Integrazione e Stigma due facce della stessa medaglia, una visione clinica e psicosociale dei meccanismi insiti all’interno delle nostre relazioni interpersonali

Dr. Vittorio Catalano, Attività indipendente nell’ ambito della psicologia clinica ad approccio analitico, delle neuroscienze, del coaching psicologico ed in ambito psicoeducazionale, focalizzati sulla cura, la prevenzione, e la promozione della salute psicosociale, Cagliari
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Spesso e soprattutto negli ultimi anni abbiamo familiarizzato col concetto di integrazione e cioè con l’insieme di processi sociali e culturali che rendono l’individuo membro di una società, tuttavia all’interno dei contesti sociali nelle normali dinamiche relazionali, si possono vivere situazioni completamente opposte all’ integrazione. Le problematiche sono molteplici ma alcuni meccanismi molto dannosi e ora ben noti sono stati identificati col termine “stigma”. In uno studio effettuato negli Stati Uniti d’America un gruppo di otto pseudo pazienti (uno studente di psicologia, tre psicologi tra cui Paul Watzlawick, un pediatra, uno psichiatra, una casalinga, tre donne e cinque uomini) si introdussero fingendosi pazienti in alcune istituzioni psichiatriche. La domanda a cui si cercava risposta era: “Se sanità e follia esistessero e come fare a riconoscerle.”
Quando si presentarono all’istituzione i pseudo pazienti non fecero altro che falsificare nome, occupazione e naturalmente inventare sintomi. Tutto il resto del racconto della loro vita, come situazioni con i genitori, moglie o marito, figli amici, colleghi di lavoro, gioie e frustrazioni rimasero uguali. Appena ricoverati nell’ospedale psichiatrico, i pazienti smisero completamente di simulare sintomi di “anormalità”. Nonostante la loro palese“esibizione” di sanità non vennero mai “scoperti”. Ricoverati con una diagnosi di schizofrenia, furono dimessi con una diagnosi di schizofrenia “in remissione” . Negli schedari degli ospedali non fu trovata nessuna indicazione che vi fosse alcun sospetto sui pseudo pazienti, esiste al contrario la chiara testimonianza che una volta etichettato un paziente come schizofrenico, l’etichetta rimane ben attaccata addosso. All’interno delle istituzioni tutti i pazienti compresi quelli “finti” erano praticamente ignorati, e qualsiasi cosa i pseudo pazienti facessero (ES: prendere appunti) era considerato frutto della pazzia. Il personale entrava in contatto in modo sporadico con i pazienti, la maggior parte delle volte solo per compiere le operazioni di routine (pulizie, somministrazione di medicinali). Questo isolamento dei pazienti dal contatto sociale ha indotto una situazione chiamata di spersonalizzazione tipica dello stigma .La società stabilisce gli strumenti da usare per dividere le persone in categorie e, quali attributi debbano essere considerati necessari e naturali nel definire l’appartenenza a una di quelle categorie.
I contesti sociali determinano quale categoria di persone potremmo incontrare all’ interno di tali contesti. Quando ci troviamo un estraneo davanti, il suo aspetto immediato ci permette di stabilire a quale categoria appartiene e quali sono i suoi attributi, cioè la sua identità sociale. In questo caso, si può dire che attribuiamo alla persona una identità sociale virtuale basata sullo stereotipo che noi nutriamo verso lo sconosciuto. Quando invece, possiamo dimostrare a che categoria appartiene una persona e quali siano i suoi attributi reali personali si parlererà di identità sociale attuale. Lo stigma sarà quindi una qualche caratteristica negativa per il quale, il nostro “estraneo” si diversifica dalla categoria di appartenenza .
Possiamo considerare tre tipi di stigma:
a) Deformazioni fisiche
b) Aspetti criticabili del carattere percepiti come mancanza di volontà, passioni sfrenate o innaturali, credenze malefiche e dogmatiche, disonestà. Tali aspetti sono dedotti per esempio dalla conoscenza di malattie mentali, condanne penali, uso abituale di stupefacenti alcolismo, omosessualità, disoccupazione, tentativi di suicidio, comportamento politico radicale.
c) Stigmi tribali della razza, della nazione, della religione, che possono essere trasmessi di generazione in generazione e contaminare cosi tutti i membri di una famiglia .
“ In tutti questi esempi di stigma, ivi compresi quelli che avevano in mente i greci, spiccano le stesse caratteristiche sociologiche. Un individuo che potrebbe facilmente essere accolto in un ordinario rapporto sociale possiede o gli si attribuisce una caratteristica su cui si focalizza l’attenzione di coloro che lo conoscono alienandosi da lui, spezzando il carattere positivo che gli altri suoi attributi potevano o possonoavere ”(Goffman). Un esempio di stigma positivo è stato provato sperimentalmente da Rosenthal e Jacobson nell’ esperimento condotto sugli alunni della Oak School i cui protagonisti erano dei bambini. La maggior parte degli alunni provenivano da una comunità socialmente inferiore, i padri erano operai non qualificati. Molti dei bambini appartenevano a famiglie distrutte in cui le madri ricevevano il sussidio. La Oak School, seguiva la politica di raggruppare gli alunni in sezioni o gruppi di capacità e principalmente in base alla loro capacità nella lettura. Vi erano tre classi: rapide, medie, lente. I ricercatori influenzando la credenza degli insegnanti grazie alla somministrazione di un falso test, indicarono degli alunni che certamente durante l’anno avrebbero avuto un esplosione qualitativa delle loro capacità intellettuali. La differenza tra i bimbi dei gruppi sperimentali e di controllo esisteva solo nella mente degli insegnanti. I risultati sono presto detti, azzerate le variabili di età, genere, capacità intellettuale, appartenenza a una minoranza etnica. Nell’anno dell’ esperimento gli alunni del gruppo di controllo aumentarono di un po’ più di otto punti nel Q.I., quelli del gruppo sperimentale, gli alunni speciali, né ottennero oltre dodici in più (differenza che poteva attribuirsi al caso 2 volte su cento). Nel gruppo di controllo circa un alunno su cinque ebbe un aumento di 20 punti o più nel Q.I. Nel gruppo sperimentale lo stesso progresso fu fatto da un bambino su due (+10 punti 79%, +20 punti 47%, + 30 punti 21%) .L’esperimento carcerario di Stanford condotto dal Prof. Zimbardo, è prova tangibile di come lo stigma e la deumanizzazione agiscano sulla vita delle persone, sulla loro integrità, sulla loro salute e su come questi meccanismi siano presenti anche nella quotidianità nei nostri contesti sociali. Un gruppo di studenti universitari, risultati equilibrati psichicamente e sani fisicamente, sono i soggetti della ricerca la cui durata è di quindici giorni. Tutti sanno che si tratta di una prigione simulata, tutti danno il loro consenso quando vengono divisi in due gruppi le guardie e i detenuti. La polizia locale si presta a dei finti arresti per rendere l’esperimento più reale. Durante l’esperimento alcuni “detenuti” vengono dimessi per le loro problematiche condizioni psicologiche, subentrano dei sostituti. L’esperimento viene sospeso, perché la situazione dentro al “carcere” sta andando fuori controllo.
“L’esperimento si è rivelato un efficace illustrazione del ruolo potenzialmente tossico dell’ indurre brave persone a compiere comportamenti patologici. Si è rivelato anche un messaggio che non vogliamo accettare: la maggior parte di noi può subire significative trasformazioni del carattere quando si ritrova nel crogiuolo delle forze sociali. Ciò che immaginiamo e faremmo quando siamo fuori, non somiglia molto a ciò che diventiamo e a ciò che siamo capaci di fare una volta intrappolati nel sistema.” ( P.Zimbardo).

Bibliografia

Watzlawick Paul, La realtà inventata contributi al costruttivismo, Feltrinelli 1998

GoffmanErving, Stigma. L’identità negata, Ombre Corte 2003

Rosenthal Robert, JacobsonLenore, Pigmaglione in classe, Franco Angeli 1999

Zimbardo Philip, L’effetto lucifero, Raffaello Cortina editore 2008

Catalano Vittorio, L’identità e i disturbi alimentari psicogeni. 2010