordine emotivo e conflittualità sofferta, nonché’ appunto, una forte difficoltà di regolazione emotiva, autoregolazione degli affetti, sentimenti di vuoto, e l’esperienza di estrema solitudine. Secondo la letteratura queste problematiche sono spesso meno suscettibili ai trattamenti standard. L’internalizzazione delle esperienze precedenti rilassanti,per gli individui che non hanno la capacità di autoregolare i propri affetti, risulta compromessa, cosi, lo stare soli,diventa un momento particolarmente vulnerabile, perché, la funzione principale di auto-regolazione emotiva a degli affetti, è strettamente collegata, allo sviluppo della capacità di essere soli. Durante questi lassi di tempo (solitudine), l’individuo è lasciato alle proprie risorse per l’autoregolazione affettiva, e il mantenimento di uno stato di calma. Una perdita di qualità in questa auto-funzione, può verificarsi quando l’eccitazione emotiva di panico o paura viene sperimentata, correlata strettamente da conseguenti comportamenti come abbuffate, o comportamenti orientati alla dipendenza, che, entrano in gioco, come una risposta al disagio e alla sofferenza patiti.Alcune ricerche evidenziano che i pazienti con disturbi alimentari hanno difficoltà di identificazione, che esprimono verbalmente, e che regolano tutte le forme di tensione fisica. Viene evidenziata anche una incapacità basale di questi pazienti a verbalizzare le emozioni. Questa difficoltà porta i pazienti ad uno stato di incomunicabilità sfociante in un “estremo stato di tensione”. Conseguentemente abbuffate e vomito, così come droga o alcol, potrebbero rappresentare un tentativo di modulare artificialmente l’effetto negativo legato al senso di solitudine, e alla sensazione di non essere ascoltato o capito, mentre la preoccupazione per il cibo, le abbuffate e i comportamenti di spurgo possono essere pensati come utili ad alleviare il dolore psicologico, che, dunque, diventa fisico, concretizzando l’esperienza emotiva.

L’immaginazione guidata è una tecnica dolce ma potente, che mette a fuoco e indirizza l’immaginazione in un setting terapeutico. Può essere semplice come 10 secondi di fantasticheria di un atleta, che immagina la gara perfetta appena prima di iniziare il suo sforzo. Oppure può essere così complessa come immaginare e analizzare le situazioni di un vissuto traumatico-patologico. L’ immaginazione guidata coinvolge tutti i sensi, non è completamente mentale e quasi chiunque può praticarla. È caratterizzata da 3 principi: la “connessione mente corpo”, le immagini hanno un corrispettivo reale che è stato veicolato dal sistema sensoriale, pertanto possiamo definire l’imagery come rievocativa;“lo stato alterato” che normalmente si instaura durante l’imagery curativa e consistente in uno stato di forte rilassamento focalizzato sulla visualizzazione interattiva delle immagini da parte del paziente. Il terzo principio è lo stato di controllo, il paziente può controllare attivamente le fasi immaginative questo implica sentimenti di maggiore autostima, ottimismo e capacità di tollerare il dolore.  Un gruppo di ricercatori ha identificato dove e come si sviluppa nel cervello l’immaginazione: si tratta di una rete neurale diffusa su più aree cerebrali, un sottoinsieme che contiene informazioni specifiche relative a particolari e differenti tipi di manipolazioni mentali. Si è così dimostrato, che il contenuto della percezione visiva, le immagini visive (sogni inclusi) possono essere “decodificate” sulla base dell’attività nella corteccia visiva. Questi risultati hanno suggerito che le stesse regioni che mediano le rappresentazioni a livello di percezione sensoriale siano coinvolte nei processi di immaginazione. C’è un famoso esperimento (N. Doidge, Il cervello infinito) in cui si racconta di alcuni atleti olimpionici che durante una gara sono stati collegati ad un’apparecchiatura che misurava la loro attività muscolare e cerebrale. In seguito è stato chiesto loro semplicemente di immaginare di prendere parte alla gara, e con stupore, mentre gli atleti visualizzavano sé stessi nella corsa, si sono attivati gli stessi muscoli che sarebbero entrati in azione se avessero effettivamente partecipato alla gara, rispettando la medesima sequenza. Questo risultato si realizza perché in realtà la mente non è in grado di distinguere tra ciò che è reale e ciò che è immaginato, proprio come in un sogno dove le immagini ci sembrano così piene di nitidi particolari, da farci sembrare tutto reale, sino a metterci in condizione di poter riuscire effettivamente a modificare la nostra condizione corrente.Uno studio randomizzato controllato, ha confrontato,un gruppo con 6 settimane di terapia individuale con l’immaginazione guidata, vs, un gruppo di controllo. Cinquanta partecipanti che soddisfacevano i criteri del DSM-III-R per la bulimia nervosa, hanno completato lo studio. Il trattamento con l’immaginazione guidata, ha avuto effetti sostanziali sulla riduzione delle abbuffate e del purging. Il gruppo imagery avuto una riduzione media di abbuffate del 74% e di vomito del 73%. Il trattamento immaginativo ha anche dimostrato un miglioramento degli atteggiamenti in materia di alimentazione, di dieta e versoil peso corporeo, rispetto al gruppo di controllo. Inoltre, l’immaginazione guidata ha dimostrato un miglioramento sulle misure psicologiche della solitudine e la capacità di auto-regolazione affettiva.